Arturo Minutillo. Il ballo, lo studio, il lavoro
La redazione – Arturo, classe 1992. La famiglia vive ad Alvignano, nella zona periferica ai confini con il comune di Caiazzo: è in questo secondo comune che il bambino, poi il ragazzo, frequenta la scuola primaria e i molti amici, prima di iscriversi all’Istituto Industriale di Piedimonte. E’ il percorso di ogni ragazzo di questa zona, che incontra gli amici, studia, se ne va in giro, sceglie delle passioni da seguire.
Per Arturo Minutillo a undici anni, questa passione è il ballo, e come spesso accade da queste parti, il ballo latinoamericano, la social dance, quella che aggrega di più, che fa “i gruppi” e li tiene insieme per serate intere,in un intreccio di passioni sportive, ma anche di divertimento, e stili di vita.
Non basta. Arturo (nella foto, il terzo da sinistra) chiede di più, e tra le sue curiosità giovanili intravede l’hip hop, forse perchè l’immagine di un ballerino hip hop si nota meglio e più delle altre, soprattutto durante l’adolescenza, perché i colori, i cappelli, i jeans lunghi e larghi fanno pendant…

Per comprendere meglio chiediamo ad Arturo, il ruolo che lui riveste sul palcoscenico: «Non rivesto alcun ruolo, ma “ballo me stesso”. Siamo sette persone diverse, scelte di proposito perchè ognuno possa raccontare ciò che è nella vita quotidiana». A questo punto la domanda s’impone: chi è Arturo nella vita quotidiana? Lui non se l’aspetta, ma risponde volentieri: «Beh…io sono una persona molto chiusa in se stessa, anche se all’apparenza non dimostro tutto ciò. Evito di raccontarmi facilmente… Sbaglio se la chiamo estrema riservatezza? Non mi piace parlare della mia vita privata anche alle persone più vicine. Non preferisco quasi mai parlare di me. Solo la danza mi concede la libertà di dire tutto ciò che sono». Convinto di ballare e di andare oltre fin da subito, e con lui convinte anche le persone che gli vogliono bene.
Tra le sue prime “imprese”, la coreografia per lo spot promozionale dello spettacolo di Adriano Celentano all’Arena di Verona. Lo dice quasi sussurrando: non ama far parlare di sè in termini “propagandistici”. Quindi, diversamente da come pensiamo, ritorna a parlare di chi è, cosa che fino a quattro minuti fa non avrebbe fatto. L’arte di raccontarsi scende dal palcoscenico e al telefono si fa più intensa: «La danza è la mia vita; la Laccioland è il mio presente. Quanto al futuro, si vedrà. Gli impegni assunti adesso voglio portarli avanti con serietà nel rispetto di chi lavora con me e condivide con me questa esperienza». Grande determinazione.
A soli ventun’anni.
Pubblicato su Clarus n.3-2013