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    Home»Arte e Cultura»Antonio Morelli. Viaggio tra i "lavori forzati" di Dachau e Mauthausen
    Arte e Cultura Attualità Territorio Visita pastorale

    Antonio Morelli. Viaggio tra i "lavori forzati" di Dachau e Mauthausen

    Grazia Biasi23 Gennaio 20142 commenti

    Lunedì, in Prefettura per ritirare una medaglia al Valore civile. Il plauso e l’orgoglio di una paese e dell’Amministrazione comunale per un figlio alvignanese sopravvissuto all’inferno tedesco della seconda guerra mondiale

    guerra_alvignano3

    Classe 1916. Memoria inossidabile, mente forte e robusta, nessun segno di ruggine tra i suoi ricordi: tutto riluce chiaramente, come quel cucchiaio, di acciaio, che conserva in casa, souvenir dei suoi anni di prigionia nei campi di concentramento nazisti.
    L’abbiamo incontrato da poco: S. E. Mons. Valentino Di Cerbo, in occasione della visita pastorale alla parrocchia dei SS. Pietro e Paolo in Alvignano, ha voluto conoscerlo e farsi raccontare personalmente da lui, che di storie da raccontare ne ha davvero tante, il valore di una vita riconquistata a fatica. Sono i dolori, le umiliazioni, la fame, il freddo, la fatica, ma soprattutto la speranza. Solo alla fine della lunga conversazione, d’istinto tira fuori dalla camicia un crocifisso: “Lo vedete questo? E’ lui che mi ha aiutato”.
    guerra_alvignanoLunedì 27 gennaio, “Giornata della Memoria”, Antonio Morelli sarà premiato presso la Prefettura di Caserta con una medaglia al valore civile conferitagli dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Un traguardo reso possibile grazie all’interessamento del professore Carmine Mastroianni di Alvignano, oggi docente e giornalista nella Capitale. Seppur il  riconoscimento dato al signor Antonio giunge con qualche ritardo rispetto ai fatti, la comunità alvignanese va fiera di questo suo figlio, uno dei pochi ritornati in paese dai campi di concentramento, e ancora in forze da poter raccontare la Storia che non fu solo sua, ma di migliaia di uomini e donne convocati a morire.
    Riassume così i suoi anni trascorsi lontano da casa tra il 1940 e il 1945: “Guerra e prigionia!”, poi si lancia nel racconto preciso di date, eventi, luoghi, persone. Prima militare a Chieti, poi richiamato alle armi nel ’40: dal Piemonte a Salerno, poi imbarcato per l’Albania, (destinazione Durazzo), dove vi resta fino al 28 ottobre. Il tempo di una notte per passare il confine con la Grecia e prendere parte al secondo conflitto mondiale.
    Da questo momento il racconto di Antonio è quello di un giovane che faticosamente cerca di stare a galla perchè l’alternativa è solo la morte.

    La famiglia di Antonio Morelli con S. E. Mons. Valentino Di Cerbo, don Pasquale Rubino, il dr. Franco La Vecchia assessore alla Cultura del Comune di Alvignano
    La famiglia di Antonio Morelli con S. E. Mons. Valentino Di Cerbo, don Pasquale Rubino, il dr. Franco La Vecchia assessore alla Cultura del Comune di Alvignano

    Il 23 gennaio 1941 (proprio oggi…) subisce il ferimento ad una mano; viene condotto davanti al Tribunale militare in Albania con l’accusa di essersi ferito intenzionalmente. Una pena di venti anni: questo sarà il carcere da scontare, dapprima a Gaeta, poi dopo lo sbarco degli Americani a Salerno, viene trasferito a Peschiera del Garda. Ancora qualche tempo, e dopo la scelta di non collaborare con le SS inizia il suo duro calvario: destinazione Dachau in qualità di “lavoratore forzato” con il numero 53918. Siamo nel settembre del 1943. Ai primi di dicembre viene destinato a Mathausen e indicato come “prigioniero politico” con la matricola 40663. Lavora alla costruzione di aerei con il compito di collegare cavi elettrici: turni di lavoro pressanti ed estenuanti sotto il profilo fisico e psicologico che mettono a dura prova l’equilibrio emotivo di tanti come lui, costretti a lavorare e spesso a morire. In un momento di riposo nel letto a castello, dove il materasso è fatto di trucioli di legno, cade dall’alto (dal posto-letto di un francese) un cucchiaio di acciaio. Un tesoro, un’arma fondamentale per la sopravvivenza in un luogo come questo, dove il cibo si mangia con posate di legno. Quel cucchiaio è ancora con lui, e lo mostra orgoglioso.
    La concitazione provocata dall’arrivo degli americani contribuisce a generare tensioni nell’esercito tedesco che inesorabilmente impone ai “suoi” prigionieri lavoro, o morte: anche Antonio prende la strada delle camere a gas. Racconta di un cammino estenuante, durato 10 giorni, di cui 5 sostenuti grazie ad un pezzo di pane; gli altri invece segnati dalla fame: “in un bosco, posandosi a terra, vidi un osso. Lo presi e lo mangiai come fossi un cane: allora avevo i denti buoni…”. Ne parla fiero, e la sua voce si lascia andare ad una simpatica risata, come se a “vincere” quel momento di dolore, sia stato soltanto quell’osso e la possibilità di mangiarlo tutto.
    Racconti lontani, ma veri!
    Il cammino verso le camere a gas austriache s’interrompe con l’avanzata americana; la libertà è ad un passo, e così accade. Raggiunto il Brennero, il cammino verso casa è ormai una certezza. Giunto a Santa Maria Capua Vetere, passando dai camion ai treni, Antonio chiede un biglietto per Piedimonte d’Alife, immaginando il suo viaggio verso Alvignano su una linea ferroviaria che invece non c’è più.
    L’alternativa è tornare a piedi. Ed è così, pur di tornare a casa, dalla sua famiglia.
    Una storia bella, che convince di quanto l’uomo abbia sofferto e non si sia arreso, nemmeno di fronte alla morte. Esempio di coraggio e dignità mai scomparsi, nemmeno sotto il peso di calci e pugni, di pioggia battente e pungente sulla pelle. Coraggio e dignità rimaste vive perchè anche noi impariamo. Grazie.

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    2 commenti

    1. Daniela on 1 Dicembre 2014 18:05

      Anche mio nonno fu destinato a Mathausen come “prigioniero politico”,e torno anche lui a piedi da li.

      Reply
      • Redazione on 2 Dicembre 2014 11:12

        E’ possibile conoscere la sua storia?

        Reply
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