Quattro contributi: il tessuto delle relazioni, la mistica del popolo, il rapporto con i beni e la rappresentazione simbolica dell’umano
Gigliola Alfaro – “Quale umanesimo cristiano in terra campana?”: a questo interrogativo ha cercato di dare una risposta, sabato scorso, il convegno organizzato dalla Conferenza episcopale campana (Cec), a Pompei, come tappa regionale del cammino di preparazione al V Convegno ecclesiale di Firenze. Al centro della discussione quattro temi: il tessuto delle relazioni, la mistica del popolo, il rapporto con i beni e la rappresentazione simbolica dell’umano.
Una forma da valorizzare. Don Emilio Salvatore, rappresentante del clero nella delegazione regionale, ha affrontato il tema della “mistica del popolo”: pietà popolare, fede e religiosità. “La religiosità popolare – ha fatto notare – ha alcune caratteristiche importanti: semplicità, immediatezza, risposta a bisogni fisici e spirituali. Tutto ciò esprime una dimensione antropologica a 360 gradi”. Per questo, “la religiosità popolare è una forma di umanesimo cristiano da valorizzare”. Don Salvatore ha invitato a “evitare di leggere in modo formale la pietà popolare affinché non diventi uno scheletro senz’anima”. Un esempio positivo di pietà popolare è costituito dal santuario mariano di Pompei, che rappresenta “una storia di umanizzazione del territorio”. Il relatore ha anche lanciato la proposta di un laboratorio permanente sulla religiosità popolare alla Facoltà teologica di Napoli.Potenzialità e complessità. Alla luce di due parole-chiave – giustizia e responsabilità – Mario Di Costanzo, rappresentante del laicato nella delegazione regionale per Firenze, ha letto i contributi di alcune diocesi, mettendo in risalto “le grandi potenzialità della Campania, la molteplicità e la complessità dei problemi emergenti, la famiglia, la cura dell’ambiente, legalità e criminalità, la consapevolezza di un’assunzione di responsabilità da parte della comunità cristiana e segnatamente del laicato, la necessità di forti investimenti sul versante della formazione”. Di Costanzo ha portato l’esempio della Penisola sorrentina, “un territorio unico al mondo”, dove, però, “non mancano elementi di preoccupazione”, come “lo sfruttamento dei lavoratori, la trappola dell’usura, il gioco d’azzardo, l’alcool e la droga”, o di Castellammare di Stabia, dove “una cattiva gestione del territorio e il malaffare hanno soffocato la città”. Altro tema affrontato la cura dell’ambiente, tema “molto avvertito” in Campania. In proposito ha ricordato ad Acerra “la costituzione dell’Ufficio unico per l’educazione alla giustizia, custodia e salvaguardia del Creato”. La questione ambientale rinvia, poi, al tema della legalità e della criminalità.
Arte e fede. La rappresentazione simbolica dell’umano è stato il tema affrontato da Giorgio Agnisola, critico d’arte, che ha evidenziato come “nelle opere d’arte del Meridione l’incontro tra l’umano e il divino raggiunga vertici altissimi di partecipazione e densità spirituale”. Ha portato il caso emblematico di Sant’Angelo in Formis, vicino Capua, dove “maestranze locali, chiamate dall’abate Desiderio, dipinsero con uno stile più vicino alla sensibilità popolare, dando il là al romanico umanizzato”. Ha poi parlato del “legame tra arte e sentimento religioso in Campania: intercessioni, misericordia, gratitudine, devozione hanno trovato eco nella pittura, nelle arti decorative, nell’artigianato, negli ex-voto”. In Campania, dunque, “c’è una grande testimonianza di un’arte vivificata dalla fede”. L’arte, allora, “diventa una via di rinnovamento del nostro sentire religioso, attraverso una pedagogia delle immagini”. Le conclusioni sono state affidate a monsignor Antonio Di Donna, vescovo di Acerra e delegato Cec per il Convegno di Firenze: “In questi mesi c’è stato un cammino nelle nostre Chiese di inculturazione del tema scelto per Firenze, contestualizzandolo nel tessuto regionale”. Di qui la scelta dei quattro temi affrontati, che ha riletto anche alla luce dei cinque verbi della Traccia di Firenze.