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Migranti. Le storie dei ragazzi in fuga ospitati ad Alife e San Potito Sannitico

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Nei giorni scorsi Mons. Valentino Di Cerbo li ha incontrati e trascorso con loro un’intera mattinata. Presto in arrivo un altro piccolo gruppo anche a Piedimonte Matese

La Redazione – Ebraima K. (ormai per tutti, e più comodamente, Ibrahim) è figlio unico. In Gambia ha lasciato i genitori poveri, impossibilitati a mantenergli gli studi. È partito nel 2013 scappando verso il Senegal, poi sostando brevemente in Mali, Burkina Faso e Nigeria. “Ho attraversato il deserto del Sahara camminando per 5 giorni, senza cibo né acqua da bere, fino a giungere in un piccolo villaggio della Libia e successivamente nella capitale, Tripoli”.
È solo una delle tante storie di disperazione che abbiamo raccolto visitando le case della Diocesi che accolgono 14 migranti.
Vengono dal Gambia questi ragazzi ai quali la Chiesa di Alife-Caiazzo ha spalancato le braccia rispondendo all’appello urgente di Papa Francesco ad aprire le porte di parrocchie, conventi, e altre strutture all’arrivo  – ormai senza più freni – di uomini e donne in fuga da guerra, fame, schiavitù.
Qualcuno tra di loro già si conosceva, perché provenienti dallo stesso villaggio, altri provano a conoscersi in queste settimane di permanenza in Italia, si raccontano tra loro le storie di dolore e disperazione che li hanno spinti a fuggire attraverso il deserto, a sostare nelle carceri, ad attraversare il mare; racconti simili che finiscono con l’unico sogno: libertà, democrazia, lavoro, studio.
Sono sbarcati a Siracusa, poi la Prefettura di Caserta li ha assegnati alla Cooperativa sociale Civitas – gestita dalla dott.ssa Iolanda Cardarelli cui la Caritas diocesana ha affidato  – così come ormai è la prassi legale – la loro permanenza nel nostro territorio. Risiedono a Totari (frazione di Alife), presso la casa canonica, e a San Potito in una struttura parrocchiale adiacente la chiesa. Con loro ci sono 5 operatori, che hanno cura delle loro esigenze programmando insieme le attività giornaliere (dalle pulizie ai pasti, dal tempo libero allo studio della lingua italiana).
Immigrati alife-caiazzo Valentino Di Cerbo
I loro sorrisi dicono gratitudine, e adesso iniziano ad esprimere una nuova serenità ritrovata. Resta il futuro, tutto da costruire, ma al momento basta questo: un tetto, una casa accogliente, nuovi amici e l’affetto delle tante persone che bussano alla loro porta per esprimere solidarietà e carità.
A San Potito il locale gruppo del Centro Sportivo Italiano ha voluto ben 3 di loro (qui sono 8 i giovani migranti ospitati) nella propria squadra di calcio. Ottima l’intesa con il gruppo sportivo, dove in campo conta la fantasia, poche parole (in inglese) e gli sguardi per intendersi.
Nella frazione di Totari l’intero gruppo ha iniziato a studiare musica, nel frattempo vive una straordinaria esperienza di accoglienza grazie alla vicinanza degli abitanti del piccolo borgo nelle campagne di Alife. Un continuo via vai di persone che non stanno facendo mancare nulla ai nuovi residenti del posto: abbigliamento, cibo, compagnia, e la domenica mattina l’aperitivo in compagnia del parroco don Cesare Tescione.
Nei giorni scorsi Mons. Valentino Di Cerbo, vescovo di Alife-Caiazzo, ha voluto incontrare questi “figli”, e accompagnato dal direttore della Caritas don Arnaldo Ricciuto, ha visitato le case che accolgono i giovani. Uno scambio di battute in inglese è bastato per stabilire un primo fondamentale contatto: alle domande semplici del “come stai?” o “da dove vieni” è seguito uno scambio più intenso e il racconto di qualche storia.
Per Ebraima K. è proprio la lunga sosta in Libia a rappresentare il momento peggiore della sua fuga: “Sono stato costretto a lavorare senza nulla in cambio, poi  mi hanno messo in prigione. Venivo picchiato tutti i giorni, mangiavo solo un piccolo pasto al giorno, e così è andata per 1 anno e 5 mesi: 5 terribili mesi di prigione! Non ho mai potuto chiamare la mia famiglia, tanto che tutti i miei parenti e gli amici mi hanno dato per morto. Poi finalmente la traversata in mare su una barca affollatissima, dove ho pensato nuovamente di morire. Ora sogno di lavorare a vere presto una famiglia, ma anche poter aiutare i miei genitori poveri”.
Storie simili quelle di Ceesay A. torturato dalla polizia libica perché non in grado di offrire loro denaro. Sillah K., fuggito in cerca di democrazia “e per studiare” perché lui a scuola non c’è mai stato. Alpha Omar B., che ha visto il padre condannato a morte dal governo per aver provocato un incidente d’auto mortale. Krubally B., scappato per sfuggire alle persecuzioni che toccano ai figli dei padri “che si mettono a fare politica” in nome della democrazia.
È il caso di dire “benvenuti!”.
Storie come queste hanno affollano le barche che solcano il mare, quel piccolo pezzo di mare, che ci separa da tanto orrore. Sono le storie tante volte respinte e lasciate affondare senza averle mai ascoltate.
Fare ciò che è nelle possibilità di ciascuno, senza dimenticare che “ero forestiero e mi avete accolto” non è un aforisma, ma l’esperienza concreta di carità a cui ci richiama Gesù Cristo da 2000 (e più) anni.

Sul prossimo numero di Clarus mensile daremo più spazio alle storie di questi ragazzi e ai loro sogni di dignità.

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