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    Home»Attualità»Il Piccolo Principe, l’attualità del film ispirato al racconto di Saint-Exupéry
    Attualità Cinema

    Il Piccolo Principe, l’attualità del film ispirato al racconto di Saint-Exupéry

    Redazione11 Gennaio 2016Nessun commento

    Nelle sale cinematografiche sbarca il film dedicato a Il Piccolo Principe, racconto di Antoine de Saint-Exupéry e opera letta e tradotta innumerevoli volte eppure sempre attuale

    di Marco Testi – “Sembrerà che io mi senta male… sembrerà un po’ che io muoia. È così. Non venire a vedere, non vale la pena”.
    Tutto deve finire, a quanto pare. Lo sanno anche le fiabe, lo sanno anche gli aviatori, come Saint-Exupéry, creatore del “Piccolo principe”, che vedono la terra dall’alto, come gli stiliti, vale a dire gli eremiti che sceglievano di vivere su una colonna, cibandosi del poco cibo che veniva tirato su con una fune. Come il personaggio del “Barone rampante” di Calvino che sceglie di non tornare mai più a calpestare la terra e di vivere sugli alberi.
    A capodanno esce l’ennesimo film dedicato al bambino delle stelle e all’aviatore che cerca inutilmente di non farlo tornare alla sua patria, perché sa che così lo perderà. Il film di Mark Osborne partirà da un altro inizio, un po’ alla Hemingway del “Vecchio e il mare”, che è di circa dieci anni più “giovane” del “Piccolo principe”: una ragazzina conosce un vecchio aviatore che gli racconterà la storia del suo incontro con lo strano bambino.
    Un libro così celebre da essere tradotto in 253 lingue e aver venduto 134 milioni di copie non poteva non diventare film (il primo è del 1974), o addirittura una serie in più di cinquanta puntate, come è accaduto nel 1978.
    Certo, è parte del gioco – e del rischio – della fama, ma quello che rimane da settant’anni è sempre la medesima domanda: che cosa ci voleva dire Saint-Exupéry con questo libricino che lui stesso aveva illustrato, apparentemente per bambini? Domanda ingenua, come sarebbe ingenuo colui che pensasse che davvero questo sia un libro solo per ragazzi.
    Un libro cambia ad ogni lettura, perché ogni volta che rileggiamo il medesimo testo, ci appare, nelle stesse righe, qualcosa che prima non avevamo colto, un po’ per l’esperienza, un po’ per le nostre modificazioni, un po’ perché un libro, direbbe Umberto Eco, possiede significati illimitati.
    E una storia letta e riletta migliaia di volte può conservare ancora un angolo di verità ulteriore, di mistero? Sì, e il “Piccolo principe” è una di queste.
    Perché ci dice ancora oggi molte, forse troppe, cose. Ci dice che è possibile guardare all’amicizia adulto-bambino senza la perversione sessuale, che c’è sempre stata, ma che con la post-modernità è diventata pulsione miliardaria, a causa dell’amplificazione incontrollabile che le ha conferito il net. Che il discorso dell’altrove continua indisturbato anche nella contemporaneità, solo che gli uomini hanno bisogno di credere che si parli d’altro: togliete Dio, o l’Aldilà, metteteci il ritorno alla stella e il gioco è fatto.
    Tutto qui? No, questo è il fondo, il motivo primigenio, l’insopprimibile necessità del divino, comunque lo si veda, in noi. Ma vi è poi un altro aspetto, non secondario, di come l’uomo senta dentro di sé la nostalgia – e non vuol forse dire questa parola greca “dolore del ritorno?”- di qualcosa che preme per farsi largo nella sua anima: la dimensione del simbolo. Il linguaggio del simbolo è come il pane per l’uomo, non può farne a meno, semplicemente perché il simbolo è la struttura stessa della nostra mente.
    Noi pensiamo simbolicamente e siamo attirati da alcuni testi proprio perché questi vanno ad attivare dei “fantasmi” che dormivano dentro di noi.
    E nel “Piccolo principe” questi fantasmi regnano sovrani. La morte, il dolore della dipartita delle persone care che sembrano dirci nei nostri sogni o nelle loro antiche parole di non preoccuparci, di continuare ad avere fede. La necessità del dolore che non è cancellazione, ma un altro modo di vivere gli affetti, elaborazione necessaria per affrontare con più saggezza il mondo. L’accettazione della vita come passaggio, non come forziere da sorvegliare arcignamente contro tutto e tutti, e soprattutto la consapevolezza che la vita è accoglienza dell’altro, anche quando questo altro, ad esempio con il “rischio” dell’amore, ci pone di fronte alla sofferenza, alla coscienza della inevitabile fine di ogni cosa sulla terra.
    Antoine de Saint-Exupéry era un uomo d’azione e di pensiero, e andava incontro al destino con l’aria apparentemente scanzonata dell’aviatore un po’ guascone e nel contempo silenziosamente consapevole. Alcuni hanno scritto che se non fosse morto nel 1944 inabissandosi in mare con il suo aereo sarebbe sparito in un monastero lontano da tutto e da tutti, a tu per tu con Dio. Una “fine” volontaria, che è nello stesso tempo accettazione della necessità del Ritorno. Come il suo piccolo eroe.

    fonte Agensir

    Antoine de Saint-Exupéry il piccolo principe Mark Osborne

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