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Editoriale / Una “voce” per vederci meglio

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di Emilio Salvatore

È sempre una cosa presuntuosa auto-celebrarsi, anche se molto di moda di questi tempi. Prendo al volo l’occasione, allora, non tanto per dire una storia ma per rivendicare una dignità.
Viviamo in un mondo in cui ognuno pensa di accampare diritti, difficilmente di dover corrispondere anche con senso di responsabilità ad una presenza, una funzione, una vocazione. Il nostro periodico diocesano è nato ormai da 16 anni non per rispondere a motivazioni di propaganda, ma per rivendicare uno stile, il diritto-dovere di stare sul territorio matesino e/o alto casertano non tanto per alimentare conflitti e ritagliarsi aree di consenso, quanto per favorire il dialogo e la riflessione pacata sulla vita delle persone e dei nostri ambienti, credenti e non credenti, ma senza forzature, polemiche e aggressività di sorta.
Il nostro territorio non è piccolo, ma fortemente caratterizzato da spinte particolaristiche dovute alla connotazione antropologica della nostra gente, che conosce comunità esigue nei numeri, fedeli fino alla morte agli spazi ristretti, ma a volte incapaci di vedere il piccolo proiettato in scala più grande, le realtà limitate alla luce di un orizzonte sempre più vasto, la regione campana, l’Italia, il mondo.
Tale discorso vale anche in ambito ecclesiale: il tabernacolo di quartiere è bello se non contrapposto alla chiesa parrocchiale o alla Cattedrale, addirittura alla Basilica di San Pietro. La bellezza dell’uomo di oggi è quella di poter pensare in grande, informato in tempo reale su quanto accade in ogni parte, anche la più remota del mondo, pur vivendo in un luogo appena segnato sulla carta geografica. Se estendiamo questa intuizione a tutti gli aspetti sociali, etici e culturali, ci accorgiamo che non è facile trovare un punto di equilibrio tra queste due dinamiche, un’intersezione fra diversi orizzonti a partire dai quali collocarsi nella storia del nostro tempo. Le sfasature sono all’ordine del giorno e, come ci ricorda Papa Francesco, l’idea di periferia o di centro è solo una qualifica di comodo, a volte dettata da logiche di potere. Essere qui in questa nostra terra antica, ma ricca di storia, in questa nostra diocesi, esigua nei numeri ma dal cuore palpitante, sotto la cenere che gli incendi del tempo hanno depositato sui nostri volti, in mezzo alla gente confusa a volte, ciarliera, resistente ma non contraria al cambiamento, significa leggere la vita secondo il vangelo e coniugare vangelo e vita.
Clarus è riuscito in tutto questo? Non lo so. A volte sì, altre volte no, ma questa voce, pur tra molti limiti di risorse, continua a vivere e a parlare per farci vedere meglio!

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