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    Home»Editoriali»Tra il ‘Vaticano Due’ e il Regno di Dio
    Editoriali

    Tra il ‘Vaticano Due’ e il Regno di Dio

    Redazione17 Novembre 2016Nessun commento

    uragano-tempesta

    di Andrea De Vico

    Il Vaticano II, nella Lumen Gentium si è posta tre domande: da dove viene la Chiesa? Che cos’è la Chiesa? Dove va la Chiesa? All’interno della storia, la Chiesa è frutto dell’iniziativa divina di salvezza, è il luogo di un’altra presenza. Come il Verbo si è fatto carne, così la Chiesa si fa presente a tutte le situazioni umane. Essa è fatta di pellegrini, di gente che cammina seguendo una via (odòs): Ecclesia viatorum. Essa non è un assoluto, ma uno strumento, non un fine, ma un mezzo, non padrona, ma serva. Nessun successo deve stemperare in lei l’ardore dell’attesa. Nessuna presunzione d’essere arrivati, di possedere la meta della verità. Il Vaticano II ha maturato una Ecclesiologia a partire dalla Chiesa locale: una vera rivoluzione. Pensiamo ai sinodi delle Chiese locali, alla maturazione in consapevolezza delle Chiese nazionali.

    Ecclesia semper reformanda, la Chiesa è sempre da riformare, purificare, rinnovare. Anche nelle storie personali si registrano delle crisi, dei periodi, dei momenti brutti. La vita ne è piena zeppa.

    Crisi viene dal verbo krinein che significa separare, dividere, distinguere, vagliare, giudicare, decidere, secernere… Da questo verbo deriva il sostantivo krisis: scelta, svolta, cesura, scissione di legami, cambiamento, rinnovamento…

    La crisi è uno “stato di confine” tra un prima e un dopo. Ogni crisi presenta una doppia faccia: può costituire un pericolo, ma rappresenta anche un’opportunità. Potrebbe provocare un arretramento, ma anche una spinta ad avanzare. Quando una civiltà decade fino a raggiungere una soglia critica, un catastrofico punto di non ritorno, la crisi può significare una patologica disgregazione dei valori e dei poteri, ma potrebbe anche aprire un orizzonte nuovo, un futuro di progresso. Il prossimo sinodo dovrà prendere una decisione nuova, uno stile inedito per la nostra comunità diocesana: se continuare a tappare le falle che si sono aperte, riparando ciò che non può essere più riparato, lavorando la superficie e non il fondo, facendo affondare il battello che vorremmo salvare, oppure reagire sciogliendo ciò che era legato, liberando ciò che era imprigionato, traendo vantaggio dalle dinamiche insite alla crisi stessa. Si tratta di una decisione vitale: se rassegnarsi alla dispersione ed estinzione (non sarebbe la prima volta, vedi la parabola della vigna che sarà data ad altro popolo), o continuare ad esistere sulla base di una rinnovata fedeltà al Vangelo.

    C’è stata una parte di clero che ha maturato un senso del potere che non è per il servizio, ma è fine a se stesso, autoreferenziale. Quando un prete si abbarbica per tre generazioni alla stessa parrocchia come l’edera alla quercia che lo sostiene, finisce per gestirla come una cosa privata, un affare di famiglia. E ci sono stati dei fedeli che hanno stancato persino il Padreterno con le loro petulanze, le loro processioni e i polpettoni delle feste religiose: farebbero meglio a prendere un Vangelo da meditare, un libro da leggere, e carta e penna per prendere appunti, come faceva Carlo Magno mentre si accingeva alla fondazione dell’Europa moderna.

    La comunità diocesana ha bisogno di persone che sappiano abitare la quotidianità, che ragionino in termini di non-protagonismo. Chi vuol essere protagonista cera un evento e lo cavalca. Noi no: noi dobbiamo stare tranquilli a vivere lì dove Dio ci ha messo. La quotidiana fedeltà alla nostra fede si esplicita in questo atteggiamento di non-protagonismo. Non si tratta del programma di un rinunciatario, di un imboscato (bene vixit qui bene latuit, visse bene colui che seppe nascondersi bene). Gli imboscati ci sono, sia nella Chiesa che tra i funzionari della pubblica amministrazione; qui si tratta di un atteggiamento di sapienza, di assolvimento dei propri compiti privati e pubblici.

    C’è stato un tempo in cui le istituzioni morali, politiche e religiose superavano e sorreggevano gli uomini che le rappresentavano. La monarchia era più del re, il sacerdozio più del prete, il matrimonio più degli sposi. In grazia di ciò era possibile disprezzare un re o un papa senza che il principio della monarchia o della potestà pontificia venisse infirmato. Santa Caterina poteva scagliarsi legittimamente contro la corruzione del papato e del clero, e Dante a ragion veduta poteva anche permettersi di mandare all’inferno il papa regnante. Nel nostro tempo di decadenza il fenomeno si è invertito: le istituzioni sono amate o detestate a partire dalla simpatia che suscita il titolare, che sia papa, vescovo, sindaco o preside a scuola. Il Sinodo deve guardarsi dalla cattiva disposizione d’animo di chi misura i tempi della Chiesa con un metro di simpatia-antipatia personale, e mette sabbia nella benzina, compiendo un’odiosa azione di sabotaggio. Il Vescovo è più di Valentino Di Cerbo, e il Sinodo vale più di una nostra misura scioccamente personale.

    Se la recezione primitiva del Concilio è compiuta, la recezione piena è ancora lontana. Il Sinodo si propone di reinnescare il processo conciliare, senza la pretesa di concludere un discorso, perché il cammino nella Chiesa, nella nostra Diocesi, continui in direzione del Regno di Dio.

    editoriale

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