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Un Sinodo… in fretta

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di + Valentino, vescovo

Mi è capitato tante volte di sentire inviti alla calma e alla prudenza. Sembra questa la saggezza. Ma, leggendo alcuni testi evangelici – il racconto della Visitazione (Lc 1,39-45), dei pastori che vanno “senza indugio” alla Grotta (Lc 2,16), di Maria Maddalena, Pietro e Giovanni, che si recano al sepolcro, la mattina di Pasqua (Gv 20,2-8) – ho capito che la fretta spesso è il segno dell’amore.

Quando ho cominciato a parlare del Sinodo, molti mi hanno detto: “Che fretta c’è? Le cose vanno prese con calma…”.  Ma penso che dopo 194 anni dall’ultimo sinodo diocesano alifano e 80 da quello caiatino, la nostra Chiesa locale abbia diritto ad un atto d’amore che la riscatti al più presto e ancora una volta dal disagio di essere sovente incompiuta, in tutte quelle cose che rendono una diocesi normale: la Visita pastorale, il piano pastorale,una Curia funzionante, un annuario diocesano, norme condivise, segni concreti e strutturali di attenzione ai poveri, il Sinodo, e che non la ponga nella condizione di inferiorità di chi può esibire poco, non ha una regola di vita chiara e condivisa, stenta a vivere una forte appartenenza ecclesiale e a definire la propria identità.

La nostra Chiesa locale ha diritto ad un atto d’amore che la riscatti al più presto dal disagio di essere sovente incompiuta

Il nostro primo Sinodo diocesano nasce, pertanto, dall’amore e dalla voglia di riscatto di una Chiesa, spesso rassegnata e umiliata dai suoi stessi membri. Quando, al mio arrivo in Diocesi, chiesi agli incaricati di curia di essere presenti in ufficio nei giorni di udienza del Vescovo, seppi che qualcuno commentò con un Confratello: “Il nuovo Vescovo pensa di stare ancora a Roma!”.  In effetti, io mi rendevo conto di aver lasciato la Capitale, ma pensavo di essere stato nominato vescovo di una Chiesa normale.

Abbiamo deciso di far durare il Sinodo un anno. Molti sono i motivi che hanno portato a questa decisione: il tempo ancora a disposizione – due anni circa – dell’attuale Vescovo, che, completando la Visita pastorale, ha conosciuto bene la Diocesi e i suoi problemi; il timore che un nuovo Vescovo, dovendosi ambientare, possa ancora rimandare il sinodo; la necessità che finalmente la nostra Chiesa si metta allo specchio e, dopo 30 anni di vita, guidata dalla Spirito, si domandi in modo non occasionale chi è e cosa vuole essere, e fissi dei punti fermi che ne definiscano l’identità. Questa esigenza fu avvertita già nel Convegno del 1980, l’ultima volta che analoga, ma non identica esperienza è stata fatta insieme dalle due antiche diocesi di Alife e di Caiazzo, producendo alcune linee programmatiche ormai non più rispondenti alla mutata situazione socio-pastorale del territorio.

Il Sinodo non si propone principalmente di dare norme (anche se necessarie per tracciare l’identità di una Chiesa locale), ma di promuovere un’esperienza di riflessione, di responsabilità e di comunione, analoga a quella che si realizzò, secondo il prof. Giuseppe Alberigo, nel Concilio Vaticano II, che prima di testi legislativi e pastorali produsse un clima ecclesiale nuovo. Il risultato principale del Sinodo, pertanto, non deve essere il Libro del Sinodo, ma incontrarsi, sognare e camminare insieme verso il futuro, nella fede e nella comunione.

A questa scelta, mi hanno orientato due fatti: l’esempio del Vescovo Sant’Alfonso Maria de’ Liguori che, dopo la Visita Pastorale del 1764, decise di non indire un lungo sinodo che avrebbe fatto perdere l’effetto positivo dell’evento precedente, ma di inviare, subito dopo, soltanto una serie di lettere operative al Clero della Diocesi di Sant’Agata dei Goti; e la constatazione che, laddove il Sinodo è durato a lungo, la preoccupazione dell’approfondimento delle varie tematiche e la presenza frequente di illustri docenti, hanno fatto prevalere il pur importante intento formativo su quello di responsabilizzare le componenti della Chiesa locale circa la propria missione nel territorio. Anche qui penso che la “fretta” per amore possa premiare. E poi, se il Sinodo non dovesse ottenere risultati importanti, come tutti auspichiamo, costituirebbe comunque un precedente da ripetere e migliorare in seguito, per raggiungere meglio gli obiettivi propri di una tale esperienza ecclesiale. Però, in quel caso, non sarebbe più il “primo solco”, ma il secondo, che si potrebbe avvalere dell’esperienza e delle competenze precedentemente accumulate e portarle a perfezione. Ma con maggiore consapevolezza della propria identità e delle proprie potenzialità.

Desidero offrire queste riflessioni alla mia Chiesa, per rispondere all’eccesso di prudenza che spesso ne ha paralizzato la vita, anche se forse ha fatto evitare i rischi tipici di chi ha il “coraggio di osare nella pastorale” (Paolo VI) e non accetta di far poco per non sbagliare; come pure all’atteggiamento un po’ presuntuoso di chi considera la Diocesi e le sue componenti “dilettanti allo sbaraglio” che ambiscono ad attribuirsi la gloria di aver realizzato il Sinodo, senza rendersi conto della posta in gioco.

A questi ultimi vorrei dire di stare tranquilli e di accostarsi all’esperienza sinodale con entusiasmo, umiltà, disponibilità e soprattutto con un supplemento d’amore, capace di condurli, con Maria, a realizzare cose belle per la nostra Chiesa.

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