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“Io sono la vite vera”, commento al Vangelo di domenica 29 aprile

"La potatura è un'operazione che richiede mano esperta", come quella del "divino agricoltore", il quale "taglia qui, taglia là, e noi siamo spogliati delle cose superflue che appesantiscono la nostra vita"

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A cura di don Andrea De Vico
Anno B – V Domenica di Pasqua (Gv 15, 1-8)

“Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto”.

Ci troviamo nel contesto dell’ultima cena, nel discorso d’addio che Gesù pronuncia davanti a pochi intimi. Egli afferma che la vite (la sua persona) ha una relazione essenziale con il vignaiolo (il Padre). Gesù “definisce” sé stesso – e la missione che sta per compiere – in relazione al Padre: egli non fa nulla da sé. Poi sviluppa la metafora introducendo un terzo elemento, quello dei “tralci”, alludendo agli amici lì presenti. Anch’essi, da sé, non possono nulla: “senza di me non potete far nulla”. È chiaro come in agricoltura: il vignaiolo, la vite, la potenza vitale, i tralci.

L’analogia è potente. La potatura è un’operazione che richiede mano esperta, i contadini ne sono gelosi, difficilmente permettono ad altri di toccare le piante. Tagliare una vite e metterla sotto disciplina sembra un atto di crudeltà. In realtà, se nella vite scorre la forza della linfa, l’agricoltore fa attenzione a non disperderla inutilmente, nella direzione sbagliata, per cui elimina i tralci esuberanti che succhiano solo energia, e concentra la linfa nei tralci buoni. È un’immagine della vita spirituale. C’è un Divino Agricoltore che scarta gli in-tralci e mette a regime quelli che promettono bene. Taglia qui, taglia là, e noi siamo spogliati delle cose superflue che appesantiscono la nostra vita. La sofferenza è dunque inevitabile. È Dio che sfoltisce l’albero, potandolo con la mano attenta del contadino. Sembra un atto ostile, e quando noi soffriamo sembra che Lui ci voglia del male, che sia arrabbiato con noi. Ci sembra strano che Dio faccia piangere i “buoni”, mentre tutta questa gentaglia di malaffare se la spassa in tutta tranquillità. In realtà, se non ci fosse il pianto della vite, la sua forza vitale si disperderebbe, e la gradazione del vino risulterebbe compromessa: il “pianto” ne concentra le forze. E poi chi ha detto che la malavita ripaga?

La stessa libertà umana comporta una serie di decisioni più o meno difficili. “De-cidere” significa appunto “tagliare”. Nel momento in cui devo prendere una decisione, mi trovo di fronte a un ventaglio di possibilità. Devo tagliare, scartare, rinunciare a tante altre possibilità che la vita mi mette davanti. Non posso avere troppi hobby, troppi divertimenti, troppi studi, troppi amici, troppe persone da amare. Se i miei tralci si allungassero a tutte le esperienze possibili, senza il coraggio di una scelta, io non farei altro che disperdere le forze, perdendo di vista quello che conta, ritrovandomi a cinquant’anni con un nulla di fatto, con un pugno di mosche in mano. Senza parlare di quei genitori che guardando altri genitori si mettono in testa di far fare ai figli tutte le esperienze possibili e immaginabili: sono dei “cattivi agricoltori”, lavorano per dissipare. Meglio concentrarsi su quelle poche cose che i figli dicono di amare, e che i genitori sono loro in grado di offrire.

Facendo una passeggiata nei boschi, tra le “lenze” di terra un tempo coltivate e ora ridotte all’abbandono, è possibile notare tra i cespugli qualche vite inselvatichita che si allunga come capita, senza mai diventare un ceppo solido e adatto a produrre grappoli. Le foglie sono grandi e verdeggianti, ma in autunno il ciclo si chiude senza frutto. Tante esistenze umane sono fatte così: in gioventù promettenti e cariche d’energia, poi imboccano una una via sterile, piena di illusioni, desolazione e tristezza. È proprio vero, lui l’aveva detto: “senza di me non potete far nulla”. Ecco ciò che Gesù chiede ai suoi discepoli, alla vigilia dell’evento pasquale, con questa storia del vignaiolo, della vite e dei tralci. Egli se ne sta andando, ma chiede si suoi di “rimanere” nel suo amore. Alla vigilia del dramma, un lascito d’amore! Oltre a quello di vita spirituale, qui c’è il principio della vita ecclesiale: “rimanere” in lui, crescere, portare frutto, amare secondo un’idea di comunione, non con uno spirito di appropriazione e possesso. Del resto noi non abbiamo nulla che sia veramente nostro. Ci illudiamo dei titoli di proprietà, delle case, dei terreni e dei conti in banca che diciamo “nostri”, ma se veramente abbiamo qualcosa, prima o poi ci verrà tolto, scippato, rubato, vaporizzato … nel migliore dei casi lo lasceremo ad altri, senza neanche sapere chi è che farà la festa con le cose che avremo sconsideratamente accumulato noi. Siamo anche tentati di “appropriarci” della vita degli altri, tutte queste storie di dipendenze, di amori malati, di amori traditi.

Eppure è proprio in “questo nulla che abbiamo” che consiste la nostra libertà, la nostra forza. È un chiaro segnale, per chi vuole intenderlo, che su questa terra non si vive, ma ci si prepara a vivere! L’essenza della resurrezione! Il segreto è in una parolina piccola piccola: “rimanere”. Come Gesù rimane nel Padre, così anche noi in lui. Senza questo spazio di comunione e di vita interiore, l’ “io” non riuscirà mai a dire: “noi” in un modo libero, e saremo sempre tentati di piegare il “noi” all’ “io”, instaurando dei rapporti di forza, come quella suocera che non si arrese mai, e fino all’ultimo dovette vedere cosa fare per guastare il matrimonio dei figli. Negli eventi che sconvolgono la vita non è dunque tanto importante chiedermi: “cosa farò?” o “come farò?”, ma è importante una cosa sola, una sola condizione: “rimanere in lui”. Tutto quel che ho, devo renderlo in amore. È così che arriverò al frutto!

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