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Nel nome del Padre, commento al Vangelo di domenica 27 maggio

Le tre Persone della Trinità (Padre, Figlio e Spirito Santo) sono attori di uno scambio continuo, che rappresenta una trasmissione di vita

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A cura di don Andrea De Vico
Anno B – SS.ma Trinità (Mt 28, 16-20)

La filosofia cristiana, sulla scia degli antichi filosofi pagani, afferma che la volontà umana ha per oggetto il Bene. Per conseguirlo, essa ha bisogno di un’energia straordinaria: l’“amore”. In amore i soggetti coinvolti sono tre: l’amante, l’amato e l’amore che li unisce. Così la vita intima di Dio: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Le relazioni trinitarie ci dicono che Dio è Famiglia, per cui usiamo la bella espressione di “Famiglia Divina” O “Famiglia Trinitaria”. Il Padre testimonia a favore del Figlio: “Questi è il mio Figlio diletto: ascoltatelo!”; lo Spirito ci insegna a dire: “Abbà, Padre!”; il Figlio ci dona il suo Spirito. Ognuna delle tre persone non parla di sé, ma rimanda all’altra, in un movimento che gli antichi padri chiamavano: “pericoresi”, traducibile con “rotazione”, “scambio”, alludendo a un intimo “uscire” fuori da sé – la propria dimora – per andare incontro all’altro, nella casa o nell’ambiente (“kora”) dell’altro.
Nella religione mediterranea preistorica, in epoca matriarcale, prevaleva l’immagine della dea-madre terra, suprema divinità. A cavallo tra la preistoria e la storia giunsero ondate di popoli indoeuropei, patrilineari e guerrieri, per cui prevalsero le divinità maschili, facenti capo a un dio-padre che legittimasse la costituzione patriarcale. Le antiche divinità sono contrassegnate da evidenti connotazioni sessuali, e anche noi nelle Sacre Scritture ci chiediamo che cosa vuol dire che Dio è padre e madre, con i corrispondenti attributi divini della giustizia e della misericordia.
La cultura post-moderna è caratterizzata da una riflessione detta gender”: al fine di contrastare le violenze e le discriminazioni che in società si manifestano a motivo del sesso e delle istituzioni gerarchiche (famiglia, stato, religione), si afferma la realtà dell’ indifferenziato”. Il discorso suona più o meno così: biologicamente si nasce maschi e femmine, ma ognuno deve essere lasciato libero di decidere da sé ciò che sente di essere o ciò vuole diventare, al di là dei ruoli o degli stereotipi tradizionali, che talvolta vengono imposti con immense sofferenze per le persone, a partire dall’infanzia. In questo modo si pensa di neutralizzare anche la violenza omofoba. In realtà, la ricerca trans-umanistica si risolve in una “evaporazione” di umanità. Anche la distinzione tra gli umani e gli animali sbiadisce: gli umani finiscono per essere considerati come gli animali, e gli animali come umani, dalla pubblicità per i cani e i gatti fino ai “diritti” degli animali. Non possiamo permetterci il lusso – o il rischio – di saltare la natura, rinunciando al gioco della differenza. Non è detto che rimuovendo o riconsiderando le differenze possiamo risolvere i problemi della violenza e dell’omofobia, anzi, nascono nuove forme di esclusione, ben più sottili delle grossolane e canoniche evidenze di maschio e femmina. Tuttavia l’“istanza-gender”, vista in filigrana, vuole dare una risposta a una legittima aspirazione, rappresenta il progetto – o sogno positivo – di una umanità pacificata, non disturbata da esasperazioni sessuali, classiste o speciste, libera di esprimere ciò che sente, ciò che vuole, ciò che desidera. Ma è possibile tutto questo?
In passato, la teologia della Trinità, cercando di capire il tipo di relazione che intercorre tra Padre, Figlio e Spirito Santo, superando gigantesche controversie, elaborò il concetto di “persona”, di cui oggi ci avvaliamo nei campi più disparati della cultura. Dalla stessa riflessione trinitaria potrebbe arrivare una suggestione utile al nostro tema. Dio non è né maschio né femmina, non ha certo bisogno di riprodursi né di auto-prodursi, non è sessuato, non ha seni, non ha barba, non è indeciso, ma siamo noi che quando parliamo di Lui (pronome personale maschile) usiamo connotazioni riconducibili alla dualità sessuale.
Nella professione di fede, il Figlio è detto “generato” (la stessa parola di “gender”), “non creato”. L’intima comunicazione della vita divina si attua nella generazione, non per il tramite della differenza sessuale. La “pericoresi” desiderata dall’istanza-gender, questo scambio tra le persone, questa trasmissione di vita, questo inabitare l’uno nell’altro – sia detto ai credenti di qualsiasi tendenza – è una possibilità reale, ma è di là da venire. Per ora contentiamoci delle vere amicizie, quelle che non hanno interessi di sorta. I veri amici sono più amici di quanto non lo possano essere un uomo e una donna, un marito e una moglie, o un sodalizio omosessuale, perché di mezzo non c’è il sesso, non ci sono le preferenze sessuali. Il sesso (da “secatum” “diviso”) è principio di divisione, per cui, se vuoi stare bene col tuo partner, paradossalmente devi imparare anche a fare a meno del sesso, come dimostrano belle comunità che vivono i voti religiosi nell’amicizia solidale, dandoci un assaggio, un presentimento, un anticipo del mondo che verrà, e della vita trinitaria.
La risposta al problema della violenza e dell’omofobia non va cercata in una post-umanità indefinita, gassosa, anti-identitaria e magari fiera del colore delle sue mutande (cosa che proviene dalla cultura), ma nella carne stessa. Difatti la nostra è una religione dell’incarnazione, non è possibile saltare i passaggi della natura, della mascolinità e della femminilità. È vero che la dualità sessuale comporta dei ruoli e dei modelli, è vero che questi non devono essere imposti, è vero che dobbiamo stare attenti alla delicatezza dell’età evolutiva, ma neanche dobbiamo sminuire la valenza pedagogia delle persone che la dualità l’hanno realizzata e la propongono con tutta la fatica e l’inevitabile sofferenza che essa comporta. Non è facile diventare uomo, diventare donna, non è possibile bypassare quel minimo di “violenza naturale” – passi il termine – come avviene in una nascita o in un agone sportivo. Non esiste essere umano che possa sottrarsi a questo dramma.
La pace e il rispetto dell’altro va cercata nel rapporto tra le generazioni, tra il maschio e la femmina, tra i genitori e i figli, tra i fratelli. Se la pace si realizza a questo livello, non ci sarà più posto per l’omofobia e le altre forme di “violenza umana”. In un bambino, il primo fattore di contenimento dell’aggressività, o della violenza, o di quella bestiolina che è dentro di lui, è la figura paterna, non un dio sadico che detta legge, ma il principio di una legge che riconosce il desiderio: “nel nome del padre”. Sono argomenti che allo stato attuale creano barricate, rifiuti, paure: abbiamo tutti un po’ bisogno di quella “pericoresi” trinitaria che ci invita a costruire e abitare una cultura, una città, un pensare comune.

 

      

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