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Riposatevi un po’. Commento al Vangelo nella XVI domenica del Tempo ordinario

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Anno B – XVI  per Annum (Mc 6, 30-34)
A cura di don Andrea De Vico

“Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano insegnato. Egli disse loro: ‘Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”.

Dopo le prime settimane di predicazione, Gesù e i discepoli sono pressati da una folla che non da tregua. La prima uscita è stata un gran successo! Gli apostoli tornano trionfanti e raccontano, ma il Maestro dice: calma, venite in disparte, riflettete, riposate, imparate. Gesù non si fa prendere dalla frenesia dell’apostolato. Gli incontri con la gente, fin dall’inizio, sono sempre cadenzati da momenti di intimità e di preghiera intensa. Eppure nessuno avrebbe potuto mostrare più … fretta di lui, aveva il tempo contato: tre anni per evangelizzare, tre giorni per chiudere il “Nuovo Patto”! E’ impressionante considerare quanto tempo egli abbia dedicato al ritiro e alla preghiera!

Questa propensione di Gesù alla preghiera solitaria, lungo i secoli, ha ispirato un movimento grandioso e senza eguali: schiere di “eremiti e cenobiti” che, a imitazione del Maestro, si sono ritirati “nel deserto”, per tutta la vita. Tra l’altro, gli eremiti rappresentano una reazione di disgusto di fronte alle dissipazioni e dissolutezze della vita mondana: essi abbandonano la città e cercano la perfezione interiore, la “vita unificata”, il “bios monotropos”, una sorta di vita celeste anticipata. Il primo grande eremita fu Sant’Antonio Abate, che visse intorno al IV sec.

Talvolta, però, gli eremiti giungevano a delle soluzioni improponibili, come quella di Sant’Arsenio (IV-V sec.), educatore della famiglia imperiale di Teodosio. Egli fuggì le distrazioni della vita di corte e se ne andò in Egitto, nel deserto, insieme ad altri monaci, ma neanche con questi se la sentiva di … comunicare troppo! Quando gli dissero che stava esagerando, rispose che non poteva stare con Dio e con gli uomini simultaneamente. Egli spiegò che, al di sopra del cielo, ci sono miriadi di angeli e di esseri celesti che fanno una sola volontà, quella di Dio, mentre quaggiù gli uomini seguono ciascuno una volontà propria. Per conseguire l’unità interiore, bisogna seguire un solo volere, quello di Dio. Presso gli uomini non si trova mai pace, perché ognuno vuole una cosa diversa. Il motto di Sant’Arsenio era: “fuggi gli uomini, taci e sta tranquillo”.

San Basilio (IV sec.) cominciò con una carriera mondana brillante. Convinto dalla sorella Macrina, andò a visitare gli eremiti egiziani, ma non ne fu molto entusiasta. Erano degli uomini dalla vita severa, sicuramente più vicini a Dio, ma questo non gli bastava. Infatti, se secondo il Vangelo la regola suprema è l’amore fraterno, come può un eremita amare il prossimo, se lo fugge? Inoltre, anche la vita solitaria non è esente da inganni da parte del demonio, per cui la vicinanza dei fratelli è utile, per farci capire dove sbagliamo. Moderando l’austerità della vita eremitica, San Basilio indicò una terza via: la “vita comune”, o “cenobio”, luogo dove si riuniscono tutti i fratelli che seguono lo stesso ideale. Così diede inizio alla vita “cenobitica”, ossia “comunitaria”. L’ideale della “vita unificata”, il “bios monotropos”, doveva passare attraverso l’incontro con i fratelli.

Sant’Antonio Abate e San Basilio diedero un impulso formidabile alla vita religiosa. La “Regola di San Basilio”, ben prima di quella di San Benedetto (V-VI sec.), ebbe un grande influsso sia in oriente che in occidente. Più tardi verranno i monasteri, gli ordini, le congregazioni religiose e mille altre fioriture, ma la matrice, o l’esigenza, è sempre la stessa: seguire Cristo più da vicino.

E noi? Noi facciamo fatica a capire che il vero riposo è la preghiera, la sola cosa in grado di ricostruire le nostre energie spirituali. La nostra miseria è tale da confondere la preghiera con l’immobilismo, la passività, la mancanza di iniziativa, la perdita di tempo!

In realtà la nostra malattia si chiama: “attivismo”, e con la scusa delle opere sociali e caritative, mettiamo da parte quel che conta davvero, la preghiera, finendo per sprecare tanta fatica nel nulla. L’estate in particolare, invece di farci tornare le forze, diventa il tempo della dispersione, della diaspora, dello svuotamento spirituale, e noi torniamo dalle cosiddette “vacanze” più stressati e più depressi di prima. Assurdo. Non ci diamo più il tempo di capire e gioire di ciò che la vita ci offre ogni giorno. Non sappiamo più viaggiare, ma viviamo un “trasferimento perpetuo”, come in autostrada. L’unica preoccupazione è quella di superare la distanza tra due punti nel minor tempo possibile, senza godere nulla del paesaggio che attraversiamo. Una vita tentacolare che ci sfugge di mano: arriviamo all’altro capo dell’esistenza senza neppure accorgerci di averla vissuta.

Dovremmo tornare all’ideale che ha informato la vita religiosa: una vita interiore ed esteriore “unificata”, un “bios monotropos” che consiste nell’avere un solo pensiero, un solo scopo nella vita, e fare in modo che tutto vi ruoti attorno. Questo ideale è accessibile a tutti: ogni discepolo di Cristo, sulla scia del suo Maestro, può essere simultaneamente un po’ eremita e un po’ cenobita, può darsi la possibilità di vivere tanto in solitudine quanto in fraternità.

La “vacanza” di Gesù e degli apostoli è di breve durata. Giusto il tempo di attraversare il lago, magari di fermarsi e pescare qualcosa. Ma neanche lì la gente lo lascia stare in pace: hanno fatto il giro del lago per incontrarlo all’altra riva. Gesù non si irrita, come fanno le “star” per la petulanza dei loro “fans”, anzi: “ne ebbe compassione, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise ad insegnare loro molte cose”. Così anche noi, prendiamo il meritato riposo, ma pronti a interrompere le ferie, se una particolare necessità del prossimo ce lo richiede!

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