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Black Friday, quando l’uomo dimentica di “essere”

Nel Black Friday c'è la manifestazione dell’eccesso egoistico puramente umano. Ecco la rilfessione del dr. Davide Cinotti per la rubrica Antropos

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L’espressione “discorso del capitalista” richiama alla frammentazione e alla precarietà della condizione esistenziale e sociale ipermoderna. È in pratica ciò che succede da 3 anni a questa parte anche in Italia in quei giorni denominati Black Friday in cui tutti i mass media all’unisono ci convincono ad acquistare l’impossibile solo perché è super scontato. È la paralisi del senso, l’infatuazione del superficiale, il delirio di acquisto più frenetico alla faccia del risparmio, dell’oculatezza, del necessario, dell’essenziale, dell’essere. Il “discorso del capitalista” esalta il godimento a scapito di ogni forma di legame. Il sacrificio di sé tipico dei primi capitalisti è annullato dall’imperativo del consumismo, inteso come consumo di consumo. Il discorso, più di ogni altro, impoverisce la complessità del presente e le nostre qualità mentali. Pone dei forti limiti a quell’immaginazione creativa necessaria per interpretare in modo evolutivo le trasformazioni in corso.

Riflettevo e pensavo che nel Black Friday (lì dove si eccede e non dove c’è finalmente l’acquisto di quella merce desiderata e ora accessibile per i costi più contenuti) c’è la rappresentazione dell’eccesso egoistico puramente umano. Oltre all’esaltazione dell’inutile, abbiamo visto in questi giorni il pervertimento dell’utile, ciò ad indicare che, nell’attribuire un valore alla relazione sociale, l’utile è il singolo parametro, che annichilisce qualsiasi altra dimensione dell’agire. Bellezza, giustizia, solidarietà evaporano, assumendo la fumosità retorica delle buone intenzioni. Nella relazione con l’altro diventa prioritario avere un congruo tornaconto e le relazioni sociali tendono ad assumere un valore strumentale. Non solo l’utilità è assunta a valore, ma anche l’idea di performance efficiente è centrale, nel senso della velocità con cui si deve ottenere ciò che serve e anche ciò che non serve. I contesti sociali richiedono una velocità di esecuzione degli obiettivi imposti o sollecitati che lascia poco tempo per ritardi, eventi gratuiti, momenti di socialità, di ascolto e di condivisione, ecc. Oltre all’utilità, e alla velocità, è richiesto di rispondere a standard rigorosi, che stabiliscono criteri universali per essere più veloci ed efficienti nel raggiungimento dei risultati. L‘uomo occidentale diventa sempre più una macchina di godimento, dove non c’è più spazio e tempo per il desiderare qualcosa o qualcuno. L’ossessione e la frenesia che spingono all’acquisto, al consumo, all’eccedenza ingannano in maniera abnorme il “capitalista” che non capisce che dietro la demagogia del nuovo si nasconde la delusione dello stesso.

Ciò che compri ora, tra pochi istanti è già vecchio. Ed allora? Si compra ancora, si cambia, si ricomincia il giro. Senza freni. Tipico delle ludopatie e delle dipendenza da sostanze. Dipendenti dal consumo. Questo stiamo diventando. Bruciare dietro il godimento: questo è il dictat che si autoimpongono i più. Si deve sempre essere sulla cresta dell’onda della frenesia, dell’eccitazione, del godimento. Si dimentica che dove non vi è più desiderio, ma prevarica il godimento c’è un abisso di morte. È l’inumano tecnologico che va a riprodursi in modo seriale anche nel mondo del lavoro, dove la dimensione sociale e artigianale del lavoro rischia continuamente di essere ridotta a procedura standardizzabile e anonima. L’umano del gesto tende trasformarsi in una componente meccanica riproducibile, impersonale, volta alla veloce precisione di un gesto utile e puntuale, che non si può permettere approssimazioni o improvvisazioni fuori dagli schemi protocollati. Restano forse spazi e tempi nuovi, inesplorati, in cui l’umano possa esprimersi con tutta la sua spontaneità, fragilità, consapevolezza. Al di fuori del gergo dell’ossessivo, dell’utile, del performativo, gli ambiti generativi della socialità, della giustizia, della prossimità forse possono ancora essere frequentati. Un forse che non è semplicemente avverbio dubitativo, ma è un appiglio sottile e sublime su cui il discorso del capitalista si infrange, pietra d’inciampo su cui provare a modulare un’andatura nuova.

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