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“Chiesa di Alife-Caiazzo, guarda oltre!”, il Vescovo Valentino Di Cerbo nella messa crsimale

Gioiosi, timorosi, riconoscenti: ecco la Diocesi riunita in uno dei momenti più intensi dell'anno. In Cattedrale mercoledì sera, per la messa crismale, sono giunti da ogni parrocchia del territorio

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In Cattedrale per la messa Crismale, la celebrazione che rende una sola cosa l’intera famiglia diocesana intorno al suo Vescovo: un momento che unisce, preti, religiosi, laici (e sono catechisti, ministri della Comunioni, collaboratori), e poi i giovani delle parrocchie, le famiglie, gli anziani: tutti attendono di entrare nei giorni del triduo pasquale passando per una porta stretta, fatta di parole forti che in questa celebrazione si sintetizzano in una serie di gesti e impegni che scuotono la Chiesa, e la invitano ad essere un abbraccio, tra i suoi membri e per il mondo; specchio di un amore che anticipa già i segni della Resurrezione.

Il “Signore ci chiama ad essere chiesa, famiglia, segno di quel mondo nuovo che Lui vuole costruire tra noi, pieno di umanità e di amore, pieno di fiducia…”. Il Vescovo Valentino Di Cerbo è tornato in questa circostanza a parlare di noi, di famiglia che sa ricostruirsi giorno dopo giorno, sa guardare avanti e sa mostrare premura reciproca contro la caducità generata dal male che brucia, infiamma e talvolta trova, nelle fragilità di tutti, legna secca da ardere.

“Signore siamo la tua Chiesa, ci mettiamo nelle tue mani, rendici bella, aiutaci  ad essere come tu ci sogni perchè dai sogni dipende la vita del mondo e di questo territorio”, la preghiera che il Vescovo ha innalzato per la sua  Chiesa nel giorno in cui si benedicono gli olii, quelli dei sacramenti, fondamento della vita di ogni credente.
In tre parola Mons. Valentino Di Cerbo ha sintetizzato lo stile della famiglia riunita in questa circostanza: “Tutti insieme ci mettiamo davanti al Signore, gioiosi perchè ci ha raccolto, ma timorosi per le nostre infedeltà che hanno impoverito la storia di questo territorio ma che il Signore stesso ha premura di sanare, e riprendere perchè ciascuno di noi e tutti noi siamo la sua sposa bella di Alife-Caiazzo”. E poi ha aggiunto: “Siamo qui riconoscenti, perchè ci fa fare questa bellissima esperienza di fede ma anche di umanità diversa…”.

Forte richiamo all’attualità da parte del Pastore, coniugando la riflessione in termini pastorali e spirituali. A partire della fiamme che hanno devastato Notre Dame di Parigi, Mons. Di Cerbo, oltre a spendere parole di respiro universale ricordando le numerose altre chiese del mondo anch’esse devastae dall’odio ha poi ricondotto l’esperienza all’oggi della Chiesa di Alife-Caiazzo: “i nostri occhi in questi giorni sono pieni delle immagini tristi dell’incendio della cattedrale di Parigi, soltanto inferiore a quella di tante altre chiese, soprattutto in Iraq e in altre parti del mondo, in cui all’interno delle chiese sono stati bruciati anche i cristiani. Come detto da più parti, non sono andate perdute solo le pietre e solo la sua architettutra, ma è stato toccato il cuore di una comunità, l’amore che ha edificato quel tempio, a cui tanti, per secoli si sono dedicati lasciando in eredità un luogo, spazio della preghiera”.
Sta a cuore al Vescovo la continuità della storia di fede di una comunità, ciò che è edificato nel tempo e da una generazione all’altra si comunica e si rigenera. “Se io sono credente, in questo luogo, nella storia di questa terra, è perchè qualcuno ha creduto e amato prima di me. Se non ci fosse stato il suo amore non ci sarebbe stata la mia fede. La Chiesa, sia come comunità sia come edificio, è sempre un’opera di amore che dobbiamo rispettare”.
Un incendio, quello di Parigi che è diventato immagine della “nostra terribile capacità di distruggere la bellezza dell’opera di Dio, e di rendere triste e vuota la storia. Ecco cosa fanno i nostri ritardi, le nostre superficialità, la nostra poca preghiera, le pretese di affermare le nostre vanità: impoveriscono la storia, rendendola triste e vuota. L’accusa al mondo secolarizzato è frutto della nostra assenza, del nostro individualismo…”.

La risposta, torna a venire dalla Parola di Dio, dal peso doppio delle parole di Isaia proclmate nella prima lettura e ripetute e lette da Gesù nel Vangelo di questa messa: “Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione;
mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri(…) per dare agli afflitti di Sion
una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto”: avanza il tempo della consolazione, della festa, del progetto che si rinnova e che il Padre mette nelle mani del Figlio per fare nuova l’Umanità.
“Parole bellissime quelle di Gesù – ha continuato il Vescovo – che mi fanno pensare il Padre come un architetto che di fronte alla distruzione imposta il suo nuovo progetto con cui vuole ricostruire ciò che è distrutto e ridare al mondo l’antica bellezza… Si presenta come un sapiente architetto, e di fronte alle nostre meschinità dice non fermarti alle rovine, tu puoi costruire una Chiesa più bella“.
Poi la sollecitazione del Pastore alla comunità numerosa in Cattedrale: “Il Signore stasera ci dice non fermarti alla polvere e alle mura annerite! Guarda oltre, alla bellezza che sei chiamato a costruire, alla possibilità di ridonare speranza e sorrisi; i poveri, i feriti dalla vita, gli schiavi, i prigionieri coloro che hanno perso la possibilità di essere uomini  stanno attendendo te Chiesa e te discepolo del Signore che sei pietra viva di questa Chiesa; stanno attendendo il miracolo della tua fede”.

La Chiesa di pietre vive è stata quella che in processione ha offerto al Vescovo gli olii da benedire: numerose giovani coppie in attesa di battezzare i propri figli provenienti da diverse parrocchie; membri anziani dell’Azione Cattolica diocesana; i giovani del Catecumenato crismale venuti da diverse comunità, segno di una Chiesa in movimento, che pietra su pietra si edifica per consegnare al futuro il patrimonio di fede che oggi si costruisce, che oggi rende questa Chiesa bella, ma anche con dei segni di rughe; fragile nella sua umanità, ma anche forte per la preghiera che la sostiene.

Poi sempre durante l’omelia, il richiamo al momento più intenso della liturgia, quello in cui ogni sacerdote rinnova le sue promesse, un “ritorno al primo amore, all’innamoramento con il Signore, a darsi abbracci di pace, a pregare per la Chiesa locale, a benedire gli olii, i segni sacramentali che costruiscono la Chiesa…”. Forte l’invito a considerare l’unità che scaturisce dai sacramenti come “occasione per diventare casa, dono del Signore per diventare famiglia…”. E quale segno della vita sacramentale della Chiesa l’olio “ci conforma a Cristo: questa celebrazione, in cui ogni comunità riceve l’olio per i sacramenti, ci invita a guardare a Colui che ha costruito il progetto di amore per l’umanità lasciandosi guidare dallo Spirito”.
Mons. Di Cerbo ha richiamato il Vangelo di Luca da cui è raccolta la Passione di questa quaresima, in cui l’azione di Gesù è continuamente mossa dallo Spirito (ha colto l’occasione per ringraziare Padre Fabrizio Cristarella Orestano, priore della comunità monastica di Ruviano, che in Quaresima, come in altri tempi forti dell’anno liturgico presta la sua parola e la sua preparazione alla formazione del clero e dei laici e lo ha fatto proprio a partire dal vangelo di Luca) e ne fa alternativa al primo Adamo, “cha ha alzato la mano per rubare da Dio la vita, per se stesso. L’alternativa che ci mostra Gesù è quella del Figlio che – mosso dallo Spirito – si affida al Padre perchè contagiato dalla sua stessa passione: ciò che muove la via nuova che Egli viene a portarci è la preghiera”.

Ha poi concluso, “Gesù non salva se stesso: essere cristiani, essere unti significa essere persone che scelgono di mettersi nelle mani di Dio piuttosto che rubare da lui la vita stessa. Da questo nostro stile, dal nostro sì alla sua volontà dipende l’oggi bello degli altri. Lasciamoci guidare anche noi dallo Spirito…”.

Clima di grande partecipazione; occasione per tornare ad essere casa nell’abbraccio che non è stato solo quello tra il Vescovo e i suoi preti, ma per l’intera famiglia diocesana.

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