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    Home»matese moderno contemporaneo»Piedimonte ed Alife sotto assedio. 1799, le violenze dei francesi sui borghi del Matese
    matese moderno contemporaneo

    Piedimonte ed Alife sotto assedio. 1799, le violenze dei francesi sui borghi del Matese

    Redazione3 Luglio 20191 commento

    Matese. Tra moderno e contemporaneo

    Palazzo ducale di piedimonte-matese
    La facciata di Palazzo ducale a Piedimonte Matese come si presenta oggi

    Il 1799 in diocesi di Alife

    di Armando Pepe

    Nel febbraio 1798 i soldati francesi invasero Roma, imprigionando papa Pio VI e costituendo, senza indugio, una repubblica. A novembre il re di Napoli Ferdinando IV, volendo ristabilire il governo temporale pontificio, entrò in Roma ma, nel dicembre, una controffensiva francese costrinse i napoletani alla ritirata, trasformatasi subito in una disastrosa rotta. Senza por tempo in mezzo, il generale francese Jean Ètienne Championnet entrò con la forza delle armi nel Regno di Napoli. Nei primi giorni di gennaio 1799 le truppe francesi misero a ferro e fuoco Piedimonte, quando anche in Alife si manifestarono episodi di violenza, come ci mostreranno due documenti qui presentati, che arricchiscono la cronaca manoscritta dell’avvocato piedimontese Vincenzo Mezzala [1]. Si tratta di una lettera, sia pure di carattere privato, che Marcellino Ragucci [2], uomo di fiducia del principe di Piedimonte Onorato Gaetani inviò a quest’ultimo, che era fuori città. La seconda testimonianza, tuttavia, pur riferendosi a fatti simultanei, è inserita a mosaico in una relazione che il vescovo di Alife, monsignor Emilio Gentile, scrisse nell’ottobre del 1800 per la visita ad limina Apostolorum in Roma. La missiva di Marcellino Ragucci[3] è inframmezzata da vivaci accadimenti.

    Lettera di Marcellino Ragucci al principe Onorato Gaetani
    Libertà, Uguaglianza. Piedimonte, li 31 Gennaio 1799
    Non mi è riuscito prima di poterle dettagliare lo stato degli interessi a me affidati ma, ora che posso, adempio a questo dovere. A dì 8 dello spirante gennaio 1799 giunse qui la truppa francese,  che umanamente trattava tutti, pagava ad ognuno il doppio di quel che meritava, ed ognuno si ascriveva a fortuna il potervi trattare. Io fui chiamato, e mi si impose dover dare la farina della vostra dogana ai panettieri per preparare il pranzo, ed olio da mandarsi al Campo, fissato in Alife. Ne feci inteso l’Agente, e subito ubbidii, e nei giorni 8, 9 e 10, consegnai tomoli [4] sessantacinque di farina alli panettieri Gabriele Clavellis, Gaetano Imperadore, Giobatta Paterno, Marcellino dell’Ungaro e Bernardo Di Paola. Poi consegnai olio in staia [5] 8 e in misurelle [6] 4 nel dì 10. Circa le ore due [14:00] mi parve bene di movere al Commissario di Guerra, che abitava al Vostro Palazzo [7], per avere dei documenti da poter alligare ai miei conti e, riuscitomi di parlarci, mi promise che avrebbe ordinato al Sindaco Andrea Imperadore di mandarmene. Ma per comune disgrazia, mentre ancora mi trattenevo in detto Vostro Palazzo, si sentirono nella Vallata sonar campane ad armi, ed immediatamente fucilate senza numero. Chi fuggì da una via, chi da un’altra, ed io, poveretto, vivo miracolosamente, avendo ricevuti replicati scarichi nell’atto che fuggivo. Si disperse pure la mia famiglia e tutto il paese fuggì, né più i padri sapevano dove erano i figli, le mogli i mariti, i fratelli le sorelle. Tutto diventò pianto e confusione. Intanto la truppa era giustamente irritata da pochi birboni della Vallata, che presero le armi. Potete figurarvi in quattro giorni e notti di sacco, continuamente, cosa poté succedere. Nessun ceto di persone, né Monasteri né Templi [8] furono eccettuati. Finalmente, assicurati tutti, per mezzo di manifesti, di essere lo sdegno finito, mi ritirai il dì 14 in Piedimonte, dopo di avere- Dio sa- molto sofferto, vagando ramingo per le montagne, piene di neve e temporali terribili. Trovai la mia casa spogliata, la tintoria scassata, e tolte tutte le legna, che poi ho ricuperato, mediante tenue regalia, da un birbone di Piedimonte. Il purgolo[9] scassato, e tolta piccola quantità di legna ed anche  un caldarello, che ho ricuperato. Li trappeti, detti: «del Duca, Nuovo, e San Rocco» anche scassati. Nel trappeto del Duca, scassato il camerino dove era l’olio di quest’anno, e tolta una porzione di detto olio, ed un caldarello, e le sedie, del che subito ne diedi parte a Filippo Cerrone, e li feci il tutto prendere; ed immediatamente si accomodò la porta di detto camerino, dove era l’olio, ed in suo [10] potere restarono le chiavi, come al solito. Le chiavi della dogana [11] se l’era prese la truppa con forza da mia moglie, e le tennero dal dì 10 sino al 14. Essendosi partita detta truppa, lasciò le chiavi di detta dogana in mano di Antonio del Santo, e del servitore di Gioacchino Bojano, li quali non me ne diedero veruna notizia; ed essendo ricorso io alla Municipalità, mi fu dato ordine di scassare la porta della dogana, e dopo due giorni di aver scassato, li suddetti del Santo e il servitore di Bojano mi consegnarono le chiavi. La Municipalità mi costrinse darle conto di tutto ciò che era rimasto in dogana, ed all’improvviso rivelai tomoli 200 di farina di grano, tomoli 500 di granone rosso, e tomoli 50 di biada, e me li fecero prendere, con obbligo di esibire detta roba ad ogni ordine, sotto pena di esecuzione militare, dovendo servire la medesima per uso della truppa francese. A conto di detti tomoli di farina, ne ho dati ai Panettieri, mediante loro ordini, tomoli 34, per cui spero ricevere qualche somma, nonostante ogni giorno non manco di assistere a detta Municipalità. Della biada suddetta di tomoli 50, ne ho data, a conto, tomoli 17, e coppi [12] 10 e ½. Dei 500 tomoli del granone non ne ho fatto veruno esito, e sto pregando mio cugino Ortensio Ragucci, uno dei membri della Municipalità, che mi faccia restituire, se può, ciò che mi spetta, per poi poterlo vendere liberamente, e rimetterVi l’importo, subito che mi ordiniate la vendita di tutte le vettovaglie, poiché si vedono nei pubblici mercati altri negozianti del paese barattare le loro vettovaglie rimastegli a vilissimi prezzi, ed il miglior grano fino si vende di lunedì nel mercato a carlini 17 il tomolo. Intanto la farina di grano, che esisteva in dogana nella fine di dicembre, era la seguente: farina di grano della molitura, tomoli…650, 16; farina di grano della dogana, tomoli…41, 03.  In tutto tomoli 691, 19. Delle quali per mia mano furono dati tomoli 65 ai panettieri per ordine di detto sindaco; tomoli 52, rotoli [13] 22 al Capitano di Gendarmeria. Circa altri tomoli dieci sono nel palazzo del Vescovo; sono stati ritrovati in casa di Gaetano Altieri tomoli 10. Onde, in tempo del Sacco mancano tomoli 253, 97; la rimanenza di farina di segale a tutto dicembre era di tomoli 15 e rotoli 14; se ne sono dati al Capitano della Gendarmeria tomoli 13, 05. Dunque vengono a mancare in detto tempo del Sacco tomoli 2, 08. Per ogni altro genere mi figuro che non vi sia mancanza. Vi prego col vostro comodo rimettermi li discarichi [14] inventariali alligati nei conti essenziali di Novembre 1798. Come pure quando Vi piace e starete quieto, far rivedere li conti da me dati della molitura, trappeti e purgolo a tutto agosto 1798. Mi raccomando alla Vostra protezione, giacché sono undici anni che ho servito vostro Padre, e non gli ho dato ombra di dispiacere, ed anche spero di continuare nel Vostro servizio e darVi conto migliore.
    Salute e Fratellanza.
    Il Cittadino Marcellino Ragucci

    Dalla relazione ad limina di monisgnor Gentile (1800)
    La relazione ad limina del vescovo Emilio Gentile [15], diversamente dalla precedente missiva del Ragucci, si basa essenzialmente sulla descrizione di eventi accaduti nei luoghi religiosi e di culto tra Alife e Piedimonte. Autori delle spoliazioni- racconta monsignor Gentile- non furono soltanto le truppe francesi ma anche decine di facinorosi appartenenti al popolo.

    In Alife avvenne che
    In Ecclesia Cathedrali, prope Sacrarium, aedificatum a me anno 1776 primo mei  regiminis, anno 1798 novum aedificium extruxi Capitulo et Episcopo pariter bono, cum a Pedemontio, ubi resideo, ad dictam Cathedralem Ecclesiam accedo, quam cum mea summa cura et diligentia provideam sacra suppellectili (ac pedone), quae anno elapso copiae hostiles et plebis infinita multitudo decerpsere.
     Traduzione  Nella chiesa cattedrale, vicino alla sacrestia (edificata nel mio primo anno alla guida della diocesi, 1776) ho fatto costruire un nuovo edificio, parimenti adatto sia per il Capitolo sia per il Vescovo, quando da Piedimonte, ove risiede, si reca alla chiesa cattedrale; chiesa che, con mia somma cura e diligenza, correderò del pastorale e di sacra suppellettile, che l’anno scorso un esercito nemico e una infinita turba di persone portarono via.      

    Ingenti i danni anche a Piedimonte
    Nec parum laboris et molestiae perferre mihi necesse fuit ut scripta et acta publica, disiecta cum non levi ruina, in  Tabulario (iampridem a me pereleganter confecto) reponerentur ac suo quoque ordine disponerentur. Decrevi praeterea repararentur aedes Episcopales, ab Episcopo Alifano Valerio Seta anno 1611 suo aere comparatae. In Seminario (ubi duo contubernia pro Convictorum et Rectoris commodo extruxi) quoque Rector, Magistri ac pauci Convictores in fuga se coniecerunt. De Sanctimonialibus autem utriusque Monasterii sub titulis SS. Salavtoris et S. Benedicti quid dicam? Ipsae provecta nocte effugerunt. Verum, non multo post, in Monasteria ingressae sunt.
     Traduzione  Non poco lavoro ed affanni sopportai affinchè gli scritti e gli atti pubblici, dispersi con non lieve danno, fossero riposti in Archivio (che io avevo precedentemente fatto costruire con molta eleganza) secondo il loro ordine; disposi inoltre che fosse riparata la residenza episcopale, comprata con fondi propri dal vescovo Valerio Seta nel 1611. In Seminario (ove ho fatto costruire due mense per la comodità dei convittori e del rettore) anche il rettore, i maestri e i pochi convittori si diedero alla fuga. In più, cosa dire a proposito delle suore dei monasteri del Santissimo Salvatore e di San Benedetto? Le stesse suore a notte avanzata si allontanarono. Tuttavia, non molto tempo dopo, ritornarono nei monasteri.

    Gli avvenimenti narrati non vanno oltre la prima metà del gennaio 1799, periodo di poco precedente la proclamazione della Repubblica Napoletana, che ebbe luogo il 23 gennaio. Quest’articolo è un invito rivolto ai lettori, per una più approfondita indagine presso le fonti parrocchiali dei paesi della diocesi, per appurare se si registrarono altre insorgenze antifrancesi.

    Fonti e bibliografia
    [1] Vincenzo Mezzala e Dante Marrocco, Il saccheggio di Piedimonte nel 1799, Napoli, Arti Grafiche Ariello 1965.
    [2] Il documento di Marcellino Ragucci è già stato pubblicato, ma non integralmente, da Raffaele Marrocco in Memorie storiche di Piedimonte d’Alife, Piedimonte d’ Alife, La Bodoniana, 1926, pp. 143- 144.
    [3] Archivio Gaetani d’Aragona (AGdA) in Archivio di Stato di Napoli (ASNa), busta 276, fascicolo 3 «Saccheggio del 1799».
    [4] Tomolo, misura di capacità per gli aridi, del valore di 55, 31 litri. Cfr. Afan de Rivera, Carlo, Tavole di riduzione dei pesi e delle misure delle Due Sicilie in quelli statuiti dalla legge de’ 6 aprile del 1840,  Napoli, dalla stamperia del Fibreno, 1840.
    [5] Staio, unità di  misura (dal latino sextarius), usata in Italia prima dell’adozione del sistema metrico decimale. Lo staio d’olio napoletano valeva 10, 0811 litri.
    [6] Misurella, unità di misura per l’olio, corrispondente a 0, 105011 litri.
    [7] Palazzo Ducale di Piedimonte.
    [8] Chiese
    [9] Purgolo: «Tutti i panni di lana prodotti nelle fabbriche erano sottoposti al purgolo, per essere depurati delle materie grasse… Questo opificio si trovava al Toranello… Ne era proprietario Vincenzo Costantini che nel 1636 lo vendette ad Alfonso Gaetani per trenta ducati», Raffaello Marrocco, op. cit., p. 220.
    [10] Nella disponibilità di Filippo Cerrone
    [11] Magazzino o fondaco, dove si scaricavano e conservavano le merci.
    [12] Coppo, unità di misura equivalente a 2 kilogrammi.
    [13] Rotolo, peso equivalente a 0,890997 kilogrammi.
    [14] Il discarico delle merci.
    [15] Archivum Secretum Vaticanum (ASV), Congr. Concist., Relat. Dioec. 32B, ff. 518r- 524r. Monsignor Emilio Gentile nacque a Biccari (Foggia) il 12 marzo 1733. Fu nominato vescovo della diocesi di Alife il 15 luglio 1776, esercitando l’attività pastorale per quarantasei anni. Morì a Piedimonte il 24 febbraio 1822. Fu sepolto nella Chiesa dell’Annunziata. Cfr. Dante Marrocco, Il vescovato alifano nel Medio Volturno, Piedimonte Matese, ASMV 1979, pp. 51-52.

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    1 commento

    1. Carmine Pinto on 4 Luglio 2019 14:05

      Molto bello

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