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La guerra a Cuba di Renato Giugliano: l’amarezza della realtà e la solidarietà di un progetto autentico

Prosegue l’impegno artistico e sociale del regista matesino Renato Giugliano, che stasera 28 ottobre presenta in Emilia Romagna il suo nuovo film, presto anche a Piedimonte Matese

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Noemi Riccitelli – Nel 2019, pur avendo a disposizione comfort e facilitazioni, siamo ben lungi dal poter affermare di vivere in un’epoca di pace e serenità. La stabilità definitasi dopo l’ultima grande guerra del secolo scorso, con la nascita dell’Unione Europea, si è rivelata soltanto apparente e quanto mai fragile.
Riemergono forti le supremazie di singole Nazioni che rivendicano i loro poteri, portando divisioni, fisiche e non, morte, sofferenza, migrazioni coatte, l’umanità si disgrega e le piccole-grandi azioni fatte per progredire si dissolvono al fragore di un pugno che batte sul tavolo e a occhi ciechi e cuori di ghiaccio.
Ecco, in questa realtà confusa e persa, cui l’apporto dei moderni media contribuisce, forse come diceva il famoso scrittore russo Dostoevskij, “la bellezza salverà il mondo”, o almeno, può aiutare a non far perdere completamente la fiducia nell’uomo e la volontà di agire.
Così, l’arte nelle sue diverse espressioni, tra cui il cinema, si fa “partigiana” e foriera di coscienza, invitando lo spettatore a riflettere e a porsi domande.

È quello che auspica il regista matesino, da tempo residente a Bologna, Renato Giugliano con il suo ultimo film, La guerra a Cuba (guarda il trailer), prodotto da RLP Film Productions in associazione con le ONG emiliane CEFA Onlus e Overseas e finanziato dall’AICS, l’agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, che sarà presentato in anteprima internazionale questa sera, lunedì 28 ottobre, al Cinemax di Bassano/Valsamoggia, in provincia di Bologna, uno dei luoghi in cui il film è stato girato.
La guerra a Cuba è stato sviluppato all’interno del progetto Tra la via Emilia e il Sud sui territori di Valsamoggia (BO), Spilamberto (MO) e Savignano sul Panaro (MO).
Il progetto è durato 18 mesi e ha coinvolto centinaia di giovani tra i 18 e i 26 anni e decine di famiglie attraverso laboratori di scrittura cinematografica e di fotografia, con lo scopo di sensibilizzare la popolazione alla mescolanza e alla tolleranza per creare una società migliore e aperta all’integrazione.
Il regista in questa intensa e appassionata intervista racconta l’iter di realizzazione del film e il bisogno, forte e naturale, da cui si è sviluppato.

Un momento dal set del film.
Fonte: Facebook

Vista la pungente attualità del soggetto del film, l’arte ha finalità etico/politica, secondo te? Un regista oggi è libero di realizzare un tipo di film “impegnato”?
Sì, secondo me. Nel senso che non tutte le espressioni artistiche hanno o dovrebbero avere finalità etico-politiche, ma ciascun autore ha il dovere di parlare delle cose che gli stanno a cuore, dei temi che reputa importanti. Nel mio caso i due argomenti coincidono, da bambino mia madre mi ripeteva spesso le parole di Giuseppe Giusti, e oggi a distanza di tanti anni, credo di averle rese mie: “Il fare un libro è men che niente, se il libro fatto non rifà la gente”.
Ecco, il cinema non deve insegnare niente, ma vorrei che, almeno il mio cinema, desse qualcosa cui pensare, che fosse uno stimolo alla riflessione e al dibattito, e magari, indirettamente, aiutasse le persone a mettere in discussione le informazioni che arrivano dall’esterno presentandosi come “verità”.
Purtroppo però, alla seconda parte della domanda è più difficile rispondere.
In teoria ogni regista/autore dovrebbe essere libero di fare un film “impegnato”, ma la grande verità è che prima o poi dovrà scontrarsi con quello che è il mercato, ciò che il pubblico vuole vedere e quello che i produttori vogliono realizzare.
A questo punto le cose si complicano, perché non sempre i 3 obiettivi vanno d’accordo, nel mio caso, solo come autore non sarei mai stato in grado di realizzare questo film, pertanto ho dovuto ragionare da produttore e svilupparlo in maniera indipendente, grazie ad un fondo dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) e in associazione con due attivissime ONG emiliane, Cefa Onlus e Overseas, da sempre attente a queste tematiche.

Un momento dal set nel comune di Crespellano (BO).
Fonte: Facebook

Il film è nato all’interno di un più ampio progetto che ha incluso laboratori di diverso tipo cui hanno preso parte anche giovani richiedenti asilo del territorio: com’è stato per loro partecipare alla realizzazione del film, osservarsi dall’esterno e guardare episodi/atteggiamenti che sempre più spesso li riguardano? Un film può accrescere, positivamente o non, la coscienza dello spettatore?
Per quello che intendo realizzare io, un film ha esattamente il compito di contribuire a creare una coscienza comune, senza fronzoli o retorica, ma andando dritto al punto.
Il lavoro fatto coi ragazzi che hanno frequentato il corso è stato proprio questo, di ricerca in profondità, fin dove il nervo era scoperto. Con uno in particolare, Ousman Jamanka, si è creato un rapporto speciale. Ha iniziato raccontandomi la sua storia, di come stava a casa e come ha preso la via del mare per arrivare in Italia. Dal sogno di una vita migliore alla doccia fredda della realtà nostrana. Poi ci siamo invertiti i ruoli: io e Mario (Mucciarelli, co-sceneggiatore) abbiamo iniziato a raccontargli la “sua” nuova storia. Ad ogni idea, ad ogni racconto poi diventato “scena”, Ousman spalancava gli occhi dicendo: That’s me, this is my life! (Questo sono io, è la mia vita!). Partecipare alle riprese, diventare attore e interpretare qualcuno che gli assomigliava tremendamente… Credo che l’esperienza sia stata unica e totale. Sono perciò convinto che in qualche modo lo abbia aiutato ad esorcizzare la sua stessa storia, il male e la paura, e osservarsi da una relativa distanza lo ha reso cosciente/incosciente, attore/spettatore allo stesso tempo. È il risultato è stato di vederlo arrivare sul set ogni giorno più sereno e sicuro di sé. Nonostante ne avesse una copia in inglese, studiava e leggeva il copione in italiano, interagiva con la troupe, faceva domande, voleva migliorare e farcelo sapere. È stato bellissimo!

Uno degli interpreti del film, Ousman Jamanka, sul set.
Fonte: Facebook

Puoi spiegare la scelta del titolo?
Si lega ad un evento realmente accaduto a fine ‘800, uno scambio di telegrammi tra il direttore del New York Journal, William Hearst, ed un suo inviato all’Havana, l’illustratore Frederic Remington. L’aneddoto fu poi ripreso e raccontato da Orson Welles in Quarto Potere: annuncia e anticipa la manipolazione dell’informazione come strumento di potere.
All’epoca di Hearst è infatti ricondotta la nascita del “yellow journalism”, quello che oggi potremmo chiamare giornalettismo, e cioè un tipo di stampa che ha solo l’interesse di conquistare nuovi lettori (o click) attraverso articoli e titoli scandalosi e provocanti. L’accento è posto su fattarelli di cronaca intrisi di violenza e sesso da mettere in relazione con problematiche ben più serie. Nel caso di Hearst lo scenario sociopolitico erano gli Stati Uniti del XIX secolo e la guerra ispanoamericana che ebbe inizio, appunto, poche settimane dopo quel famoso telegramma, con l’esplosione della corazzata USS Maine al largo de l’Havana. Questo fu lo scambio di parole, nella versione di Welles:

“Donne cubane deliziose. Stop. Potrei inviare poema in prosa su bellezza isola ma non voglio spendere vostri soldi. Stop. Non esiste guerra a Cuba”. Firmato Willand.
Risponde? Sì: “Caro Willand, invii pure poema in prosa, io procurerò la guerra”.
Ecco, La guerra a Cuba inizia proprio con questa citazione per esplorare una modalità spietata di fare giornalismo, e raccontare come l’(apparente) equilibrio di una comunità possa essere destabilizzato da una strategia comunicativa senza scrupoli e votata al solo successo personale di chi scrive.

Nel corso del laboratorio di scrittura per il cinema, di cui tu sei stato un insegnante, qual è stata la scintilla che ha portato ad affermare “Si, facciamo questo film”? E qual è stata la reazione/opinione dei partecipanti, specie i non “esperti”, professionisti del settore?
Credo che la scintilla sia nata ancor prima del corso. Ricordo bene il momento, a Bologna durante una proiezione di Status (la web-serie sul mondo della cooperazione che ho realizzato nel 2014 insieme ad altri due autori). Io ed Andrea Tolomelli, tra i più attivi responsabili dei progetti CEFA, riflettevamo sul potere del racconto audio-visivo come stimolo alla riflessione, soprattutto pensando alle nuove generazioni e al loro massiccio consumo di immagini e social networks.

Una scena del film “Quarto potere” di Orson Welles, cui “La guerra a Cuba” rende omaggio.
Fonte: Facebook

Andrea mi guarda e mi fa: «Rena, ma se con una web-serie si possono avere questi risultati, dove si arriverebbe con un film?». E lì io, che non aspettavo altro, risposi qualcosa tipo:«Boh, proviamo a farlo e vediamo!»
A quel punto è iniziata la progettazione vera e propria, io ho curato solo l’aspetto audiovisivo, col corso e il film, ma l’intero progetto “Tra la Via Emilia e il Sud” è stato molto più complesso e strutturato: è durato 18 mesi e coinvolto 7 cittadine con 3 laboratori cui hanno partecipato decine di giovani e le loro famiglie.

 

Temevate, tu e gli altri partecipanti del progetto, di non riuscire a realizzarlo? Come avete vissuto l’attesa dei contributi tramite crowdfunding? Avete poi avuto un rapporto diretto con i donatori?
Certo, ci sono stati momenti difficili, diciamo anche alcuni momenti MOLTO difficili… Però eravamo uniti e coesi, avevamo deciso di fare questa follia e nulla ci avrebbe fermato.
E così è stato! Il merito principale va proprio alla squadra, una squadra allargata, e anche tanto. Una famiglia vera e propria che riunisce non solo i tecnici della troupe, ma anche gli attori, i protagonisti e i ruoli minori, le comparse, figuranti, proprietari di location, associazioni di cittadini, sindaci dei paesi coinvolti e diversi assessori, aziende, bar, ristoranti… C’è stato un momento in cui sembrava di avere un intero esercito che voleva fare questo film, era impossibile fallire! Quanto al crowdfunding, è stato provvidenziale per permetterci di migliorare la nostra situazione, quindi poter fare acquisti o scelte di livello superiore, stare più comodi nelle location e con la logistica, ma in realtà ha costituito solo il 10% del budget complessivo che invece proveniva da AICS grazie alla vittoria di un bando specifico che includeva tutte le azioni integrate.
I donatori? Guarda, mi emoziono solo a pensarci: 85 persone! 85 cuori, molti dei quali neanche conoscevo ma che hanno voluto e desiderato contribuire a questa avventura… E’ qualcosa di bellissimo, che ti carica e motiva, facendoti pensare che va tutto bene, che simbolicamente ti dà una pacca sulla spalla e ti dice, forza, vai avanti, questo film s’ha da fare… E poi non ti nascondo l’orgoglio di vedere tanti vecchi amici, persone di Piedimonte, San Potito, Alife… Non solo lo zoccolo duro di parenti e amici di infanzia, ma anche tanti che non vedevo e sentivo da anni, decenni forse. Sono andato via da Piedimonte nel 1993 e vedere che ancora ci sono tante persone coinvolte, che tifano per me e quello che cerco di fare è semplicemente meraviglioso!

Perché questo film? Che cosa vuole dire? Quale sarà la sua distribuzione?
Ci sono alcune tematiche che mi appassionano… ossessionandomi. Certo, il tema principale del film è il difficile rapporto tra comunicazione e integrazione, e di come quest’ultima possa essere influenzata dalla prima, soprattutto se, appunto, vi sono interventi di manipolazione. Ma sono anche innamorato di questa Italia e delle sue genti, di quella grande provincia da cui in molti cercano di fuggire e che invece racchiude in sé il cuore e la bellezza del nostro popolo, che con le sue abitudini e le tradizioni racconta qualcosa del paese intero, le sue differenze e le contraddizioni. Ed è quello che La guerra a Cuba vuole fare, prendendo ad esempio la provincia della ricca Emilia, la grassa, quella parte d’Italia in cui ancora si sta bene, e in cui sembra resistere qualcosa che assomiglia ad una vita di comunità. Ma anche la migliore provincia porta dentro il suo cuore, silenziosi ma vigili, quei semi della discordia che altrove sono già esplosi.
La guerra a Cuba non è quindi solo un film sulla mescolanza, intesa nella sua più ampia accezione e che può comprendere tutte le forme di diversità etnica, di genere, di culto, e via dicendo.
È anche e soprattutto un film che parla del presente, e che vuole raccontare i fenomeni del presente utilizzando la provincia come osservatorio privilegiato, testimone di una società che si è sgretolata e i cui cittadini, confusi e smarriti, finiscono spesso per essere vittime dei condizionamenti esterni.
Quanto alla distribuzione… Beh, questo è uno dei temi più caldi di questa avventura! Al momento sto curando tutto io come ogni buon produttore indipendente, ma è chiaro che sono alla ricerca di un distributore nazionale ed uno internazionale (il film è già sottotitolato in inglese e pronto a partire) per andare sicuramente in sala ma anche, e forse soprattutto, nelle scuole, e raggiungere quel pubblico di giovani che forse ha più bisogno di dialogare e confrontarsi su queste tematiche.

Tra i vari interpreti, figura anche PierGiuseppe Francione, attore, artista di origine matesina, come te. Avevate già lavorato insieme? Com’è stato lavorare con lui? A proposito del Matese, secondo te, come lo si può rilanciare, promuovere dal punto di vista “cinematografico”?
“Piergiobbi” è uno dei più talentuosi attori presenti sulla scena italiana! È incredibile la ricchezza e il potere che trasmettono il suo sguardo e le parole, la carica, la mimica facciale… È da quando ho iniziato questo mestiere che cerco di coinvolgerlo in tutto quello che faccio, praticamente è il mio attore feticcio! E dopo diversi corti fatti insieme, la web serie e i videoclip, finalmente un lungo era il nostro naturale destino e… cavoli che performance ci ha regalato!
Ti rispondo separatamente su questo tema perché è enorme. Il Matese è enorme!
Tutto il territorio del medio Volturno lo è, la nostra terra Sannitica, il parco regionale, le chiese, i palazzi antichi, le mura di Alife e il borgo di Piedimonte o di Gioia e San Potito… Abbiamo una terra splendida che aspetta di essere valorizzata e prima o poi qualcuno dovrà farlo! Come? Beh, lavorando in maniera integrata, coordinando politica e cittadini, associazioni, scuole. Si tratta di fare un progetto di medio e lungo termine che abbia tra i suoi obiettivi l’utilizzo del linguaggio audiovisivo per raggiungere dei risultati culturali innanzitutto, ma anche economici e di prosperità sociale. Organizzare dei corsi nelle scuole, stimolare la creatività dei più giovani e la produttività degli imprenditori, presentare la nostra zona come una terra di cinema, sviluppare competenze, creare maestranze… Potrei parlarne per ore!

Dopo la presentazione in Emilia Romagna, in città come Bologna, Spilanberto, Castello di Serravalle, Ferrara, il film di Renato Giugliano arriverà anche nelle nostre sale, probabilmente proprio a Piedimonte Matese, dove il regista sarà accolto dall’abbraccio della sua terra, e poi l’augurio è che il film possa raggiungere quante più luoghi e anime possibili.

La locandina, il cast completo e altri dettagli sul film. Scarica

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