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Il duca e il vescovo a Piedimonte d’Alife in età barocca

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Matese. Tra moderno e contemporaneo

Nell’approfondimento che segue, Armando Pepe porta il lettore a confrontarsi con un carteggio inedito, rinvenuto presso l’Archivio della Fondazione “Camillo Caetani” in Roma, un approfondito saggio storiografico e filologico su una corte feudale d’antico regime, quella dei Gaetani dell’Aquila d’Aragona, in Piedimonte d’Alife (oggi Piedimonte Matese), tra le prime nel Regno di Napoli. Uno scorcio del “colorito” mondo d’età barocca, non dissimile da luoghi e personaggi manzoniani. Luci e ombre, assieme a sentimenti e impressioni, perenni e volubili nell’animo umano, si alternano mentre a noi si offrono nuove prospettive da conoscere e indagare a fondo.

I moventi della discordia tra Alfonso II Gaetani dell’Aquila d’Aragona e monsignor Girolamo Maria Zambeccari

di Armando Pepe

Introduzione
La fama de’ tiranni ordinari rimaneva per lo più ristretta in quel piccolo tratto di paese dov’erano i più ricchi e i più forti: ogni distretto aveva i suoi; e si rassomigliavan tanto, che non c’era ragione che la gente s’occupasse di quelli che non aveva a ridosso.[1] La riflessione manzoniana a proposito del dominio territoriale esercitato dall’Innominato è estensibile all’intero quadro europeo del XVII secolo, qualora si consideri che, sia pure con diversi rapporti di forza – tra sudditi, feudatari, stato e chiesa – si determinavano quasi sempre le medesime costanti: l’oppressione signorile, il conflitto giurisdizionale e le rivendicazioni dell’amministrazione locale, che nel Regno di Napoli era rappresentata dall’Università in quanto civico consesso. Apporti utili e molto documentati, relativamente al funzionamento dei gangli del sistema statale napoletano, ce ne sono a iosa. Nondimeno, ponendo la nostra attenzione su Piedimonte, se considerassimo da un punto di vista iconologico le strutture dell’egemonia temporale e spirituale durante l’età moderna, magari fidandoci delle suggestioni prodotte dalla lettura de La Piazza e la Torre di Niall Ferguson, noteremmo la plastica contrapposizione tra la residenza vescovile e il palazzo ducale, che la sovrasta. Le logiche costruttive dei manieri feudali, posti in luoghi alti e difficilmente espugnabili, non rispondevano meramente a criteri difensivi, ma testimoniavano sensibilmente l’ideologia del comando.

I protagonisti
Verso la fine della terza decade del XVII secolo, a Piedimonte, le relazioni tra il duca Alfonso II Gaetani dell’Aquila d’Aragona (1609-1645) e il vescovo Girolamo Maria Zambeccari, al secolo Jacopo (1575-1635), si guastarono, poi divennero estremamente tese, fino a rompersi del tutto. Quali furono le origini di tanto astio? Non lo sapremmo mai se ci attenessimo a una documentazione tanto ufficiale quanto asettica; invece, se provassimo a indagare nei carteggi privati – tra pensieri, propositi e recondite emozioni – probabilmente ci incammineremmo per la strada giusta.

[1] Alessandro Manzoni, I promessi sposi, Capitolo XIX.

Luigi Caetani
In effetti, dai resoconti del presule alifano arguiamo l’epilogo, tragico e disarmante, dell’impari lotta, ignorandone comunque il prequel. Scavando tuttavia nella folta corrispondenza epistolare del cardinale Luigi Caetani (1595-1642), nato a Piedimonte e battezzato nella chiesa di Santa Maria Maggiore, figlio di Filippo I e Camilla Gaetani dell’Aquila d’Aragona, e cugino di Alfonso II, potremmo riuscire a venire a capo dell’intricato rovello. Per opposti motivi, convergenti solamente nella figura del destinatario, sia il duca sia il vescovo scrissero al cardinale.

Girolamo Maria Zambeccari
Cerchiamo di definire, nei tratti essenziali, le figure dei protagonisti di una storia che si preannuncia a tinte accesamente fosche. Una fonte utilissima, anche per tracciarne un profilo psicologico, si rivela il processo (datato hac die tertia martii 1625) per la nomina episcopale di monsignor Girolamo Maria Zambeccari: [159v.] È nato in Fiorenza sebbene suo padre, il signor Lepido Zambeccari, è gentiluomo bolognese di famiglia nobilissima. Sua madre, Camilla Fortunati, era una gentildonna fiorentina. [160r.] Padre Fra’ Girolamo Maria, avanti che venne ammesso nella sua religione era dottore in legge civile e canonica, poiché si addottorò pubblicamente e solennemente nella città di Bologna. È stato padre maestro in teologia ma anche inquisitore in Reggio e in Faenza, e tutti gli offici li ha assolti con molta sua lode e zelo. Di fatto non ha mai dato scandalo in materia di fede, vita e dottrina. [160v.] È persona di vita integerrima, di buoni costumi, prudente, pietoso verso il prossimo, pertanto è degno e idoneo a guidare la Chiesa di Alife. [166r.]  Jacopo del signor Lepido Zambeccari e della signora Camilla Fortunati, nato in giovedì, a dì ventisei di gennaio 1575 a hore 2 ½. Fa da compare l’illustrissimo signore Mario [I] Sforza, Conte di Santa Fiora, e da comare l’illustrissima signora Virginia Savella de’ Vitelli.

Alfonso II Gaetani dell’Aquila d’Aragona
Per converso, sono disponibili più informazioni a voler profilare un breve ritratto del duca Alfonso II Gaetani dell’Aquila d’Aragona. Nacque a Piedimonte l’8 maggio 1609 da Francesco e Diana de Capua. Sposò Porzia Carafa. Alfonso II: fu terzo Duca di Laurenzana; erede dell’avito lustro, egli lo accrebbe con la sua luminosa militare carriera. Oltre a diversi certificati, attestanti le gravi spese da lui erogate in servizio del Real Governo, redatte nel 1636, troviamo ancora i documenti che seguono, riguardanti i servigi militari da lui resi: a) 28 novembre 1637. Originale patente di Maestro di Campo di un Tercio di Fanteria; b) 4 dicembre 1637. Assiento [quota d’ingaggio e/o compenso d’arruolamento] nel detto grado di Maestro di Campo col soldo di 400 ducati mensili; c) 20 marzo 1640. Reale ordine, in originale, a esso Duca di recarsi in Fiandra in servigio della Maestà del Re Filippo IV; d) del 1640 è un documento attestante l’invito fattogli di recarsi alla Corte Reale in Madrid. In quanto a titoli di nobiltà, a segno delle più grandi famiglie del Regno di Napoli, Alfonso II poteva vantare: e) 10 dicembre 1634. Dichiarato nobile del Sedile di Nilo con le annesse immunità, come dal privilegio speditogli all’uopo dalla Regia Camera della Sommaria; f) 24 gennaio 1645. Titolo di Duca di Laurenzana su Gioia. (ASNa). In una voce della Nouvelle biographie générale, a proposito di Alfonso II, è scritto: « Valente guerriero, si distinse a tal punto nella battaglia del 15 maggio 1644, durante la Sollevazione della Catalogna, che ricevette l’incarico d’andare a Saragozza per annunciare al Re il successo di quella giornata. Morì il 21 luglio 1645, da prigioniero, in Catalogna a causa di ferite alle braccia. (volume 19, colonna 140, a cura di Ferdinand Hoefer, Paris, Didot 1857)». Il 19 gennaio 1626 papa Urbano VIII Barberini, a Lugi Caetani, di cui conosciamo le fattezze per via di un ritratto del pittore fiammingo Frans Luycx, conferì «l’ambita porpora cardinalizia, segno inequivocabile del prestigio che il prelato si era saputo guadagnare nella corte pontificia. Luigi Caetani vantava tra i suoi avi due pontefici, era il discendente di una lunga serie di porporati molto apprezzati nella corte di Spagna, nonché fratello del Grande di Spagna più promettente del Viceregno [Francesco IV Caetani]. I pagamenti relativi alle spese per la sua nomina indicano che la famiglia era a conoscenza della decisione del Barberini prima che fosse celebrato il Concistoro; i preparativi risalgono alla fine del 1625. Il cardinale Luigi attuò una linea di condotta attenta al rilancio della famiglia. (Adriano Amendola, I Caetani di Sermoneta. Storia artistica di un antico casato tra Roma e l’Europa nel Seicento, Roma, Campisano Editore 2010, pp. 47-51)».

Considerazioni
Per una corretta analisi degli avvenimenti, mirando a una più ampia cognizione dei protagonisti dei fatti narrati e senza alcun intento apologetico, è opportuno dare qualche ragguaglio in più. Circa le iniziative imprenditoriali in età moderna nel Regno di Napoli, si è osservato che: «Alfonso Gaetani junior, terzo duca di Laurenzana, accresce i beni feudali, che sono legati allo Stato di Piedimonte: permuta il feudo di Laurenzana con quello di Gioia; soprattutto dà impulso alla costruzione, nei casali di Piedimonte, di tutta una serie di opifici protoindustriali. Per il periodo si tratta di uno dei più grandi complessi protoindustriali del Regno, per la cui costruzione vi è bisogno di una consistente liquidità. Liquidità che i Gaetani traggono, in primo luogo, dal grande prestigio di cui godono a Madrid per gli incarichi militari ricoperti. (Giuseppe Cirillo, Verso la trama sottile. Feudo e protoindustria nel Regno di Napoli (secc. XVI- XIX), Roma, Ministero per i beni e le attività culturali Direzione generale per gli archivi 2012, p. 57)». La natura dicotomica e ambigua del nobile piedimontese è di per sé un tema affascinante, che merita ulteriori indagini. Per quanto concerne la vicenda umana di monsignor Zambeccari, le pagine precedenti ne sottolineano l’intima intransigenza, che si manifesta nell’endiadi «fermezza (di carattere) e rigore (di costumi)».  La relazione ad limina, che il presule alifano scrive nel 1632, è un durissimo atto d’accusa, molto dettagliato e dai toni veementi, contro il duca Gaetani, dipinto come un ribaldo che crede a cose favolose. (Cfr. Le relazioni ad limina dei vescovi della diocesi di Alife (1590- 1659), a cura di Armando Pepe, Tricase, Youcanprint 2017, pp. 45- 85). Quando lo scontro giunge all’acme e la tensione sale alle stelle, monsignor Zambeccari cede, assumendo nel 1633 la guida della diocesi di Minervino, in Puglia. Molto verosimilmente per motivi di salute, si dimette da ogni incarico nel 1635, e muore a Roma il 29 dicembre 1635.

Un’inedita e sconcertante testimonianza di monsignor Zambeccari
AFCC, Fondo Generale, 13/III/1626, n. 40625 «Dal vescovo di Alife Fra’ Girolamo Maria Zambeccari al cardinale Luigi Caetani».
Dal vescovo Girolamo Maria Zambeccari al cardinale Luigi Caetani
I rapporti tra monsignor Zambeccari e la famiglia Gaetani si sono irrimediabilmente incrinati, facendo il duca il bello e il cattivo tempo. Per di più emerge, in modo netto e sotto una luce negativa, la figura di un perfido consigliere, il gesuita Luigi Gaetani – parente ed omonimo del cardinale – che consiglia malamente il giovane nipote Alfonso. Monsignor Zambeccari, da buon pastore ed ex inquisitore, si preoccupa sinceramente per le loro anime.
Illustrissimo e reverendissimo signore padrone colendissimo,
L’osservanza che io e tutta la mia Casa abbiamo sempre portato all’Illustrissima ed Eccellentissima famiglia Caetani, in Bologna e altrove, e li favori in contraccambio ricevuti da tre Illustrissimi porporati, Enrico, Bonifatio, et Antonio, mi hanno fatto camminare con i piedi di piombo con questi Signori di Laurenzana, e forse con qualche scrupolo di coscienza del quale vedo che meritatamente ora Dio mi vuol castigare; poiché avendo riguardo per il sesso della Signora Duchessa tutrice e per la gioventù del Signor Duca suo figliolo, e per certi rispetti umani, ho con troppa connivenza tollerato li infrascritti difetti. Bastonò il Signor Duca pubblicamente un mio prete officiale mandato da me per catturare alcuni clerici, solo perché passò dietro al Torano ove egli faceva la pesca, con parole di strapazzo di Dio e dell’ordine sacerdotale. Scusando io la gioventù, esortai la Signora Duchessa a tenerlo qualche giorno sequestrato nel suo palazzo, ché poi umiliandosi e domandando l’assolutione l’avrei assolto segretamente, come feci, con quell’esortatione che doveva fargli riconoscere la gravità del delitto; si mostrò per allora pentito, ma di lì a poco fu malamente bastonato un mio esecutore chierico, e benché ciò fosse fatto di notte e da gente travestita, appresso la mia Corte, appariscono però gravi inditii del mandato da parte dell’istesso Signor Duca, e questo per rispetto del Foro Ecclesiastico. E pochi giorni orsono, ad uno della mia famiglia, il quale di mio ordine e per servitio mio in questi giorni quadragesimali con una canna pescava, gli fu dalli suoi esecutori espressamente vietato, e, quel che più rileva, un altro giorno, essendo egli dietro alle acque senza ch’egli pescasse né avesse cosa in mano a tale effetto, dai suoi ministri messi alla guardia delle acque del Torano, armati d’archibugi e pistole per vietare che quelli della mia famiglia, o preti, non possano in dette acque pescare, contro le ragioni e il possesso del Vescovo e del Clero, gli fu tirata un’archibugiata, benché per voler di Dio lo schioppo prese foco fuori ma non dentro; e quel che è peggio v’era ordine del Duca d’ammazzare e i preti e quelli della mia famiglia. Tralascio le lettere ostatorie fattemi venire contro la libertà ecclesiastica da Napoli; tralascio l’avermi procurato una espulsiva dal Regno, sotto falso pretesto che io fossi nemico della Regia Corona, e che avessi detto che è del Papa il Regno e non del Re, come li testimoni allegati da loro e mandati a Napoli per esaminarsi contro di me, ducti conscientia, me l’hanno giustificato; tralascio il chiamare a suo piacere li sacerdoti al suo palazzo e minacciarli pubblicamente di bastone e di morte; tralascio l’occupare de facto beni ecclesiastici et, in particolare, il cavare dalli beni della Mensa Vescovale e del Clero, con affittare gli erbaggi, frutto dello stato ecclesiastico, e farli violentemente suoi; tralascio omicidi quali pubblicamente si motiva venire dal suo comando, de’ quali lascio la discussione a chi tocca; e, di mille e altre cose che potrei rappresentare a Vossignoria Illustrissima, per non tediarla di più aggiungerò solo che egli ancora pretende sotto falsi pretesti di farmi vietare che non ordini preti, dei quali, per mera necessità, essendo che in otto anni il Vescovo mio predecessore, intimorito dal Signor Duca Don Francesco, padre del presente Duca, non aveva voluto ammettere alcuno al clericato, m’è convenuto ordinarne alquanti dei migliori che ho trovati per servizio della Chiesa, conforme il Concilio Tridentino, non avendo niuno di questi pochi, particolarmente né diaconi né suddiaconi, alli quali però non ho concessa più franchigia di quella che loro concede la Sommaria, conforme al Concordato con il Papa Onorio; tutti questi motivi nascono da interesse umano e dal non voler io permettere le cose contro coscienza, e dal fomento, anzi suggestione, del Padre Luigi Gaetani, zio del detto Duca, il quale non solo malamente consiglia il nipote, ma di propria bocca pubblicamente minaccia e li laici e li Clerici, e, come confessore del segretario del Viceré, con intrighi sottomano cerca di irritarmi contro il Concilio di Napoli, e quando è qua fa mille actioni scandalose, a causa delle quali io, per debito pastorale et onore della sua religione, gli ho fatto segretamente la debita corretione, però senza frutto. Ho pensato di supplicar di nuovo Vossignoria Illustrissima e reverendissima a degnarsi di accettare in sé la decisione di tutte queste differenze, che vertono tra questi Signori e me; o almeno di non avere a male che io difenda la mia iurisdictione appresso tutti li tribunali che saranno necessari, con il mandarle copia dell’editto della pesca, e supplicarla di protectione per il giusto, e d’aprir li occhi a questo povero Duca giovane, il quale va precipitando per li mali consigli. Con umilissima riverenza Le bacio le mani, e prego per ciò che Lei desidera e merita.

Da Piedimonte, li 13 marzo 1626
Di Vossignoria Illustrissima e reverendissima umilissimo e devotissimo servitore
Fra’ Girolamo Maria Zambeccari Vescovo di Alife

 Fonti archivistiche, Online e bibliografia
Archivum Secretum Vaticanum (ASV), Dataria Ap., Processus Datariae 4, ff. 157r.- 176v.

Archivio di Stato di Napoli (ASNa), Archivio Gaetani d’Aragona, Platea generale dell’eccellentissima famiglia Gaetani dell’Aquila d’Aragona di Laurenzana, redatta da Notar Conte nel 1864 (pp. 38-39).

Roma, Archivio Fondazione Camillo Caetani (AFCC), Fondo Generale.

http://www.ereticopedia.org/girolamo-zambeccari

Armando Pepe, Le relazioni ad limina dei vescovi della diocesi di Alife (1590-1659), Tricase, Youcanprint 2017.

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