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Caravaggio e il Matese, uniti dall’illustre ‘opera’ dei de Franchis

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Matese. Tra moderno e contemporaneo

Inediti documenti intorno alla storia della famiglia de Franchis

Questa settimana per la rubrica Matese tra moderno e contemporaneo allarghiamo i confini della nostra area di approfondimento quale è il comprensorio matesino, ai fasti della Napoli del 1600.
Vi chiederete perché… ma il merito di questa digressione geografica lo dobbiamo ad una famiglia tanto cara al territorio, il cui nome ancora oggi richiama luoghi e vicende del passato: sono i de Franchis.
Nelle righe che seguono, il prof. Armando Pepe, che cura questa rubrica, ci propone un manoscritto dei primi del Seicento in cui sono narrate le vicende della famiglia de Franchis, che ha dato lustro a Piedimonte soprattutto nel XVI secolo, all’epoca di Vincenzo, l’insigne giurista, e poi suo figlio Tomaso Che commissionò a Caravaggio La flagellazione di Cristo uno dei capolavori del museo di Capodimonte. Ancora una volta, grazie ad un antico scritto “recuperiamo” che Piedimonte in quanto a cultura non era seconda a nessuno; e scopriamo altresì la genealogia della famiglia de Franchis che ad oggi molti ignoravano.
E così ancora una volta partecipiamo di una Storia più grande di noi. E non possiamo che esserne fieri…

di Armando Pepe

Uno dei momenti più interessanti vissuti dalla famiglia de Franchis – le cui vicende spesso si incrociarono con la storia di Piedimonte- fu quello della committenza a Michelangelo Merisi da Caravaggio di un famosissimo quadro – tuttora uno dei punti d’attrazione del museo napoletano di Capodimonte – conosciuto sotto il nome di la «Flagellazione di Cristo». Uno dei più attenti studiosi del Caravaggio, Vincenzo Pacelli, già professore di storia dell’arte moderna presso l’Università di Napoli Federico II, a proposito della genesi dell’opera scrisse: «Il committente, Tommaso de Franchis, presidente della Regia Camera della Sommaria, era fratello di Lorenzo de Franchis, avvocato fiscale e deputato del Pio Monte della Misericordia. Fu certamente Lorenzo a suggerire al fratello di richiedere la pala [d’altare], da destinarsi alla cappella di famiglia [nella chiesa di San Domenico Maggiore, a Napoli], al medesimo pittore. La committenza è precisata da un documento ritrovato nell’Archivio Storico del Banco di Napoli, datato 11 maggio 1607 (Pacelli, p. 41». Per sapere qualcosa di più intorno a questa illustre famiglia, è opportuno presentare in questa sede le trascrizioni di due memorie redatte da parte dei de Franchis e rintracciate presso la Biblioteca Nazionale di Napoli Vittorio Emanuele III, mai pubblicate finora. Si tratta di documenti peroranti l’antica nobiltà che la famiglia poteva vantare, risalente alla fine del XIII secolo, quando la dinastia angioina reggeva le sorti del Regno di Napoli. Un’anamnesi familiare che, attraversando i secoli, lambisce e richiama più volte Piedimonte, cui i de Franchis erano molto legati per ragioni economiche e sentimentali. Incidentalmente, dal punto 8 del primo documento appuriamo che Vincenzo de Franchis, l’insigne giurista piedimontese e padre di Tommaso, nacque per certo nel 1531.
1. 35r.- 39v. «Factum. Pro familia de Franchis quondam Vincentii, contra Nobiles Sedilis Capuanae. (c. 35r.)».

[1] c.35r. Che la famiglia de Franchis debba essere reintegrata alli honori del Seggio di Capuana appare dalle seguenti scritture: 1)  Carlo, Principe di Salerno, figlio primogenito e Vicario generale del Re Roberto, nell’anno 1322 lamentandosi Tomase de Franco, milite, che, [pur] essendo figlio [di ] famiglia et vivendo separatamente da Nicolò de Franco, milite, suo padre, era costretto da Bartolomeo Piscicello, detto Zurlo, e da Filippo Siginulfo, militi sindici e collettori della piazza militare di Capuana della città di Napoli, a contribuire alle subventioni et actioni et collette che si impongono alli cavalieri di detta piazza per le robbe che possiede detto suo padre [Nicolò], non possedendole detto Tomase; perciò detto Principe di Salerno ordina che [Tomase] non sia molestato. 2) Nell’anno 1346 la Regina Giovanna ordina che Tomase de Franco, di Napoli, milite, eletto dalli nobili della piazza di Capuana, non sia molestato, né esso né li altri cavalieri di detta piazza, da alcuni Genovesi per il prezzo di certo grano, che era stato comprato da detti Genovesi per li nobili della piazza di Capuana et Nido et le altre piazze della città di Napoli, atteso [che] detto grano era stato pigliato per uso del populo di detta città, et non spettava il pagamento a essi cavalieri. 3) Nel 1349 Bartolomeo, figlio di Tomase de Franchis, di Capua, milite, essendo casato con Rosata, figlia di Pietro de Raimo, di Capua, milite, il Re Ludovico e la Regina Giovanna ordinano che se li dia la subventione solita darsi alli Baroni dalli vassalli, conforme la consuetudine del Regno. 4) Nel 1352, havendo Tomase de Franco, milite, et Bartolomeo suo figlio, venduto una casa sita in Capua a Roberto de Orlando, di Capua, che era feudale, detto Re Ludovico et la Regina Giovanna li concedono il regio assenso. 5) Nel 1409 il Re Ladislao asserisce che il quondam Bartolomeo de Franco, di Capua, milite, fu padre di Nicola, allora pupillo, e che era stato feudatario detto Bartolomeo di alcuni beni feudali, che possedeva nella terra di Piedimonte vicino [ad] Alife, quali beni al presente li possiede detto pupillo per successione paterna. 6) Che Giulio de Franchis, di anni 46, numerato per fuoco[1] nella terra di Piedimonte d’Alife nel 1508, fosse figlio di Nicola, consta dalla fede di detta numeratione. 7) Che Adriano, di anni 11, fusse figlio di detto Giulio de Franchis, numerato in detto anno 1508, appare da detta fede della numeratione. 8) Che Vincenzo de Franchis, di un anno, fusse figlio di Adriano, numerato nel 1532, appare da detta fede di numeratione.

cc.40r.- 44v. «Factum. Pro illustrissimo Marchione Taviani e fratribus de Franchis cum Ill.ri Sedili Capuanae (c. 40r.)».

[4] c. 40 r.

A novembre 1631 il Regio Consigliere Don Tomaso de Franchis, Presidente [di ruota] della Regia Camera della Sommaria, et Don Andrea de Franchis, Marchese di Taviano, suo nepote, hanno dimandato al Sacro Regio Consiglio, di essere reintegrati agli honori del Seggio di Capuana, dove li loro maggiori, e particolarmente Giovanni, Nicolò e Tomaso de Franchis seniore erano stati in pacifica possessione di godere- e fu così- [del privilegio] del Seggio di Capuana… Essi attori dichiarano [che] li loro ascendenti hanno goduto [di tal condizione]. Essendo frattanto passato da questa vita il predetto Presidente [Don Tomaso] de Franchis, fu il giudizio trasferito in persona di Don Vincenzo, suo figlio, Duca di Torre Orsara [Torre Orsaia], con supplica del 16 aprile 1652. Per gli attori si presentano le scritture per le quali si chiarisce la propria discendenza da Giovanni de Franchis, loro capostipite, che godé [l’onore di appartenere al Seggio] nella piazza di Capuana, perché si porta [a conoscenza] che nell’anno 1292 il predetto Giovanni de Franco, milite, [assieme] a Formiello Macedonio e a Rostaino [e/o Restaino] Cantelmo, son deputati a distribuire alli soldati che costruivano le marine di Napoli li denari esatti dalla tassa; e questo è uno degli atti posseduti, di mentre, come cavaliere, è deputato a distribuire detto denaro. Sebbene [Giovanni de Franco] non appare [dai documenti] che sia di Capuana, è notorio la Casa de Franco haver seduto in detto Seggio, come si chiarisce da quello che si dirà appresso. Il medesimo Giovanni, nello stesso anno 1292, è chiamato cavaliere, e di Capua e del Re Carlo II d’Angiò; [ancora], li [gli] è donata la terra di Castro in Terra d’Otranto. Nell’anno 1293 è chiamato col medesimo titolo di miles, cioè di cavaliere, et ottiene ordine dal Re per la reintegratione delli beni occupati nelli suoi feudi che teneva in Sessa, Teano e Calvi. [5] c. 40v.  È nel medesimo anno 1293 [che] in una scrittura nella quale il Re lo fa balio di Filippa de’ Foschi, figlia del cavaliere Guglielmo, futura moglie di Francesco de Franco, suo figlio; passò al medesimo il titolo di miles. Essendo morto Don Giovanni nell’anno 1296, li [gli] succede Francesco suo figlio, et è fatto suo balio Bartolomeo de Capua, gran Protonotario del Regno, suo parente. Il medesimo Francesco nell’anno 1300 pigliò per moglie Berlingera di Marzano; e Tomaso di Marzano per duecento onze, compenso delle doti, obbliga [impegna] li feudi di Guglielmo di Marzano, suo fratello, [per il] fatto che [egli] ne era curatore. Nell’anno 1304 il detto Francesco ottiene ordine diretto dal Giustiziere della Terra d’Otranto di pagare l’adoha[2] per li feudi che possedeva in quella provincia. Per morte di Francesco nell’anno 1325 [gli] succede Nicolò, suo figliolo, che ottiene l’assicurazione dei vassalli di Castro, olim donato al suo avo da Re Carlo II. Nell’anno 1328 il detto Nicolò è chiamato a Capua e vende la predetta terra di Castro, che possedeva per successione da Giovanni, ad Abamonte di Sambiase. Del predetto Nicolò fu figlio Tomaso, il quale nell’anno 1322, come cavaliere della Porta di Capuana, essendo molestato dalli collettori del predetto Seggio a contribuire colle collette, e perché lui era figlio di famiglia e non possedeva beni separati da Nicolò de Franco, di Capua, suo padre, il quale contribuiva in dette collette, fa istanza di non essere molestato. Il Re ordina che pagando Nicolò suo padre, e lui non avendo beni separati, non sia ancora molestato. Da questa scrittura si vede non solo la identità della famiglia, che quella di Capua sia l’istessa che quella di Napoli, ma che non solo Tomaso, ma anco Nicolò suo padre godeva [il privilegio di sedere] a Capuana. Il medesimo Tomaso nell’anno 1346 è eletto per lo seggio di Capuana, et essendo molestato a pagare il prezzo di certi grani [6] c. 41r. presi per servizio della Città [di Napoli], si ordina dalla Regina Giovanna che non si molesti, mentre [ nel momento in cui] erano serviti per la Città. Fu moglie di detto Tomaso Geltruda di Frattura. Di Tomaso fu figlio Bartolomeo, per lo che nell’anno 1349, Pietro de Raimo, di Capua, fece maritare Rosata sua figlia con Bartolomeo, figlio del cavaliere Tomaso de Franco. Il medesimo Bartolomeo, con Tomaso suo padre, nell’anno 1352 vendettero una lor casa feudale in Capua a Roberto de Orlando e il Re vi prestò l’assenso. Del predetto Bartolomeo fu figlio il secondo Nicolò, il quale essendo molestato nel 1409 a pagare l’adoha debita in virtù di Bartolomeo suo padre per lo suo feudo, che possedeva in Piedimonte, e perché diceva esser stata pagata, il Re ordina che, constando il pagamento, non fosse molestato. Dal predetto Nicolò et Adelitia di Raiano nacquero Giacomo e Giulio li quali molestarono in Vicaria il dottor Francesco de Alife a darli il costo della loro tutela perché detto Francesco era Commissario delli Scali; nell’anno 1466 [Francesco de Alife] ottenne l’ortatoria dalla Regia Camera alla Vicaria che rimettesse la detta causa in Camera. Il predetto Giacomo de Franco, abitante in Piedimonte, essendo molestato a pagare le gabelle per li frutti del suo feudo che possedeva in Piedimonte per successione di Nicolò suo padre, del quale pagava l’adoha nell’anno 1480, ottiene dalla Camera Regia che non sia [più] molestato. Da dette due scritture si chiarisce che da Capua, con l’occasione dei feudi, la Casa passò in Piedimonte. Poiché si porta fede all’Archivario della Regia Camera [della Sommaria] come riconosciuta la numeratione della terra di Piedimonte de Alife dell’anno 1447, in quella non si trova nessuno della Casa di Franco numerato, di modo tale che dopo v’andò ad abitare. [7] c. 41v. Perché [nel testo] si porta [a conoscenza] che nell’anno 1508 Giulio de Franchis è numerato in detta terra di Piedimonte, giunto a Sveva sua moglie, e tra gli altri figli si trova Adriano, e sotto il medesimo fuoco è numerato Jacopo [Giacomo] de Franchis suo fratello, e si nota nel margine ritrovarsi colà nel catasto detto la potestà di Nicolò suo padre. Da Adriano de Franco, figlio di Giulio, con Stella sua moglie, nacque Vincenzo, numerato de uno anno in Piedimonte nel 1532.  Il medesimo Adriano e la medesima Stella sua moglie si numerano in detta terra nel 1560; ed esso Vincenzo dottore nel margine dice [di] abitare in Napoli e dal presidente della Regia Camera [della Sommaria] si ordina che si deduca dal fuoco. Da Vincenzo de Franchis, presidente del Sacro Regio Consiglio, nacquero Giulio e Tommaso, Regi Consiglieri, come [si ricava] dal preambolo. Da Giacomo, Regio Consigliere e Marchese di Taviano, è nato Don Andrea, Marchese di Taviano, come si deduce dallo stesso preambolo. Da Tomaso, Regio Consigliere, e presidente di ruota della Regia Camera della Sommaria, sono nati Don Vincenzo, Duca di Torre Orsara [Orsaia], e Don Antonio, come [si desume] dal preambolo. E tutte queste scritture furono portate nell’anno 1605 nella causa della reintegratione, che ottennero li padri degli attori, con accettatione autentica regia, alla nobiltà di Capua dalli signori Don Camillo della Ratta, Don Vincenzo de Acerra, et Don Gerolamo Marchese, nobili capuani, cui fu rimessa la cognitione d’essa. Et oltre questa così chiara discendenza si sono anco prodotti altri atti possessivi della famiglia de Franco nel Seggio di Capuana. Come Giovanni di Franco, che nell’anno 1269 con altri cavalieri di Capuana, [8] c. 42r. Interviene a far la procura per l’exactione de 200 onze per la sexagesima che spettava alli nobili sulle mercantie, che erano nella Regia Dohana[3]. [….] Bartolomeo de Franco si trova tra li Cavalieri di Capuana nel 1298. Lo stesso [Bartolomeo] possedeva nel 1328 le sue case nella piazza di Capuana, vicino la chiesa maggiore. […] E il medesimo Bartolomeo con Tomaso Piscicello Gentile nell’anno 1332 domandano al Re Roberto alcune grazie. Matteo de Franco, con altri nobili, ottiene dalla Regina Giovanna la conferma del capitolo concesso dal Re Roberto alli Cavalieri napoletani che li sei delle piazze possano componere le risse che nascono tra di essi, il che fu confirmato nell’anno 1444 dal Re Alfonso a petitione di Marino Filomarino, Adriano Carrafa e altri.

Fonti e bibliografia e note:

Biblioteca Nazionale di Napoli Vittorio Emanuele III (BNN), Manoscritti Brancacciani (Ms. Branc.), III E 6,

  1. 35r.- 39v. «Factum. Pro familia de Franchis quondam Vincentii, contra Nobiles Sedilis Capuanae. (c. 35r.)».
  2. 40r.- 44v. «Factum. Pro illustrissimo Marchione Taviani e fratribus de Franchis cum Ill.ri Sedili Capuanae (c. 40r.)».

Vincenzo Pacelli, L’ ultimo Caravaggio, 1606-1610: il giallo della morte, Todi, Ediart 2002.

[1] Nucleo famigliare.

[2] Contributo in danaro che il feudatario, desideroso di sottrarsi al servizio militare,  doveva pagare al Re per ottenere l’esonero, permettendogli al contempo di reclutare altre milizie.

[3] Dogana.

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