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    Home»matese moderno contemporaneo»Gioacchino Toma, sorvegliato politico tra artisti, sotterfugi e nobiltà
    matese moderno contemporaneo

    Gioacchino Toma, sorvegliato politico tra artisti, sotterfugi e nobiltà

    Redazione24 Dicembre 2019Nessun commento

    Matese. Tra moderno e contemporaneo

    Gioacchino Toma a Piedimonte e San Gregorio sorvegliato politico tra artisti, sotterfugi e nobiltà

    Alberico Bojano (nella foto), matesino, divulgatore di storia locale, non fa mancare alla sua produzione la storia di Gioacchino Toma, pittore dell’800, che sul Matese trovò ispirazione non solo artistica ma intellettuale e politica. Un breve ritratto, qui riportato, che Bojano ci propone con rapidità di penna, ricostruzione essenziale e veloce, ma tanto chiara da rivelare il meglio dell’artista rifugiato a Piedimonte dopo il carcere e l’accusa di cospirazione antiborbonica.

    di Alberico Bojano

    Era la sera del 30 gennaio 1857 quando Gioacchino Toma, con la vettura postale da Napoli, arrivò a Piedimonte.
    Non era un personaggio famoso, tutt’altro. Era un diciottenne stanco e affamato, appena uscito dal famigerato carcere della Vicaria di Napoli, dov’era finito con la falsa accusa di cospirazione antiborbonica. E di lì inviato a Piedimonte al domicilio coatto.
    Un ragazzo che dopo la fuga dalla famiglia, in Puglia, aveva campato qualche mese a Napoli facendo l’ornamentista, col sospetto di avere nelle mani l’arte della pittura.
    È ben noto l’aneddoto dei due quadri che realizzò in quei primi giorni a Piedimonte, subito venduti nel circolo dei signori, in piazza, grazie all’intercessione di Beniamino Caso, che da allora diverrà uno dei suoi amici più cari.

    Da Caso alla sua presenza come sottotenente nella Legione del Matese il passo è breve, combattendo poi in camicia rossa nella battaglia del Volturno e a Pettoranello, dove rimase ferito.
    La storiografia locale ha sempre attribuito grande valore alla presenza di un artista del calibro di Toma, uno dei massimi pittori dell’Ottocento italiano, nella compagine garibaldina piedimontese.
    Nella realtà del momento era un giovanotto di molte aspirazioni e scarsissimi guadagni, che proprio nel lungo soggiorno matesino consolidò l’abilità artistica grazie alle committenze che gli giunsero e all’inaspettato benessere che ne derivò.

    Basti dire che tra affreschi, caricature, disegni e ritratti sono circa 50 le opere da lui create in quel periodo, ora per la prima volta censite.

    Dagli Archivi di Stato sono emerse notizie inedite che hanno dato una più realistica luce agli episodi che narrò nella sua autobiografia. Ma affiorano anche aneddoti, come il Passaporto sbagliato o il compiacente medico della visita di leva a Caserta.
    Toma restò a Piedimonte meno di due anni.
    Dipinse per Beniamino Caso, per Mattiangelo Visco e per l’industriale Giovan Gaspare Egg.

    Entrò in gran confidenza con il conte Raffaele Gaetani del quale era molto spesso ospite a palazzo, e a volte fu anche presso il duca Antonio Gaetani, principe di Piedimonte, dipingendo gli austeri e suggestivi ritratti delle loro famiglie. Un periodo di felice tranquillità, che Toma rammenterà nel passo: “E in tal modo, mentre, co’ ritratti, mettevo da parte, de’ bei danari, mi divertivo pure aristocraticamente”.

    I mesi caldi li trascorse a San Gregorio, dove produsse la metà di tutte le sue opere matesine. Fu ospitato nel palazzo Caso in vico della Calcarella e il padrone di casa, Valentino Caso, gli concesse una stanza a uso di studio, dove realizzò quadri d’ispirazione sacra per il medico Raffaele Caso, e la sequenza di dodici nature morte. Fa emozione oggi poter ammirare quattro di quei quadri esposti in una sala della Galleria d’Arte Moderna nel Palazzo Pitti di Firenze, e riconoscere i frutti di questa terra.

    A San Gregorio Toma lavorò anche su incarico del futuro senatore Achille Del Giudice. Realizzò ritratti accademici di lui e della moglie. Affrescò una sala del palazzo in paese, da allora detta Giardino Toma, e alcuni locali di Villa San Donato, lungo la mulattiera per Piedimonte.
    Fece caricature dei tipi borbonici di San Gregorio. Ma dipinse anche tele di grande formato, tra le quali spicca la pala d’altare della Deposizione dalla croce, oggi esposta nella parrocchia di San Gregorio, e il mirabile San Francesco.

    A Piedimonte fu testimone della disastrosa alluvione del settembre 1857, e fu presente a San Gregorio quando morì donna Luisa Zurlo, la madre di Beniamino Caso.
    È solo nel settembre 1858 che Gioacchino Toma rientrò a Napoli e fu costantemente sorvegliato dalla polizia borbonica. In realtà il suo ritorno a Napoli avvenne sotto la garanzia del duca Antonio Gaetani, che si adoperò per fargli avere una borsa di studio nell’Accademia di Belle Arti.

    Nel maggio del 1859 Gioacchino Toma tornò a Piedimonte per completare dei ritratti, rientrando a Napoli a fine giugno: due mesi cruciali per il regno segnati dalla morte di Ferdinando II e l’ascesa al trono del figlio Francesco.
    Trascorrerà ancora l’inverno tra il ’59 e il ’60 a Piedimonte, e sarà l’ultima volta.

    Dopo le disillusioni dell’unità d’Italia, quando sperò in una sistemazione per i servigi da garibaldino, ritrovandosi invece più povero di prima, non lasciò mai più Napoli.
    Tra alterne vicende si dedicò a dipingere, ma non abbandonò mai l’impegno didattico per cui fu indimenticato maestro di pittori, ma anche di ebanisti, orafi, sarte e decoratori, protetto dal calore della famiglia entro i confini del quartiere Stella di Napoli.

    Fu qui che dipinse La messa in casa, uno dei suoi capolavori oggi esposto nel Museo di Castelnuovo a Napoli. Un quadro vigoroso e arguto, denso di riferimenti a Raffaele Gaetani e alla sua famiglia, tanto che da alcuni si ritenne dipinto a Palazzo Ducale.

    La presenza di Gioacchino Toma a Piedimonte fu breve ma significativa: lasciò molti ricordi e qualche amico, che si recava a Napoli per incontrarlo.
    Ma dal suo soggiorno Toma trasse ispirazione e insegnamenti, buona vita e protezione.
    Intuì la labilità del confine tra borbonici e liberali, quando la sera s’incontravano in piazza e la politica lasciava spazio agli interessi delle proprietà terriere. Godette del mecenatismo degli uni e degli altri.
    Visse l’intrigante atmosfera del trapasso dai Borbone ai Savoia, attraverso i tentativi della nobiltà partenopea di resistere alla propria decadenza e i sussulti della nuova, emergente borghesia sabauda tra prepotenze e nuovi equilibri che tanto incisero non solo sulla storia personale dei singoli.

    E il suo carattere fiero gli riservò le amarezze riservate a chi non volle piegarsi ai nuovi potenti, di modo che trascorse la sua non lunga vita all’oscuro del riconoscimento postumo di una nuova critica, che finalmente riconobbe nei suoi quadri la insuperata espressione di un potente umano sentire.

     

     

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