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    Home»Chiesa e Diocesi»Dov’è la vera tentazione? Sperimentare il deserto per scegliere Dio. Commento al Vangelo della I domenica di Quaresima
    Chiesa e Diocesi

    Dov’è la vera tentazione? Sperimentare il deserto per scegliere Dio. Commento al Vangelo della I domenica di Quaresima

    Redazione29 Febbraio 2020Nessun commento
    Di Padre Fabrizio Cristarella Orestano
    Comunità Monastica di Ruviano

    Clicca per visitare il sito del Monastero

    I domenica di Quaresima
    Gen  2, 7-9; 3, 1-7; Sal 50; Rm 5, 12-19; Mt 4, 1-11

    Quest’anno le letture delle domeniche di Quaresima sono quelle del ciclo A. Un ciclo di grande valore spirituale e rivelativo. E’ la sequenza di testi biblici che, nella Chiesa antica, corrispondeva alle ultime battute dell’itinerario catecumenale di coloro che avrebbero ricevuto il Battesimo, alla fine della Quaresima, nella notte pasquale.

    Un itinerario che anche noi quest’anno compiamo ancora per approdare alla gioia pasquale nella quale l’uomo nuovo, che già ci appartiene per il Battesimo, è chiamato ancora a trovare tutte le energie della Risurrezione  per  affrontare  la  storia  ed  i  suoi  sentieri  portandovi,  nell’adesione  all’Evangelo, la forza dell’ amore e la luce della speranza.

    La prima tappa di questo itinerario ci conduce sul terreno oscuro della tentazione a cui Adamo soccombe ed a cui Gesù oppone la forza dello “sta scritto” offrendo ad ogni discepolo la reale possibilità di leggere nelle sue cadute un luogo in cui conoscere la Grazia, come scrive Paolo ai cristiani di Roma nel passo che oggi è la seconda lettura.

    La tentazione parte dal cuore dell’uomo e, paradossalmente, nel racconto del Libro della Genesi, prende l’avvio da una parola di Dio che pone un limite (“potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiarne” Gen 2,16-17); nasce come frustrazione e manifesta così una terribile tendenza dell’uomo: se è privato di una cosa si sente privato di tutto; Eva, nel testo che oggi si ascolta, afferma che quel frutto non si deve neanche toccare, cosa che Dio non aveva affatto detto. Il divieto diviene un limite insopportabile. Capiamo bene che il peccato, nel cuore dell’uomo, agisce come rifiuto del limite e come stolta dichiarazione di volontà di onnipotenza; in seconda istanza, la pagina di Genesi ci dice che il peccato, e prima la tentazione, nel cuore umano giocano sulla paura della morte.

    La morte, che secondo il racconto biblico non è ancora materialmente all’opera, è però già presente nella paura; in tal modo ci pare più vero che dalla morte venga il peccato che il contrario. Come più volte abbiamo detto, è la paura della morte che genera il peccato. L’uomo si lascia vincere dalla tentazione perché si illude che la via del potere, del possesso, dell’abuso sull’altro, lo facciano crescere nella vita, nel vivere … In realtà l’uomo si trova incatenato nella sua stessa rete che, invece di dargli vita, lo porta alla morte. E’ l’esperienza dell’Adam nel giardino dell’ in-principio. La Lettera agli Ebrei, infatti, afferma che Cristo ha “ridotto all’impotenza colui che della morte ha il potere, il diavolo, liberando così gli uomini che, per paura della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (cfr Eb 2, 14-15).

    All’inizio della Quaresima la liturgia ci fa contemplare, attraverso la Scrittura, proprio quest’opera di Cristo. Come farà con la morte, Gesù non rimuove la tentazione ma sceglie di attraversarla, sceglie di prenderla su di sé, di portarne il peso ed anche l’orrore.

    Gesù accetta la tentazione e l’affronta dentro di sé. Gesù sa una cosa: la tentazione si genera, si sviluppa e si manifesta nel cuore dell’uomo. E’ lì che tutto nasce; Gesù va ad affrontare nel deserto questa verità che riguarda tutti gli uomini. Poiché ha preso la nostra umanità, Gesù va ad affrontare quella tenebra che si muove dentro ogni uomo e che da lì tenta di risucchiarlo nel suo grembo mortifero.

    Il deserto è il luogo tipico della tentazione perché è un luogo di verità in cui, rimanendo solo con se stesso, l’uomo impara a conoscere questa dinamica di tentazione che è dentro di lui e non fuori; l’aggressione del male non viene da fuori ma da dentro. Gesù lo insegnerà con chiarezza quando dirà: “è dal cuore degli uomini che escono le intenzioni cattive” (cfr Mc 7, 21); nel deserto si resta soli con questo cuore e si capisce che il nemico è lì, nel proprio cuore. Lì bisogna lottare. Lo compresero molto bene i Padri del deserto a partire da Antonio il Grande che, nel deserto, impareranno una grande sapienza che parte proprio dalla conoscenza delle dinamiche del cuore umano.

    La lotta di Gesù nel deserto sarà proprio lì, nel cuore; nel deserto, solo con se stesso, Gesù vince ricordando la parola di Dio contenuta nelle Scritture.

    Le tentazioni di Matteo ci mostrano Gesù che ripercorre le stesse tentazioni di Israele nel deserto; è un esodo che Lui deve compiere e lo farà fino alla suprema via della croce per giungere alla Terra promessa dell’uomo nuovo risuscitato dal Padre nella potenza dello Spirito. Anche l’esodo di Gesù è iniziato tra le acque, quelle del Giordano, ed ora arriva, come Israele dopo il Mar Rosso, nel deserto. I quarant’anni di Israele nel deserto sono ripercorsi da Lui con tre episodi dell’esodo che la nostra memoria chiaramente individua: la manna e le quaglie (cfr Es 16), che sono corrispondenti alla tentazione delle pietre che potrebbero divenire pane; Massa e Meriba (cfr Es 17, 1-7; Sal 95, 8-9) in cui il popolo tenta il Signore provocandolo a compiere miracoli dubitando della sua presenza, episodio che corrisponde alla tentazione “religiosa” sul Pinnacolo del Tempio; il Vitello d’oro (cfr Es 32) che corrisponde all’ultima tentazione, quella di prostrarsi al diavolo per avere potere.

    Le tre tentazioni tipiche che Gesù attraversa, sono sapientemente costruite da Matteo e corrispondono, direbbe la nostra scienza psicologica, alle tre libido, alle tre concupiscenze che già il Libro della Genesi descriveva, come abbiamo sentito nella prima lettura: La donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquisire successo; Giovanni le riprenderà con una straordinaria acutezza spirituale nella sua prima lettera: “Tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo” (cfr 1Gv 2, 16).

    Alle tre tentazioni che, sulla scia dell’esodo e dunque sulla scia della triplice concupiscenza, Gesù risponde con tre testi del Deuteronomio (Dt 8,3; 6,16; 6,13). Su questo rispondere di Gesù con le parole della Scrittura dobbiamo stare attenti: le risposte che Gesù dà al diavolo non sono solo delle citazioni, quasi delle parole “magiche” che allontanano la tentazione; non è il ricordo o la citazione di frasi bibliche l’arma della sua vittoria, ma è il ricordo di Dio e di ciò che Egli è e di quanto ha rivelato di sé, è il ricordo del Padre che gli ha parlato al Giordano che è presenza del Padre nel suo cuore di Figlio amato! Un ricordo che Gesù vive nella fede! La Parola della Scrittura è il luogo che, nel cuore, custodisce questa santa memoria ed è “tabernacolo” di una presenza che vince le forze del male. Dio nel cuore vince la tentazione che è nel cuore: la battaglia, è chiaro, avviene sul terreno del cuore. Fu così per Lui, è così anche per noi suoi discepoli; in mezzo tra Dio nel cuore e la tentazione nel cuore c’è la nostra libertà che può aprirsi all’una o all’Altro. La libertà di Gesù si aprì, lottando, solo al Padre. La sua vittoria, come scriverà Agostino, è vittoria per noi, possibilità vera di vittoria per noi! La nostra umanità, nel deserto di Giuda – poi in tutta la vita di Gesù (cfr Lc  22,28) – dopo la sconfitta di Adam che si è costantemente perpetuata nei suoi figli, finalmente vince. È la nostra umanità che vince. La lotta di Gesù nel deserto e la sua vittoria non è un bell’esempio, è immissione nelle fibre della nostra umanità di una vera capacità di lotta e di vittoria. Allora non un bell’esempio ma un vero evento di salvezza! Dobbiamo sempre più capire che se la croce e la risurrezione sono salvezza è vero che salvezza è già tutta la vita di Gesù; è tutta la sua umanità assunta da Figlio che diventa salvezza nel tessuto dell’umano di ogni figlio di Adam.

    Gesù nel deserto si spoglia di tutti i suoi desideri ed è rivestito dei desideri del Padre. Nel deserto Gesù è spoglio di tutto, ha solo una ricchezza: la Parola del Padre che rende presente misteriosamente il Padre nella sua fede. Nudo, nel deserto, attraversa la tentazione. Nudo, sulla croce, attraverserà la morte.

    All’inizio della Quaresima, ancora segnati dalla cenere della nostra fragilità che anche Lui ha assunto fino a sentirla combattere nel suo cuore contro il Padre, ci viene chiesto se vogliamo ingaggiare questa stessa lotta, quella che fu di Gesù, vero figlio di Adam e vero Figlio di Dio!

    La Scrittura ci dice che, con Gesù, lo possiamo perché Lui – come sempre – ci ha preceduti, perché Lui è il nuovo Adam … e lo è per noi e per la nostra salvezza!

    A me resta solo una domanda: lo voglio?

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