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La vita della Chiesa in mano ad “uomini strani”. Commento al Vangelo di Domenica 19 aprile, II di Pasqua

Commento al Vangelo della II domenica di Pasqua

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Di Padre Fabrizio Cristarella Orestano
Comunità Monastica di Ruviano

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II Domenica di Pasqua
At 2, 42-47; Sal 117; 1Pt 1, 3-9; Gv 20, 19-31

La Pasqua di Gesù genera uomini nuovi, davvero uomini “strani” per il mondo, genera uomini che , se hanno il coraggio di rimanere così come la Pasqua di Gesù li ricrea e li riplasma, hanno davvero la capacità di rigenerare il mondo.

Ci penso molto in questi ultimi tempi a questo mondo che deve essere rigenerato e capisco che questa può essere solo opera di Dio, ma un’opera di Dio che non può non passare che per la vita di uomini rigenerati.

La Pasqua di Gesù genera uomini nuovi e “strani” e mette tutto abbondantemente nelle loro mani …
Vi dicevo: uomini “strani”.
Perché?

In primo luogo perché amano uno che non hanno mai visto e per ci sono disposti a dare la vita. Abbiamo ascoltato Pietro che, nel testo della sua Prima Lettera, dice alla piccola comunità cui destina la lettera (uno sparuto gruppo di cristiani in Asia Minore nell’attuale Turchia, piccola comunità sperduta in una società pagana, corrotta, composta da gente o arrabbiata verso lo strapotere romano o, per interessi, connivente con esso) che proprio loro sono dei rigenerati tramite la risurrezione di Gesù Cristo e che sono colmi della speranza grande di una eredità che non si corrompe e che Dio custodisce per loro mentre li custodisce. Questo piccolo gruppo di uomini e donne ama Gesù senza averlo visto e, senza vederlo, crede in Lui, a Lui si consegna … Sono “strani” perché si giocano la vita su questo Gesù che non hanno visto, non vedono, non toccano … uomini così, però, sono capaci di rendere visibile e tangibile Gesù stesso; come? Con la loro vita “strana”!

È quella vita che è descritta nel famosissimo ed amatissimo sommario degli Atti degli Apostoli che in questa domenica è la prima lettura.

Che bella questa liturgia della domenica successiva alla Pasqua che, come prima cosa, ci canta queste parole di Atti su cui riposano, in tutti i secoli della Chiesa, tutti i sogni di quelli che, ressi “strani” dall’accoglienza del Crocefisso Risorto, vogliono lottare per un mondo diverso, per relazioni umane diverse, per una possibilità altra di vivere in questo mondo!

La vita che Atti descrive in questa pagina è “utopica” perché ci mostra un “luogo” che ancora non c’è ma che ci può essere e che si può raggiungere (ou tópos in greco significa alla lettera “non luogo” … un luogo che ancora non c’è, come la Terra Promessa … un luogo che si può raggiungere, se si vuole!).

Gli uomini “strani” di cui dicevamo vivono in qualche modo già in questa “utopia”; fondano tutto su quattro pilastri: l’ascolto della parola dell’Evangelo, la comunione fraterna, lo spezzare il pane come fece Gesù prima della sua Pasqua, sulla preghiera. Questo è il loro patrimonio, un patrimonio che fa perdere il proprio di patrimonio; infatti il loro pensare e agire si fonda sulla Parola di un Altro, vivono la koinonia che significa condividere pienamente ciò che sono e ciò che posseggono, spezzano il Pane dell’Eucaristia per ricordarsi che devono amare come Gesù cioè perdendo se stessi per gli altri, hanno il coraggio di “perdere tempo” pregando, cioè dialogando e lodando uno che non vedono!

Incredibilmente questa gente così “strana” ottiene favore di chi li vede, chi li guarda con occhio limpido non può non cogliere una bellezza in quella loro vita … e questo mi pare accada perché, come prima dicevo, essi con la loro vita rendono visibile Gesù di Nazareh che “passò facendo del bene” (At 10,38). Anche questi uomini e queste donne “strani” passano facendo del bene mostrando un’umanità bella e buona …

L’evangelo di questa domenica ci narra di questa speranza di Gesù risorto, di questo compito che dà ai suoi che credono nella sua risurrezione e credono nelle energie della sua Pasqua.

L’Evangelo di Giovanni, come già aveva fatto Luca, narra di un’apparizione del Risorto ai discepoli nel Cenacolo.

Gesù li va a “stanare” dalle loro paure … li va a liberare … li va a sanare … va a farli risorgere … se Lui è risorto dall’orrore della morte i suoi vuole che risorgano dall’orrore della paura, dell’angoscia, del sospetto, da quell’orrore di quel buio a porte chiuse.

Gesù penetra in quelle loro porte chiuse e badate che non spalanca le loro porte … entra dentro … dovranno essere loro a spalancare le loro porte serrate se riconosceranno la forza, la bellezza di quell’amore che li è andati a cercare. I discepoli “morti” per la tristezza, la paura, la delusione, lo sconcerto sono visitati dalle piaghe di Gesù; ora sono piaghe gloriose perché narrano contemporaneamente e il dolore della croce e il senso di quel dolore accolto liberamente è per amore. Il senso è l’amore fino all’estremo che non teme né tradimenti, né meschinità e che narra la verità del volto del Padre. Giovanni scrive che i discepoli gioirono al vedere quelle piaghe … quell’entrare di Gesù nelle loro porte chiuse già fa sorgere la gioia … poi Gesù annunzia la pace; pace a quei cuori inquieti, tormentati spaventati.

In questo attuale tempo di paura, di “fermo” su tutte le nostre vite abbiamo davvero bisogno che Gesù entri e dica: “Pace a voi!”.

Questa pace non è una pace che smorza inquietudini, non è una pace sepolcrale, è una pace dinamica che mette altre inquietudini ma inquietudini di senso e non di morte e di terrore, mette l’inquietudine di chi riceve tra le mani un tesoro da donare, un tesoro da non perdere per trasmetterlo!

Il tesoro è lo Spirito che Gesù soffia su di loro ricreandoli (cfr Gen 2,7), il tesoro è l’invio che Gesù fa di loro nel mondo per annunziare un ordine rinnovato dell’umanità e della storia: un ordine in cui vige il perdono dei peccati! Ecco qual è l’Evangelo, la buona notizia che gli uomini “strani” generati dalla Risurrezione, devono dire al mondo! Se essi non lo fanno non lo farà nessuno … Gesù mette tutto nelle loro mani! È straordinario! Lui ha detto sulla croce che tutto era compito, era giunto all’estremo (cfr Gv 19, 30) ora tutto è affidato a chi si farà rigenerare dalla bellezza di quel compimento, dalla bellezza di quella Pasqua.

Quelle piaghe cercano tutti, su tutti i terreni brutti e sporchi della storia; ci cercano nelle paure e nelle viltà, nelle angosce e nelle tristezze che paiono senza scampo, ci cercano anche nelle nostre incredulità. Sì, anche noi, discepoli di Gesù, ne abbiamo tante di incredulità, anche noi credenti! Enzo Bianchi spesso parla dell’ “incredulità del credente” … è un’espressione paradossale che ci dice la realtà di tante ore di noi discepoli nelle quali veniamo meno nella fiducia e nell’adesione, soprattutto nei momenti di pressura, nei momenti come questo che viviamo in questi giorni che paiono non finire più, giorni in cui pare che la notte abbia ragione della luce!

Le piaghe del Crocefisso Risorto vengono a cercarci anche nel terreno brullo dell’incredulità. La vicenda di Tommaso ci racconta proprio questo e ci dà la speranza di questa visita del Risorto proprio su questo brutto territorio della nostra esistenza … Tommaso non ha creduto alle parole dei suoi compagni; erano diventati “strani” e lui, Tommaso, non vuole essere “strano”, lui crede solo a ciò che tocca.

Tommaso, lo sappiamo, diventerà per noi occasione di sentire  una beatitudine che ci tocca se siamo disposti a essere davvero “strani” come la Pasqua di Gesù ci rigenera: Beati quelli che non vedranno e crederanno! Se facciamo così siamo più “strani” di Pietro, di Giacomo, di Giovanni il discepolo amato, di Andrea, più “strani” di Tommaso!

Che bello se, senza vedere, saremo tanto “strani” da dire Signore mio e Dio mio a questo Gesù che non abbiamo visto ma del quale sentiamo la presenza di vivente nel più profondo di noi, un profondo rigenerato da quell’annunzio pasquale che ha prodotto un incontro che non è spiegabile e narrabile a pieno ma non per questo meno vero!

Dopo Tommaso la storia degli uomini “strani”, dei santi, è fatta tutta di uomini e donne che non hanno visto Gesù ma su di Lui hanno scommesso la vita e si sono fatti testimoni di un altro modo di essere uomini, di un altro modo di stare nella storia: da uomini riconciliati perché amati e dunque amanti e riconcilianti.

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