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Piedimonte d’Alife, Gian Giacomo Egg, Napoleone Bonaparte e un produttivo cotonificio

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Matese tra moderno e contemporaneo

Il Cotonificio in una stampa

Questa volta la rubrica Matese tra moderno e contemporaneo ci porta nella vivace storia del Cotonificio Egg di Piedimonte e del valore sociale ed economico che esso ha rappresentato per lunghi anni e che ancora rappresenta nella memoria collettiva quale pezzo mancante di una vita dal sapore intellettuale, produttivo…europeo.
La rubrica a cura di Armando Pepe, in questa occasione ci offre il contributo di Costantino Leuci, docente di Storia e Filosofia presso il Liceo Statale Galilei di Piedimonte Matese. 

di Costantino Leuci

Napoleone Bonaparte e Gian Giacomo Egg hanno avuto un ruolo determinante nella storia di Piedimonte Matese e del suo territorio. Del secondo e dei suoi connazionali svizzeri, si sa molto, già dalla memoria collettiva e, in tempi più recenti, anche da studi storici fondati su documenti d’archivio, testimonianze fotografiche e cinematografiche, nonché su lavori di memorialistica familiare. Ma del primo, nulla si può dire di attinente in maniera diretta la storia della piccola capitale matesina, eppure, senza Napoleone, Egg non sarebbe mai giunto nelle nostre contrade e non avrebbe mai dato avvio a quell’impresa industriale che ha cambiato le sorti economiche e sociali di Piedimonte nel XIX e nel XX secolo. I due si sono anche incontrati, a Milano, nei primissimi anni del secolo, come racconta lo stesso Egg in un racconto anonimo della sua vita (in realtà una autobiografia), ma soprattutto, senza le guerre napoleoniche che costringono l’imprenditore svizzero a cercare nuovi spazi per la sua attività e senza quel Blocco continentale che impedisce ai tessuti inglesi di continuare a spadroneggiare sui mercati anche napoletani, mai sarebbe venuto in mente a Gian Giacomo di lasciare la sua Ellikon an der Thur e di cominciare, all’età di 47 anni, una seconda vita a Piedimonte d’Alife.

Dalla Svizzera a Piedimonte
Qui, nel 1812, chiede e ottiene da Gioacchino Murat, messo sul trono di Napoli sempre dal Bonaparte, di utilizzare gratuitamente l’enorme convento del Carmine, abbandonato dopo lo scioglimento dell’Ordine dei Carmelitani (ancora un retaggio francese), che si trova nell’area tra due fiumi, il Torano e il Maretto, laddove il corso dell’acqua raggiunge la massima velocità e dunque maggiore è la possibilità di sfruttarne l’energia per muovere le macchine che lo svizzero ha in mente di impiantare. Insomma, parliamo di quel vasto spazio che ancora oggi, pur totalmente mutato nell’aspetto, conserva appunto il nome di piazza Carmine, ad onta della toponomastica ufficiale.

Qui, Egg fece arrivare circa duecento lavoratori dal suo cantone svizzero, fece costruire alcune macchine per filare e soprattutto ne fece arrivare altre anche per tessere, provenienti dall’Inghilterra, tra le più moderne del tempo e certamente mai viste nel Regno di Napoli, realizzò trasformazioni e adattamenti nello stabile, canalizzando le acque per dare energia agli impianti e, finalmente, avviò la produzione, mettendo alla prova anche le prime cento filatrici locali.

La simbiosi tra Piedimonte e il cotonificio
Comincia così la storia del cotonificio Egg di Piedimonte d’Alife, che accompagnerà e determinerà la sua storia fino alla sua distruzione nel 1943, ma in realtà anche oltre quella data, dando lavoro a migliaia di persone, producendo ricchezza e benessere, ridisegnandone la composizione sociale e consegnandole quel ruolo di punto di riferimento per l’intero territorio che, ancora oggi, nonostante tutto, conserva.

Una storia fatta di primati industriali, successi commerciali e riconoscimenti anche da parte della restaurata monarchia borbonica che, trascurando le recriminazioni del signore feudale, il principe Onorato Gaetani, preoccupato di perdere il controllo economico e sociale sulla comunità, conferma le concessioni a Egg ed anzi aggiunge speciali privilegi e condizioni di favore sul piano commerciale, facendo dell’industria piedimontese un vanto per il Regno delle Due Sicilie.

La filanda, insomma, segna per Piedimonte l’ingresso nella modernità, suscitando anche le preoccupazioni dell’altra autorità fondata sulla tradizione, la chiesa locale che-, per bocca del vescovo Emilio Gentile-, esprimeva timori per la moralità della popolazione, essendo gli svizzeri di religione protestante. Anche tali obiezioni furono spazzate via, non tanto dalla costruzione di un cimitero solo per i “miscredenti”, tuttora visibile, ma dallo sviluppo economico che portò lavoro e miglioramento nelle condizioni di vita dell’intera comunità, non solo piedimontese.

Dati statistici
Alcuni numeri sintetizzano bene il processo in corso: a) la popolazione di Piedimonte sale dai 5.400 abitanti del 1815 agli 8.500 del 1838 ; b) nel 1845, in fabbrica e a domicilio, ma sempre per Egg, lavorano 2.400 persone, tra le quali anche alcune centinaia di ragazze fatte venire dal Real Albergo dei Poveri di Napoli, che poi, in qualche caso, si sposeranno e  resteranno a Piedimonte; c) nel 1840 sono in funzione 40 macchine per filare, con circa 9000 fusi, e 50 telai meccanici, oltre a decine di altre macchine necessarie per le lavorazioni preparatorie e accessorie.

Sono numeri che pongono l’impianto piedimontese all’avanguardia nel Regno e non solo. Il cotonificio è tra i pochi a ciclo completo ad avere queste dimensioni in tutt’Italia, sopravanzando anche quegli impianti del Salernitano sorti proprio per iniziativa di svizzeri portati da Egg, ma poi allontanatisi da Piedimonte per tentare fortuna in proprio. Se ne accorge persino il re Ferdinando II, il sovrano appassionato di scienza e tecnologia che ha appena inaugurato la Napoli-Portici, prima ferrovia italiana, il quale è a Piedimonte il 17 aprile del 1841 e trascorre buona parte della giornata nella visita della fabbrica, trattenendosi poi in chiesa e al palazzo dei Gaetani, ma snobba il sindaco col decurionato (l’amministrazione comunale del tempo).

L’eredità materiale e morale di Gian Giacomo Egg
Nel 1843, il fondatore di questa impresa morì e con solenni funerali, seguiti dall’intera cittadinanza, il suo corpo fu sepolto in quel cimitero che aveva dovuto far costruire, in quella tomba a forma di piramide, che testimonia della visione massonica cui improntò la propria vita e che costituisce ancor oggi uno dei pochissimi resti materiali del tanto che realizzò a Piedimonte, insieme alla villa comunale, il cui nucleo originario, quale giardino della propria abitazione, fu impiantato dallo stesso Gian Giacomo Egg, appassionato di botanica.

Ma la sua passione vera e quasi unica, in una vita dedicata alla “religione” del lavoro (aveva il suo alloggio all’interno della fabbrica, dove viveva da solo dopo che la moglie aveva fatto ritorno in Svizzera, e non aveva mai voluto un’altra abitazione) fu la pittura.

Polittico e Panopticon
Molti i quadri dipinti a Piedimonte, ma quasi tutti sono oggi ritornati in Svizzera e fanno parte di collezioni private e pubbliche, tranne uno, molto particolare, in possesso di un collezionista locale, che resta tuttora il lascito concreto più bello e significativo alla comunità che era diventata la sua seconda patria. Si tratta di un dipinto costituito da quattro tavole accostate che consentono all’autore di rappresentare quasi come con un grandangolo tutto il panorama osservabile dalla torretta della fabbrica sulla quale egli ritrae appunto se stesso mentre lavora al quadro, con un cartiglio ai suoi piedi sul quale è riportata la legenda, in tedesco, per individuare i diversi punti della città. Si vede bene il Rione Vallata, con il Maretto che lo delimita quasi naturalmente rispetto al centro dal quale, proprio partendo dalla fabbrica, si risale lungo il mercato (oggi Piazza Roma) fino al Palazzo Ducale, Santa Maria Maggiore e San Giovanni. E poi il Monte Cila, la Valle dell’Inferno, il campanile di San Pasquale e tutto il complesso montuoso che abbraccia e quasi protegge l’abitato di Piedimonte. La vita sociale ferve per le strade cittadine e le abitazioni mostrano un ordine, un decoro, una pulizia che confermano ciò che i visitatori e i cronisti dell’epoca raccontavano, meravigliandosi di trovare in una località appartata e distante da Napoli o da altri grandi centri, benessere e ricchezza evidentemente estranei a tante altre realtà del Regno e di tutta l’Italia. E sembra proprio che Egg stia descrivendo ciò che ha dipinto, quando, nella sua autobiografia, si lascia andare a questo giudizio compiaciuto: «Invece dell’antico volto di questa città, un dì fosco e cupo, ora sono visibili molti edifici nuovi e rimarchevoli abbellimenti – è ciò che direttamente consegue dal felice benessere ivi raggiunto – mentre volgendo lo sguardo verso il paesaggio circostante non vi apparirà alcuna traccia di sviluppo».

Le patate sul Matese
È  chiaro il suo orgoglio per ciò che ha creato, lo stesso che traspare qualche rigo prima, dove ci racconta anche una curiosità, l’introduzione massiccia della coltivazione delle patate sul Matese: «Il considerevole traffico commerciale di patate a Piedimonte, che Egg piantò già nel 1813, facendosele portare dalla Svizzera, inizialmente a uso e consumo della sua colonia e che in seguito distribuì tra gli spaccalegna e i fittavoli delle zone montane[…] tale frutto ora nei due grossi paesi montani più vicini rappresenta un settore economico del tutto nuovo, prima completamente sconosciuto, che fornisce ad essi non meno di 20.000 sacchi di patate all’anno, vendute per la maggior parte a Napoli, poiché risultano di sapore eccellente».

Riferimenti bibliografici, sitografia e ringraziamenti
Costantino Leuci e Maria Cristina Volpe, Il cotonificio Egg di Piedimonte d’Alife, Gruppo Memorie Storiche, Piedimonte Matese 1996. (Il volume contiene numerosi riferimenti bibliografici e archivistici, con documenti consultati presso gli Archivi di Stato di Napoli, Caserta e Zurigo, nonché la traduzione del testo autobiografico di Gian Giacomo Egg, fino ad allora inedito in Italia);

Giovanni Wenner, La manifattura Giovan Giacomo Egg a Piedimonte d’Alife, in L’Industria Meridionale, anno III, fasc. XII, Napoli 1954.

 https://www.swissinfo.ch/ita/imprenditori-svizzeri-alla-conquista-del-sud/31567282

Le immagini sono state gentilmente messe a disposizione dall’architetto Carlo Iannelli, che ringrazio.

 

 

 

 

 

 

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