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Un virus ancora più potente

Ferite sempre aperte nel Matese che valorosi condottieri cercano di riscattare, di recuperare, di migliorare. La piaga dell'inquinamento ambientale si muove in un contesto di ignoranza e talvolta di troppi silenzi collettivi

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Grazia Biasi – Questo virus c’era, e c’è ancora.
Non è stato creato in laboratorio; non si è sviluppato nel corpo della natura stessa. Non è direttamente ciò che le immagini mostrano (quelli sono già gli effetti) e ci fanno storcere il naso. Questo virus è nella mente, nell’atteggiamento perverso e putrido quanto quei rifiuti abbandonati e quelle carcasse di animali che infestano l’aria, deturpano il verde, ci fanno arretrare.

Queste foto sono state scattate ad Alife pochissimi giorni fa, nel pieno di un contesto e di molteplici riflessioni su economia, politica, cultura, società che hanno il loro unico focus sul Covid19.
Queste foto risalgono ai giorni di acute e solenni riflessioni sulla solidarietà sociale, sul valore della vita, sul rispetto delle regole, sul risveglio selvaggio della natura che ci ha tanto sorpresi, che ci è tanto piaciuto.
Queste foto risalgono ai giorni delle efferate polemiche contro Silvia Romano, la giovane milanese partita per una missione umanitaria in Africa, poi rapita 18 mesi fa, tornata libera e convertita all’Islam….
Queste foto di inciviltà corrispondono ai giorni in cui l’opinione di tutti si spostava altrove; tutta la sensibilità sociale maturata durante la pandemia nel silenzio delle proprie case (che abbiamo celebrato come i luoghi riscoperti di crescita e maturazione umana) si liberava in un’accusa cruenta sulla consapevole o pilotata conversione della giovane. E a distanza di poche ore, altra barbarie di commenti e di atteggiamenti distruttivi si levavano contro il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per aver espresso un sentimento di dispiacere sulla morte del musicista Ezio Bosso.

Quale mondo vogliamo?
Ho scelto il riferimento a due eventi “di poche ore fa” (la liberazione della Romano e la morte di Bosso) che emotivamente hanno toccato il cuore di molti, chiedendomi se le polemiche pubbliche generate intorno a tali fatti e l’atteggiamento del cittadino che ha sversato quei rifiuti non siano le diverse facce dell’unico prisma che riflette e rilancia fanatismo, ignoranza, individualismo, indifferenza, odio, malessere “di dentro”, disaffezione per una casa comune, per un luogo, per l’umanità delle persone e l’anima dei luoghi.

Che fine hanno fatto sentimenti e ragione?
Lì dove il Torano compie la sua ultima corsa verso il Volturno, poco prima di Mulino Vernelle, il suo lento scorrere trova ostacolo in sacchi ben chiusi il cui contenuto si può solo immaginare, o per sedare ogni curiosità c’è anche il sacco trasparente (che traduce anche il contenuto di quello nero) con visibili carcasse di animali in una primissima fase di decomposizione; a circa un metro c’è il volante di un’auto; e poco più su, lungo la siepe che risale verso la strada sterrata, una visibile e larga ruota di trattore. Logicamente gli arbusti frondosi di primavera ben coprono il resto.
L’altra foto, più ricca di contenuti e vergogna, ritrae una nota piazzola di deposito per rifiuti: anche in questo caso siamo nel territorio di Alife, ma è ben noto che a macchia di leopardo, nei comuni circostanti è pieno di queste esperienze “quattro stagioni” di fronte alle quali i tentativi di contenere e controllare, da parte delle Istituzioni, sono puntualmente vinti dal prevalere dell’inciviltà.
Accade mentre alcuni abitanti del Matese si interrogano su come far ripartire l’economia post covid confrontandosi sulla modalità meglio strutturata e ragionata per portare turisti sui nostri monti o anche a valle, e trattenerli grazie al vantaggio dei bei luoghi, della salubrità dell’aria, delle attività sportive o culturali per tenere in vita l’economia del luogo e magari rafforzarla.

Chi pensa a tutto questo (sono ristoratori, artigiani, sportivi, associazioni…) lo fa per il bene dei propri figli, per il benessere e l’onore di questo posto, per vedersi riconosciuta la “fortuna” di vivere in una terra sana e per manifestare ad essa riconoscenza e gratitudone. Qualcun altro, probabilmente il vicino di casa, il parente, l’amico…la pensa diversamente, agisce diversamente.

Se ci ha cambiato il virus? Ma forse è già un ricordo il motto “ora o mai più” che per settimane ci ha spronati al cambiamento verso gli uomini e verso la natura (che quando decide di reagire non lascia tempo e tregua…).
È già finito il tempo (di poche settimane fa) in cui ci siamo detti che l’uomo è piccola cosa e ed è il momento di compiere un passo indietro rispetto a stili che hanno offeso il prossimo e l’ambiente?

Queste scene accadono mentre Legambiente festeggia i suoi primi 40 anni di vita e l’associazione culturale Greenaccrod lancia la campagna #indietrononsitorna. Ma soprattutto accadono nei giorni in cui associazioni laiche e cattoliche, organizzazioni e ed enti “celebrano” la settimana della Laudato Sì, l’enciclica verde di Papa Francesco pubblicata nel 2015, quel documento che ha generato dibattiti e suscitato la reazione del mondo politico internazionale, che ha permesso al mondo globalizzato di vendere milioni di copie di giornali in più, di dare ai salotti televisivi materiale per riflettere e fare audience schierando un vasto parterre di commentatori d’occasione; quel documento che ha offerto ai credenti un ritorno sul tema primordiale della creazione, della loro prima casa

Stiamo parlando di quel Papa le cui citazioni talvolta abbiamo piegato ad uso e consumo di piccole rivoluzioni private, dimenticandone il ruolo, la missione…dimenticando che al cuore di tutto c’è un Vangelo, c’è Gesù Cristo che Francesco non smette di indicarci. Accade anche per la Laudato Sì che oltre ad essere un manifesto politico perché di fatto è un messaggio di  civiltà, celebra ancora una volta il “progetto di amore” del Creatore che “non si pente di averci creato” e oggi, in questa “fase due” da Coronavirus ci interpella sulla consapevolezza del dono della vita, ci interpella più che mai sull’essere parte di una totalità, sull’urgenza di essere in cordata per risalire la china, sull’urgenza di conoscere se stessi e di avere pace in sé per essere anello di congiunzione con gli altri e il mondo.
Ecco perché non disgiungo i fatti di cronaca dell’ultima settimana.

“Non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli essere umani. (…) Tutto è collegato. Per questo si richiede una preoccupazione per l’ambiente unita al sincero amore per gli essere umani e un costante impegno riguardo ai problemi della società (Francesco, Laudato Sì, n.91). Ma per cambiare urge “impegno” ricorda Francesco, e forse motivazioni, e poi fatica, dedizione, passione, testimonianza; occorre sudore, modifica di se stessi, conversione… occorre alzare la voce verso se stessi e gli altri interpellandoci tutti, a tutti i livelli di responsabilità, su cosa abbiamo lasciato correre e cosa siamo stati in grado di correggere.

Da dove parte un cristiano?
È bellissimo leggere e sentire in giro la voglia di tornare in Chiesa, di tornare all’Eucarestia, di riconoscersi la fame di quel pane per nutrirsene ed essere cristiani che saziano la fame dei fratelli tradotta nelle solitudini, nella povertà materiale, nella desolazione, o anche nell’indifferenza citata sopra più volte.
Ho letto meno commenti sulla volontà di tornare nei confessionali…di ripartire un passo indietro.
Un proposito di “miglioramento” è dura fatica, è un impegno a non sbagliare più, a non tornare da dove si era partiti.

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