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    Home»tutto sotto controllo»Duemila anni di epidemie. Cosa abbiamo imparato? Cosa racconteremo in futuro?
    tutto sotto controllo

    Duemila anni di epidemie. Cosa abbiamo imparato? Cosa racconteremo in futuro?

    Redazione21 Maggio 2020Nessun commento

    Ci siamo già passati è il titolo forse semplicistico e un po’ banale che abbiamo dato alla nostra rubrica (clicca qui) sulle rappresentazioni letterarie delle epidemie. Eppure non può che essere questo il cuore del senso del narrare. Non una semplice lezione della historia magistra vitae, ma essere capaci di osservare, con precisi e coerenti riscontri nei testi, come nelle pieghe del reale si insidino in determinate dinamiche.
    Come le grida di dolore in anni e luoghi lontani si assomiglino. Come la letteratura possa assolvere al compito di poter guardare i fatti con prospettiva critica, essendo possibile, talvolta solo nella
    dimensione narrativa. Quasi come a seguire un famoso aforisma esistenzialista per cui i libri nella prima parte della nostra vita servono a cercare risposte alle grandi domande, mentre nella seconda capire quali sono le domande giuste.

    Abbiamo letto e analizzato 8 brani di grande letteratura. La peste di Atene nella poesia di Lucrezio; quella narrata da Paolo Diacono nella storia dei longobardi; il celebre inizio del Decameron di
    Boccaccio, Defoe col Journal of the Plague Year sulla peste di Londra tre secoli dopo; Manzoni; e infine tre racconti senza alcuna costruzione narrativa incardinata su episodi realmente avvenuti: La maschera della morte rossa di Poe; La peste di Camus; Cecità di Saramago.
    Duemila anni di racconti di epidemie. Anche comprendendo gli ultimi tre ci troviamo al cospetto di un paradigma di interpretazione della catastrofe che fa emergere una costante. È la sequenza narrativa dei fatti, che si ripete, sistematicamente uguale sempre. Un po’ come la morfologia della fiaba di Propp. Ed è così che riscontriamo sempre:
    1) Un fatto che sconvolge la quotidianità legato al contrarre un virus;
    2) L’accertamento del contagio e il suo propagarsi tra la popolazione;
    3) L’impotenza dei medici che non sanno come combattere il virus;
    4) L’intervento delle autorità che si rivela utile soltanto in piccolissima parte;
    5) Lo sfasciarsi degli istituti del vivere associato;
    6) Strage;
    7) Una maggiore recrudescenza dei rapporti umani, un alto grado di diffidenza
    8) Domande esistenziali sul senso della vita e la vanità del tutto.
    È questa sequenza che ritroviamo. È il pochissimo che ci insegna la letteratura e può essere solo questo “arido vero”. Che una strage può sconvolgerci, che porta sempre con sé lo sfascio dei rapporti umani, che il fattore “paura-del-contagio”, cioè “paura-che-mi-accada-qualcosa-di-irreversibile” diventi predominante. Una paura che ingoia tutto e tutto mette in discussione, tutto mette a una vera e dura prova. E una paura, infine, che porta alla riflessione sul senso della vita.

    Anche oggi leggiamo costantemente moltissimi autori che provano a raccontarci questi giorni di pandemia e quarantena. Ché solo loro, ché solo l’arte ha il dono di anticipare delle dinamiche umane.
    Di vedere lontano, di soffermarsi su ciò che diamo per scontato. C’è chi prova a raccontarcela insistendo di più sul dato eminentemente politico nella gestione dell’emergenza: è il caso del collettivo di scrittori Wu Ming. O del fumettista Zerocalcare (foto in alto) che ha tenuto le rubriche Rebbibia Quarantine, appuntamento fisso al bel programma Propaganda Live. Sempre con quella sua ironia, unica nel suo genere, in grado di spaziare ovunque. Sempre capace di entrare nelle stanze della vita quotidiana.
    Allo stesso modo Paolo Rumiz con la sua rubrica su “Repubblica” Diario dalla Quarantena ci ha parlato, per esempio, dei pesci che ritornano nel Canal Grande. La biodiversità che ci sbatte in faccia il suo diritto ad esistere, oltre che la sua grande bellezza, ormai libera da smog, polveri e rumori del vivere associato umano. E ci ha detto pure di come raccontare la storia e le fiabe ai nipotini su Skype.
    Strumento compagno di tante serate a casa insieme a Zoom e a WhatsApp. App che ci hanno fatto sentire meno soli permettendoci di sentire e vedere i nostri partner, amici e parenti. Sulla saggistica ricordiamo anche Paolo Giordano che già a marzo ha pubblicato il volumetto Nel contagio in cui dichiara, fin dalla copertina (un po’ come abbiamo riscontrato nei passi letterari antologizzati e analizzati) di considerare il ruolo determinante che può giocare la paura. Ci dice infatti: Non ho paura di ammalarmi. Di cosa allora? Di tutto quello che il contagio può cambiare. Di scoprire che l’impalcatura della civiltà che conosco è un castello di carte. Ho paura dell’azzeramento, ma anche del suo contrario: che la paura passi invano, senza lasciarsi dietro un cambiamento.

    E basti pensare anche a quanto è stata illuminante la poesia con gli ormai famosi versi di Mariangela Guàtteri Nove Marzo 2020 che ci ricordano come Se la materia oscura fosse questo / tenersi insieme di tutto in un ardore / di vita, con la spazzina morte che viene / a equilibrare ogni specie. / Tenerla dentro la misura sua, / al posto suo, guidata. Non siamo noi / che abbiamo fatto il cielo.
    Il poeta Franco Arminio l’abbiamo ritrovato al TG a parlare del virus in relazione al nesso geniale tra paesi e poesia che regge la sua scrittura. È intervenuto molto a riflettere sulle modalità delle nostre relazioni sociali, spesso insostenibili, che col virus incontrano forse la possibilità di uno scossone.
    Tra ciò ha scritto questi versi bellissimi e illuminanti sulla sua pagina facebook l’8 aprile Appunti per restare umani: La pandemia dice che il mondo non è a casa nostra. / È pericoloso il mondo che tutti assieme abbiamo costruito / La nostra fragilità si è impietosamente svelata. / Nessuno ci ha dato la licenza di dominare la natura. / Non consegniamoci all’impazienza / di tornare alla normalità criminosa / che c’era prima del virus […].
    Insomma, ricorderemo molte cose. E anche noi saremo trascinati di fronte a grandi e gravi domande.
    Da quanto leggiamo sui libri sembra che le sciagure collettive non migliorino l’umanità. Appaiono momenti di grande confusione che seppur rivelano l’aleatorietà delle impalcature e dei meccanismi
    della nostre società, non sono in grado di portarne uno migliore. Forse ciò che realmente può determinare una mutazione nelle nostre esistenze è “soltanto” un maggior grado di consapevolezza.
    Consapevolezza delle fragilità, e di qui dell’interdipendenza tra tutti noi. Soprattutto nei luoghi della crescita e della cura. Nei pit stop delle nostre esistenze. Basti pensare al ruolo dei docenti che con la didattica a distanza, seppur con tutti i limiti, hanno fatto emergere l’imprescindibilità del mondo della scuola nelle nostre vite, oltre che una straordinaria rivoluzione in due giorni di un tema discusso da oltre dieci anni. Così come la vasta rete del sistema sanitario nazionale, singolare fiore all’occhiello
    del nostro welfare. E per finire, in grande, con un pensiero all’ormai acclarata connessione tra inquinamento ed epidemia. Quasi che la salvaguardia del pianeta e quella della vita umana
    necessitano di una identica attività di cura e salvaguardia.

    coronavirus Covid19 epidemia quarantena

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