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    Home»Chiesa e Diocesi»“Che ve ne pare?”. Gesù chiede un confronto a viso aperto. Commento al Vangelo di domenica 27 settembre
    Chiesa e Diocesi

    “Che ve ne pare?”. Gesù chiede un confronto a viso aperto. Commento al Vangelo di domenica 27 settembre

    Redazione26 Settembre 2020Nessun commento
    Di Padre Fabrizio Cristarella Orestano
    Comunità Monastica di Ruviano

    Clicca per visitare il sito del Monastero

    XXVI domenica del Tempo ordinario
    Ez 18, 25-28; Sal 24; Fil 2, 1-11; Mt 21, 28-32

    La parabola dei due figli. Una pagina splendida per la sua sobrietà, un racconto scarno ed efficace, una parola che vuole “graffiare” le placide sicurezze degli interlocutori di Gesù che gli avevano domandato con quale autorità compiva gesti come quello di scacciare i mercanti dal Tempio (cfr Mt 21, 12ss; 21, 23); Gesù aveva risposto con una domanda circa il Battista (da dove proveniva il battesimo di Giovanni? Dagli uomini o dal cielo?); una domanda essenziale per Gesù: solo chi ha accolto l’invito a conversione del Battista può avere accesso al riconoscimento di Lui e della sua autorità. Quelli che lo avevano interrogato avevano preferito non rispondere per una scelta “politica”, per non compromettersi nè con Gesù nè con la folla che stimava il Battista e Gesù aveva rifiutato anche Lui di di dire dell’origine della sua autorità.

    Subito dopo però Gesù sceglie, ci dice Matteo, di dire qualcosa a questi uomini induriti dalla loro presunzione.
    Lo fa con tre parabole che ascolteremo in queste tre domeniche; la prima è quella dei due figli.
    Inizia subito con una domanda: Che ve ne pare? È un invito a non rimanere fuori dalla parabola ma ad entraci e farsi “ferire”. La parabola termina con un’altra domada: Chi dei due ha fatto la volontà di suo padre? Tra le due domande c’è la breve parabola; due domande che non si possono eludere e dinanzi alle quali non si può non prendere posizione.

    Non eludiamo l’Evangelo: se allora questa parabola era rivolta ai capi e agli scribi del popolo di Israele, oggi è rivolta a noi e vuole “graffiare” noi! Se eludiamo la parabola leggendola come una parola dura contro i capi dei Giudei faremo “archeologia” e non permetteremo all’Evangelo di ferirci, di scuoterci, di scomodarci e gravemente.

    C’è un figlio che, alla richiesta del padre di andare a lavorare nella vigna, dice no e lo dice con un semplice ma netto non voglio! … ma poi, pentitosi di quel rifiuto, ci va; c’è un altro figlio che alla proposta del padre risponde prontamente sì ma poi non ci va; in greco risponde con un semplice ed entusiastico egó, “io”; quell’io quasi gridato ci fa pensare…questo figlio è uno che pensa sempre a quel suo io che deve apparire buono, retto, limpido e, in ogni caso, in primo piano! In realtà que ll’io è carico di filautίa, di quell’amore di sè che chiude in sè e fa guardare ad ogni costo solo ai propri interessi.

    La domanda di Gesù non può avere che una risposta: quello che ha detto non voglio ha fatto la volontà del padre e non quell’altro impeccabile e con l’io perfetto sulle labbra. La risposta è solo una e gli interlocutori di Gesù la pronunziano prontamente. Gesù subito applica alla storia concreta della loro vita e lo fa con uno di quei detti che risultano scandalosi per ogni uomo “religioso”: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno dei cieli. Sì, quelli, i pubblicani e le prostitute, hanno detto di no alla legge, alle osservanze, alla “religione” ma poi per la Parola che hanno ascoltato si sono pentiti e “sono andati nella vigna”…loro, i capi, gli scribi, i farisei hanno sulle labbra quel terribile egó, non hanno saputo vedere il loro peccato e sono rimasti fuori nelle loro mortifere sicurezze; sembrano sempre pronti a lavorare nella vigna ma in realtà sono sempre acasa loro!

    I pubblicani e le prostitute, che hanno ascoltato il Battista prima, ed ora ascoltano Gesù, non hanno potuto nascondersi dietro paludamenti “religiosi” e sacri; avevano davanti il loro banco di riscossione di tasse inique ed il loro squallido commercio del loro corpo (cfr Sal 51,5: il mio peccato mi è sempre davanti) non avevano nessun egó dietro cui nascondersi e nessuna “giustizia” di cui paludarsi…ed eccoli lì: entrano nel Regno perchè convertiti dall’Amore che perdona.

    Cosa ha permesso ai pubblicani ed alle prostitute di entrare nel Regno? La misericordia. Una misericordia che essi hanno potuto sperimentare grazie al loro peccato. È paradossale – come sempre – ma è così!

    Perchè quel figlio del no si pentì? Il testo non ci dà risposte, non ci dice dell’atteggiamento del padre dinanzi a quel rifiuto; il silenzio del racconto forse ci dice di un silenzio del padre paziente ed innamorato di quel figlio ribelle, di un padre che conosce il cuore del figlio e ne attende i frutti; certo è che quel figlio passa dal non voglio! ad un sì vero; certo deve aver sentito il peso ingiusto del suo no dinanzi all’amore del padre.

    I pubblicani e le prostitute ci passano avanti perchè possono pesare il loro peccato dinanzi al peso dell’Amore che li cerca nelle parole di Gesù, nell’Evangelo che hanno ascoltato con cuore stupito.

    Il rischio per noi è di non sperimentare questa grazia perchè crediamo di dare sempre l’impressione di dire sì…in realtà rischiamo di dire solo quel terribile egó!
    Come facciamo a misurare la nostra verità dinanzi all’Evangelo? C’è solo una via: il confronto con Gesù a viso aperto, a cuore aperto…

    Paolo scrive ai suoi amati cristiani di Filippi che è necessario avere lo stesso sentire di Gesù che spogliò se stesso assumendo, per amore del mondo, la forma di schiavo crocefisso; Cristo fu umile perchè discese; ecco la via: l’umiltà che ci permette di scendere nelle profondità del nostro peccato e dei nostri non voglio! …ed è lì che incontriamo Cristo.

    Non a caso Benedetto nella santa Regola, al capitolo settimo, dice ai suoi monaci di percorrere i gradini dell’umiltà per giungere alla verità e l’ultimo dei dodici gradini non è una vetta ma una profondità: il monaco stimandosi sempre colpevole dei suoi peccati…ripensi nel cuore ciò che disse quel pubblicano evangelico con lo sguardo fisso a terra: «Signore non sono degno io, il peccatore, di alzare i miei occhi al cielo».

    Il monaco, scrive il nostro Santo Padre Benedetto, entra nel Regno solo se si mette davvero nei panni del pubblicano…è vero per tutti: siamo tutti ingiusti e avvezzi alle prostituzioni; se lo riconosciamo dinanzi all’Amore, ci pentiamo e andiamo davvero nella vigna a testimoniare di essere dei peccatori perdonati dalla Croce del Figlio che non ritenne un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio ma spoglio se  stesso e ci venne a cercare nella nostra miseria.

    È terribilmente e limpidamente semplice! Il cristianesimo è semplice per davvero, siamo noi che troppo spesso l’abbiamo ingarbugliato e intorbidito con le nostre fanghiglie: bisogna lasciarsi trovare da Cristo partendo dal nostro realissimo bisogno di salvezza; chi non avverte il suo peccato perché schiacciato dal suo “io” non volgerà lo sguardo a Gesù venuto solo per i peccatori. È così!

    Gesù Cristo parabola Parola di Dio Vangelo

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