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L’energia del Matese. La complessa storia della Centrale idroelettrica

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Matese tra moderno e contemporaneo

di Armando Pepe

 L’espansione dell’industria idroelettrica in Campania

Nell’Italia dei primi decenni del Novecento il progresso industriale e una crescente diffusione dell’illuminazione pubblica e privata aumentarono la richiesta energetica, in particolar modo si cercava di ottimizzare le numerose potenzialità offerte dalle risorse idriche, esaminando capillarmente i corsi d’acqua e i laghi. La costante ricerca di fonti energetiche rinnovabili portò la Società Meridionale di Elettricità a elaborare progetti e studi sul bacino idrografico del Matese, alle cui falde sorge Piedimonte, paese in cui l’abbondanza delle acque ha sempre favorito la nascita di numerose attività produttive.
Le strategie operative della SME-, nel quadro più ampio dell’intera industrializzazione campana della prima metà del XX secolo-, sono state efficacemente messe in evidenza da Augusto De Benedetti, che riassume le azioni dell’impresa napoletana in due punti programmatici: a) realizzare direttamente le centrali idroelettriche, vendendo l’energia ai grossi utilizzatori; b) entrare d’autorità nelle aziende esistenti.

La SME consolidò la propria struttura economica, affermandosi progressivamente anche come impresa distributrice, e realizzò dapprima l’impianto del Lete (attivo dal 1910), che forniva energia elettrica alla città di Napoli, e poi, nel periodo successivo alla Prima guerra mondiale, mostrandosi all’avanguardia-, se pensiamo a quanto, ancora oggi il tema delle fonti energetiche rinnovabili sia più che mai attuale-, diede nuovo impulso alla sua attività con la costruzione delle centrali idroelettriche del Tanagro (nel 1921), dell’Aventino (nel 1922) e del primo e del secondo salto del Matese (nel 1923), queste ultime due utilizzanti le acque del Lago Matese.

Le attenzioni dell’impresa napoletan21a, per l’appunto, si estesero sull’intero comprensorio del Matese, dove esiste il lago carsico più alto d’Italia. La proprietà del Lago Matese è stata frequentemente causa di accese diatribe tra la famiglia Gaetani di Laurenzana e i comuni di Piedimonte, San Gregorio, Castello e San Potito, che costituivano un unico feudo di cui i Gaetani erano i signori. Per comprendere più a fondo la poderosa opera idroelettrica del Matese, occorre soffermarsi sulla storia del lago e dei possedimenti circostanti, attraverso le cicliche rivendicazioni di proprietà.

Cenni storici sui possedimenti del Matese

Il 20 ottobre 1813 il segretario dell’Intendenza di Terra di Lavoro Francesco Saverio Petroni, nominato regio Commissario ripartitore, emise un’ordinanza che sciolse la promiscuità, cioè la comunanza dei beni del Matese fra il duca Onorato Gaetani di Laurenzana e i comuni di Piedimonte, San Gregorio, Castello e San Potito, dividendola in ventiquattro parti, di cui nove al duca e le restanti quindici ai comuni.
Più di quarant’anni dopo-, il 10 novembre 1854-, l’intendente Giuseppe de Marco, con una seconda ordinanza, sciolse la promiscuità dei soli beni assegnati ai comuni, dividendoli in ventiquattro parti: undici a Piedimonte, sei a San Gregorio, quattro a Castello e tre a San Potito.
Il lago restò soggetto: 1) in favore del duca Gaetani, a un diritto di proprietà sulla metà delle acque,- con destinazione specifica alla pesca-, e sulla metà delle adiacenze; 2) in favore di Piedimonte, a un diritto di proprietà sull’altra metà delle acque, con eguale destinazione alla pesca; 3) in favore di San Gregorio, a un diritto di abbeveraggio esteso a una parte periferica delle acque, quella cioè delle proprie adiacenze, e all’uso civico del pascolo sulle adiacenze stesse, a mano a mano che le acque del lago si vanno restringendo; 4) in favore di Castello si confermavano diritti simili a quelli di San Gregorio, ma in proporzioni minori.

Il 17 novembre 1905 si stipulò un contratto d’affitto e d’enfiteusi del Lago Matese tra la banca del Credito Ticinese (di Locarno), rappresentata dall’ingegnere Bonghi, e il comune di Piedimonte. Tre giorni dopo, il 20 novembre, lo stesso Credito Ticinese acquistò dal duca di Laurenzana la metà del lago con le relative adiacenze.
La banca elvetica, col tempo, rallentati gli esperimenti tecnici e di scandaglio, restò sempre in possesso di parte delle acque e, nel 1914, cedette i suoi diritti alla SME. Cavalcando un rampante capitalismo, il Credito Ticinese dal 1890 al 1912 sprigionò una frenetica attività, anche speculativa, rimettendoci spesso i fondi investiti, e fu dichiarato fallito nel 1915, dopo un processo penale. Ebbe delle partecipazioni anche in varie società italiane. Purtroppo, l’Archivio di Stato del Cantone Ticino-, in Bellinzona-, non possiede documentazione sulle attività bancarie dell’istituto elvetico e di conseguenza non è possibile studiare le motivazioni che spinsero quest’ultimo a investire cospicue somme di denaro in un posto tanto distante, giustappunto sui monti del Matese. È del 1915 un verbale di conciliazione tra la SME e i comuni di Piedimonte, San Gregorio e Castello davanti all’agente demaniale Raffaele Alfonso Ricciardi, omologato dal prefetto di Caserta Diodato Sansone, regio Commissario ripartitore. L’accordo stabiliva tra la SME e i comuni di San Gregorio e Castello un annuo fitto di trecento lire per l’occupazione delle adiacenze dei due inghiottitoi Brecce e Scennerato, con l’impegno di cedere il fondo del lago (e le adiacenze) a prezzo di perizia, richiedendone preventivamente la sdemanializzazione, quando la SME avesse deciso di utilizzare le acque, cosa che avvenne nel 1919.

Nella circostanza, la SME stabilì accordi coi comuni di Piedimonte, San Gregorio e Castello per la cessione in enfiteusi dei beni di natura demaniale e il 24 aprile 1920 presentò una domanda con relativo progetto al ministero dei Lavori Pubblici per l’autorizzazione a scaricare le acque del Matese nel ruscello Maretto, alla confluenza col rivo Paterno.
Tra i mesi di novembre e dicembre 1920, le nuove amministrazioni comunali di Piedimonte e San Gregorio disconobbero la condotta dei predecessori e di una commissione prefettizia costituita per l’occasione, richiedendo maggiori corrispettivi. Verso la fine del 1920 la SME inviò ricorsi al ministero dell’Interno contro le deliberazioni di revoca degli impegni assunti dai comuni di Piedimonte e San Gregorio, e chiese l’intervento dello Stato perché dichiarasse pubbliche le acque del Matese. Il 17 settembre 1921 il Consiglio Superiore delle Acque si espresse sulla demanialità del Lago Matese e del torrente Maretto, e ne dispose l’iscrizione in un elenco suppletivo delle acque pubbliche. Il 7 novembre 1921 il Genio Civile di Caserta invitò la SME a presentare, entro un mese, i documenti per la concessione, ma la società richiese una proroga, che fu accordata fino al 6 gennaio 1922.
Il 5 gennaio 1922 la SME presentò una domanda, corredata da progetto a firma dell’ingegnere Angelo Omodeo, per la concessione delle acque del Lago Matese, a seguito del voto del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici-, espressosi il 17 settembre 1921-, e dell’invito del Genio Civile di Caserta.
La concessione aveva il seguente oggetto:1) sopraelevare il livello del Lago Matese di circa sei metri, cioè fino a quota 1014, allo scopo d’invasare un volume d’acqua di quattordici milioni di metri cubi; 2) derivare le acque del lago nella misura media di 1200 litri al secondo, utilizzandole in due salti-, il primo di metri 480, il secondo di metri 353-, creando così complessivamente 13312 HP dinamici e restituendo le acque nel Vallone Paterno, nei pressi di Piedimonte.
Il primo maggio 1923, il Genio Civile di Caserta fece un sopralluogo per l’istruttoria sulla concessione delle acque del Lago Matese, ma i comuni di Piedimonte, San Gregorio, Castello e San Potito presentarono ferme opposizioni alla domanda della SME, soprattutto in relazione al punto 1 (sopraelevazione delle acque del lago). Il primo giugno 1923 la SME presentò dei rilievi alle deduzioni opposte dai detti comuni.
Nella Gazzetta Ufficiale del 14 novembre 1924 (numero 266) fu pubblicato il Regio Decreto con cui era disposta l’iscrizione del Lago Matese nell’elenco delle acque pubbliche della provincia di Caserta.
Tuttavia, a tutela dell’incolumità della pastorizia, la SME avrebbe dovuto rispettare e assicurare la possibilità del libero esercizio del diritto di abbeveraggio del bestiame.
Il 2 luglio 1925 la SME presentò una richiesta al ministero dei Lavori Pubblici perché San Potito fosse escluso dal novero dei comuni rivieraschi dal momento che l’ordinanza (de Marco) del 10 novembre 1854 aveva assegnato a quest’ultimo zone di terreno non confinanti col Lago Matese e compensi in denaro per la perdita dell’abbeveraggio alle sue acque.
Il Genio Civile di Caserta, il 28 dicembre 1926, eseguì il collaudo della Centrale del Matese.

Link
http://www.storiadellacampania.it/impianto-idroelettrico-matese

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