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Commento al Vangelo della Domenica delle Palme. Accogliere il Signore tra l'”osanna” e il “crucifige”

Commento al Vangelo della Domenica delle Palme

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Di padre Fabrizio Cristarella Orestano
Comunità Monastica di Ruviano Clicca per visitare il sito del Monastero

Domenica delle Palme
Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mc 14,1-15,47

Ingresso a Gerusalemme, miniatura dal Codice Purpureo (secolo VI), Rossano, Museo diocesano del Codex

Entriamo nella Grande Settimana … e vi entriamo accompagnando il Signore nel suo ingresso a Gerusalemme. E’ un ingresso solenne, enfatizzato dall’agitare palme e rami d’olivo in segno di onore; la palma segno di vittoria, l’olivo segno di pace e di letizia: «l’olio fa brillare il volto dell’uomo», dice infatti il salmista (Sal 104,15); con questi rami tra le mani (per lo meno idealmente in quanto le norme anti-Covid ci chiedono di non fare processioni!) accogliamo il Signore che viene mite e mansueto cavalcando un asino, che era la cavalcatura dei re in tempo di pace; accogliamo, dunque, un re di pace e gli diciamo che ci fidiamo della sua vittoria e che la sua venuta ci riempie di gioia.

Alle porte della Settimana Santa diciamo così al Signore che desideriamo che entri a celebrare la sua Pasqua nelle nostre vite, nelle nostre storie, nelle nostre comunità; gli diciamo che ci facciamo terreno per la sua venuta, per la sua croce e per la sua vittoria. Gli gridiamo osanna, che è un’espressione di gioia, di giubilo che, alla lettera significa “aiuta!”… ci fidiamo, cioè, di Colui che è in alto (questo il senso di “osanna negli altissimi”!) e che solo può dare il suo aiuto. Ma davvero ci fidiamo? La verità è che ogni giorno c’è il rischio che l’osanna si trasformi in crucifige!, come ascoltiamo nel racconto della Passione; le nostre vite di credenti sono così spesso in tensione tra osanna e crucifige!

Prima di entrare in questa Santa Settimana pasquale è bene gridare il nostro osanna! per accogliere il Veniente, per accogliere il Figlio amato che va incontro alla Passione; è bene dirgli osanna!, fidando del suo aiuto ad essere uomini nuovi; ma è sempre vero che dobbiamo sapere di essere povere creature a rischio di tradimento e di rinnegamento, creature che non si devono mai sentire al sicuro rispetto al Giuda o al Pietro che le abita. La Passione secondo Marco, che oggi si proclama in tutta la Chiesa nel Rito Romano (il rito ambrosiano legge invece il passo giovanneo dell’Unzione di Betania), narra di una progressione di abbandoni: Gesù è sempre più solo; dalla fuga ignominiosa dei discepoli nell’orto di Getsemani, fino al lacerante grido di dolore dinanzi all’abbandono di Dio! In questa solitudine Marco ci presenta la croce perché noi possiamo contemplarla, perché noi possiamo fissarla, perché noi possiamo lasciarci prendere in quella dinamica di dono, di offerta, di abbassamento che Paolo ha cantato nel celebre inno della sua Lettera ai cristiani di Filippi.

Gesù spogliò, svuotò sé stesso in un abbassamento scandaloso ed inimmaginabile per qualsiasi via religiosa! Ci abbiamo mai pensato che la Passione (al di là della sacralità che le abbiamo dato in questi venti secoli di cristianesimo) è il racconto più anti-religioso che si possa immaginare? Passione significa “sofferenza” ma lo dimentichiamo: l’abbiamo fatta diventare una designazione di un genere letterario, liturgico, musicale, narrativo…  La Passione è, in sé, il racconto di una sofferenza senza limiti di un Uomo che le Chiese confessano, nella fede, essere il Figlio Eterno di Dio, a Lui consostanziale e venuto nella nostra carne. A questo Figlio crocefisso dobbiamo volgere lo sguardo. La Domenica delle Palme con la sua doppia “natura” (riassumibile in osanna e crucifige!) ci invita ad entrare nella celebrazione della Pasqua proprio con lo sguardo fisso in Gesù perché possiamo essere coscienti di quale sia la nostra meta: il dono di sé, incomprensibile per il mondo e misurato sulla misura Cristo; quella Croce che oggi la Chiesa mostra, nel “santo” racconto della Passione, è incredibilmente il senso di tutto, il senso della storia!

Chi svuota la croce (cf. 1Cor 1,17), chi la “scavalca”, non potrà mai capire l’uomo nuovo, non riuscirà mai a lasciare che Dio faccia in lui una cosa nuova, che Dio pianti al cuore della sua esistenza la Croce che salva; sì la Croce salva perché contiene tutto l’amore che il mondo non conosce ma che solo può salvare il mondo. Camminiamo con coraggio in questi giorni santissimi! Percorriamo questo Triduo del 2021 anche con tutte le restrizioni liturgiche che potremo patire a causa della pandemia ancora in corso… non lasciamoci ingannare e sviare da queste restrizioni! È Pasqua! È tempo di grazia! È tempo di Dio che non va sprecato!

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