Home Voci d'inverno Sabrina, Matilde, Maria: invincibili, per sempre. Storie di donne oltre il dolore

Sabrina, Matilde, Maria: invincibili, per sempre. Storie di donne oltre il dolore

Dal "Centro diocesano per la famiglia Mons. Angelo Campagna" giunge una nuova storia: un sottile filo rosso unisce tre donne con età ed esperienze diverse, ognuna vittima di un male interiore: confusione, dipendenza, insicurezza, morte... Storie risorte, storie in cammino

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“Fu attesa l’ora del tramonto, per l’effetto di luce arrossata sopra il marmo. Prese aspetto di carne, le ombre mossero le forme”.
Erri De Luca

di Rosaria De Angelis

Mi piace proporvi un binomio che alberga nella mia mente: l’opera “L’Umanità contro Il Male” di Gaetano Cellini ed il dolore. Dell’intera opera, la parte, che ho vivisezionato nella miei pensieri ed analizzato più volte, che più mi rapisce sono le mani. Rimandano allo sforzo continuo, fisico e mentale, di afferrare…per tenere, per avere, o per non perdere. E il parallelismo va su un piano emotivo, dove anche aggrapparsi al dolore sembra rendere meno disumana la sofferenza. Talvolta ci si innamora della stessa e si soccombe ad essa. O, diversamente, ci si aggrappa alla voglia di farcela…

Ma cos’è il dolore? Il dolore è un alert e ci avverte che c’è qualcosa che non va. Ci sta dicendo che ci dobbiamo difendere!

Dicevo delle mani dell’opera di Cellini…quelle mani mi rievocano le parole di Sabrina, di Matilde, di Maria, nomi di fantasia di mie pazienti.

“Ho abitato a Milano fino ai miei circa cinque anni di vita. Poi mio padre ha ucciso mia madre e mi hanno inviata dai nonni. Non chiedermi dove sia lui adesso. Non lo so. Non lo voglio sapere e se è morto mi farebbe piacere. Mia sorella è stata data ai miei zii. Non abbiamo legami. Nemmeno con i nonni. Loro non volevano venissi qui, hanno accettato perché costretti. È da quando sono piccola che faccio colloqui con assistenti sociali e psicologi e non è cambiato nulla. Sono stanca e mi sono rotta.”
“Come ti chiami?”
“Sabrina”
“Sabrina, quante possibilità mi dai prima di bocciare anche me?”

Una donna oramai. Venticinque anni circa. Vive sola ed ha un’attività in proprio. Autonoma da un punto di vista economico, ma non relazionale.

O di Matilde, quando, con una voce flebile e con pensieri confusi, ha raccontato di vaghi ricordi che ha di quando era bambina. E di un uomo con dei pantaloni blu scuro. E di lui non ricorda il volto. E di lui ricorda ancora le mani.
È una donna adesso, ha circa quarant’anni e noi stiamo lavorando sui suoi primi quindici anni di vita. Ricostruiamo. Lottiamo. Insieme. Il viaggio di vita di un paziente è un viaggio per due: terapeuta e paziente. Sono viaggi di lotte e traguardi. Di fermate e di sospiri. Ogni persona ha il diritto di trovare “ciò che c’è di irrisolto nei nostri cuori” (Reiner Maria Rilke) per continuare, per ripartire.

Di Maria, poi, ricorderò sempre la determinazione nelle parole ed il timbro della sua voce. Determinata. Decisa. Sicura. Il contenuto del messaggio, del carico che portava dentro strideva, però, con la sua espressione. Parlava di un lutto…della perdita di un figlio, il suo.
Ma nel resto della sua vita, in quel resto, risiedeva tutta la forza per attraversare quel dolore e renderlo meno emorragico.
Quel resto sono altri figli. Allora prendere quel dolore, e lo percepisco con la stessa immagine delle mani scolpite del Cellini, e rivestirlo di dignità. Dargli un senso. Dargli un nome. Il nome. Il nome di suo dolore, per lei, avrà per sempre il nome di quel figlio.

Come per Matilde: per lei il dolore avrà per sempre il nome di un colore. Il blu scuro.
Per Sabrina il dolore, invece, avrà probabilmente il profumo dei corpi che aveva conosciuto e con i quali si era fusa in una intimità devastante. I legami che sono privi di libertà sono dei legami che somigliano a violenze, a vere e proprie torture. Bisognava smettere.

Dopo sedici mesi circa di terapia siamo arrivate ad un concetto importante: ha fermato la sua spasmodica ricerca di corpi nella sua voglia di trovare stabilità. Ad oggi è sola. È un traguardo per chi credeva di non farcela se non fondendosi in altri. Ha iniziato ad essere libera.

Ci sono storie di vita che seppur uniche, data l’unicità delle persone, sembra che abbiano lo stesso codice identificativo. E non mi riferisco alla diagnosi; sarebbe riduttivo incasellare e classificare il tutto. Qualcosa rimarrebbe per forza non identificato. Sarebbe orfano di identità.

Mi riferisco al filo rosso. A quel quid che percorre le storie: le attraversa e le lega!

È consuetudine, per me, rimandare al paziente anche la mia personale risonanza rispetto a qualcosa in particolare. Condividiamo un’intimità. C’è uno scambio relazionale!

“Era giovanissimo, ma aveva nello sguardo qualcosa di slabbrato, come se osservasse il mondo da una prospettiva già offesa. Vorrei poter dire che la nostra fu un’immediata affinità elettiva, ma sarebbe una menzogna. Io Chirù lo riconobbi”
Chirù, Michela Murgia

È in quel riconoscimento che si cela, spesso, la chiave d’accesso alla porta del cuore del paziente. Per entrare in quel dolore c’è bisogno, anche da parte del terapeuta, di eleggerlo ad unicità. Riconoscerlo nella sua drammatica unicità. E ripartire da lì. Insieme.
Dare un nome è il primo passo verso la guarigione. La confusione stordisce. L’identificazione chiarifica. L’uomo teme la propria follia ed incasella anche l’incasellabile. Riordina.

Certe storie hanno il potere di cristallizzare un pensiero. Uno stato d’animo. Il dolore trasmette delle vibrazioni che scuotono. Poche cose, forse, hanno tanta potenza comunicativa.

Dopo l’incontro con queste storie di vita non sono stata più la stessa.

Nella mente ho ricostruito  i vari racconti. È come se davanti ai  miei occhi fosse passato un video di queste donne, dei momenti più forti dei nostri incontri…e poi ritornavo come un rewind...e poi  riprendevo. Raccontavano la tragicità della loro esistenza: a ciascuna di loro era cambiata per sempre.

E nella mia mente si andava configurando un’immagine. La valanga delle nuvole. Vennero giù tutte d’un colpo. Sembrava contenessero un potere distruttivo per le mie interlocutrici. Ma non fu così. Assistetti, in quei giorni e nei successivi due anni di incontri, a quello che viene definito il perfetto collasso delle nuvole. Si scompigliò tutto nelle loro vite. Fu anche quella visione che cambiò loro la vista e la loro vita. Quel caos andava riordinato, per amore di quel resto!

Dopo tutto quel vento, uscì l’arcobaleno. Sabrina, Matilde e Maria vivevano in modo monocromatico. In tempi diversi e con modi diversi hanno imparato a ri-conoscere i colori.

Il lavoro fatto con loro è consistito nella evocazione del potenziale nascosto in loro. La psicoterapia serve anche a tirare fuori quel potenziale.

“Nel profondo dell’inverno ho imparato che c’era in me un’estate invincibile”
Albert Camus

Quell’inverno rappresenta sì la spada di Damocle sul capo di ciascuna di loro, ma è nella speranza e nella prospettiva che esiste l’estate invincibile in cui risiede la vittoria di ciascuno.

Sabrina, Matilde, Maria: invincibili, per sempre. Ho assistito alla loro trasformazione in eroine…è un potere oltre l’umano dolore!

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