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Gli occhi di Tammy Faye: il connubio distorto tra fede e business di Tammy Faye e Jim Bakker

Al cinema il film che racconta le gloriose e sfortunate vicissitudini dei tele-evangelizzatori più noti d’America

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Noemi Riccitelli – Film di apertura della XVI edizione della Festa del Cinema di Roma, alla presenza stessa dell’attrice protagonista, Jessica Chastain (anche produttrice del film), Gli occhi di Tammy Faye (The eyes of Tammy Faye) di Michael Showalter racconta le gloriose e poi sfortunate vicissitudini della coppia di tele-evangelizzatori americani più noti negli anni ‘70/’80 del paese a stelle e strisce.
Tratto dall’omonimo documentario del 2000 diretto da Fenton Bailey e Randy Barbato, il film è al cinema dal 3 febbraio, dopo aver ricevuto diversi riconoscimenti e premi nel corso di festival cinematografici internazionali.
Inoltre, è solo di qualche giorno fa la notizia della nomination all’Oscar come Miglior attrice protagonista di Jessica Chastain.

Tammy Faye (Jessica Chastain) e Jim Bakker (Andrew Garfield) si incontrano giovani mentre entrambi studiano al North Central Bible College di Minneapolis.
I due, ferventi credenti evangelici, sono animati dal desiderio di compiere il volere di Dio e vivono la religione come una vera e propria missione di vita: dopo essersi sposati, partono per predicare in giro per gli Stati Uniti, finché non riescono a farsi notare e a creare un canale satellitare tutto loro, il PDL (Praise the Lord) con un seguito sempre più ampio.
Il crescente successo della coppia e del loro progetto di predicazione/intrattenimento, che prevedeva anche un parco divertimenti a tema cristiano (l’Heritage USA), inizia ad incrinarsi con la crisi di coppia dei due coniugi, le azzardate manovre finanziarie di Jim Bakker e l’intervento di personalità esterne interessate al grandioso patrimonio costruito dai due.

In un biopic come questo, il lavoro cospicuo sta nell’interpretazione degli attori protagonisti che hanno la responsabilità di incarnare personaggi reali, per cui la mimesi deve risultare unica.
Spiccano, dunque, le performance di Jessica Chastain ed Andrew Garfield: la prima, in particolare, si è preparata al ruolo a lungo e nonostante il trucco eccessivo, che la Faye amava, tanto da essere riconosciuta proprio per le sue lunghe ciglia, il fondotinta e le unghie laccate, riesce a dare profondità al personaggio, tramite lo sguardo che penetra anche gli strati più intensi di blush e ombretti sfavillanti.
Andrew Garfield, invece, pur mostrando la sua bravura, tende ad essere reso un po’ goffo dal trucco prominente, rendendolo quasi una caricatura.

Un aspetto caricaturale che nell’impostazione del film è presente in ogni caso (ricordiamo che il regista Showalter è anche un noto comico statunitense): la sceneggiatura (di Abe Sylv), infatti, è cesellata da battute e scene che vogliono evidentemente andare a parodiare atteggiamenti e situazioni, specie nella rappresentazione dell’ambigua società americana degli anni ’80, così come la vacuità e la superficialità del credo religioso professato in un certo modo.
In alcuni casi, tuttavia, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a momenti di eccessiva, non necessaria ilarità.

Se la deformazione del riso porta ad evidenziare difetti e storture, con una finalità di denuncia, Gli occhi di Tammy Faye si caratterizza anche per momenti di pathos e di concreta riflessione: ciò riguarda proprio la protagonista, un personaggio meritevole di attenzione e, a suo modo, all’ ”avanguardia” per l’epoca in cui ha vissuto.
Donna genuinamente credente, decisa nell’azione di fare del bene attraverso qualsiasi mezzo, anche la TV.
Tammy Faye ha cercato di tenere sempre ben salda la sua dignità, non facendosi intimorire dalla presenza maschile (iconica, in tal senso, la scena in cui Tammy si siede al tavolo di soli uomini, predicatori evangelici, per discutere del programma TV di cui faceva parte e proporre le sue idee); inoltre, ha sempre mostrato attenzione alle categorie della società lasciate da parte.
Negli anni ’80, infatti, nel pieno dell’ondata di AIDS e della conseguente condanna e diffidenza intorno agli omosessuali e ai sieropositivi, nelle sue trasmissioni TV ha dato voce alla causa di sensibilizzazione e tolleranza verso questi gruppi di persone.
Un impegno, questo, cui Faye ha tenuto fede fino alla sua morte, diventando un’icona per la comunità LGBTQ anche negli anni ‘00.

In netta contrapposizione, invece, la figura del marito, Jim Bakker, tipo ambiguo e portatore di una distorta visione della parola di Dio, per cui la ricchezza e il benessere, soprattutto interiori, prospettati dalla fede, sono stati intesi in senso propriamente materialistico, conducendolo alla rovina e ad una smodata ambizione.

È difficile per un occhio e un animo abituati ad un rapporto con la divinità più intimo, comprendere un approccio alla fede così esteriore da sembrare finto, una recita, appunto; ma la visione di Gli occhi di Tammy Faye risulta interessante proprio perché induce a riflettere su un tema cogente e dibattuto come la religione, mostrando come essa sia stata oggetto di manipolazione politica e orientati interessi (non una novità, ma una forte conferma) e porta a conoscere una personalità particolare, che proprio per la sua estraneità ai sopraccitati meccanismi, ma fermamente convinta della necessità delle sue azioni di divulgazione, avrebbe meritato un approfondimento e un coinvolgimento emotivo maggiore.

 

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