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Commento al Vangelo. Il vantaggio (e non il rischio) di essere “piccolo gregge”

Commento al Vangelo. XIX domenica del Tempo ordinario - Anno C

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Di Padre Fabrizio Cristarella Orestano
Comunità Monastica di Ruviano (Clicca)

XIX domenica del Tempo ordinario – Anno C
Sap 18,3.6-9; Sal 32; Eb 11,1-2.8-19; Lc 12,32-48

L’Evangelo di questa domenica è il seguito di quello della scorsa settimana ed il tema rimane sempre quello dell’atteggiamento del discepolo circa le priorità. Fare la scelta di fidarsi davvero di Dio e delle logiche del Regno produce certamente un effetto “setaccio” … c’è il “rischio” di restare “piccolo gregge”; la proposta radicale, compromettente dell’Evangelo di Gesù genera di certo una riduzione … c’è poco da fare: si resta in pochi. Il piccolo gregge non è però una “casta” chiusa … al piccolo gregge appartengono uomini e donne di ogni ambiente ecclesiale, il piccolo gregge è trasversale … si tratta della categoria del “resto di Israele” reinterpretata dall’Evangelo. Questo “resto” si troverà in tutti gli ambiti della vita ecclesiale: ci sarà un “resto” tra il clero, un “resto” tra i monaci, un resto tra i religiosi, ci sarà un “resto” tra quelli che sono impegnati per l’Evangelo, ci sarà un “resto” perfino tra quelli che lottano per la giustizia e per l’umanità e che sono fuori dalla Chiesa … ci sarà certo un “resto” fatto di quelli che, nella Chiesa, decidono davvero non per un’appartenenza “da religione” ma per un’ appartenenza esistenziale e compromettente, senza mezze misure e disposti a pagare un “alto prezzo” …

Antonio Martinotti (1909-1999), Cristo alla porta

Questo “resto” non deve temere, dice Gesù, perché il Regno è nelle sue mani, il mondo certo riderà di questo “resto”, lo prenderà per uno sparuto drappello di illusi, di sconfitti, di perdenti, magari di deboli… in realtà questo “resto”, questo “piccolo gregge”, sarà via di una nuova umanità e prima ancora sarà protagonista, in questo nostro oggi, del vero rinnovamento della Chiesa, di quella possibilità di vera ripartenza della vita ecclesiale. Gesù, in fondo, non ha mai pensato alla sua Chiesa come una massa di folle numerose e preponderanti … Gesù ha parlato di “sale” (cf. Mt 5,13), ha parlato di “lievito” (cf. Mt 13,33; Lc 13,21), qui parla di “piccolo gregge” …

Appartiene a questo “piccolo gregge” chi sa dove sono le priorità, e non si isola … resta tra gli uomini, lì dove gli uomini dibattono, lottano e si scontrano quotidianamente … lì, nella polis il “piccolo gregge” custodisce le vie del Regno che, apparentemente perdenti, torneranno poi a vantaggio di tutti.

Il “piccolo gregge” non deve aver paura di essere minoranza. Non ne deve aver paura perché quando si ha paura d’essere minoranza si inizia a puntare sui numeri per diventare maggioranza, per diventare folla … e Gesù non ci ha promesso le folle! Quando si vogliono le folle, il rischio grande (ed è reale!) è che si svenda l’Evangelo … non bisogna fare uno sforzo per immaginare uno scenario del genere perché questo già è avvenuto troppe volte nella vita della Chiesa … forse anche in tempi recenti! Ci siamo illusi e compiaciuti troppo delle piazze e delle adunate “oceaniche”!

Se sappiamo invece leggere la storia della Chiesa ci accorgiamo che sono sempre stati i piccoli greggi a custodire il soffio dello Spirito, i sogni di ulteriore, la novità graffiante e scomoda dell’Evangelo…

Sono stati sempre i piccoli greggi a lottare per le vere riforme della Chiesa …

Vendere, dare in elemosina, svuotare le borse sono azioni che non convincono … per farle bisogna che ci si fidi, bisogna mettersi sulle orme di chi davvero si è fidato di Dio e la Lettera agli Ebrei, nel suo celebre undicesimo capitolo, ci elenca dei modelli di fede, uomini e donne che si sono fidati e per questo hanno vissuto e fatto l’”impossibile” … per fare quelle azioni di spoliazione e di decentramento è necessario fidarsi di un altro tesoro … sì, un tesoro … l’uomo ha bisogno sempre di un tesoro per poter dare la vita; il problema è’ trovare tesori che non invecchiano, che non si consumano e che non consumano chi li possiede (cf. Mt 6,20).

L’unico “tesoro” che ha queste caratteristiche è il “tesoro” del Regno, è il “tesoro” che ha il volto di Cristo … per Lui vale la pena “vendere”, “perdere”, fare della propria vita un’attesa ed un luogo di speranza.

Come si dà la vita?
Alimentando il “dono” con la speranza che è una virtù per il futuro … ed ecco che Gesù racconta le due parabole sulla vigilanza e poi ne aggiunge una terza, quella del padrone che ritarda, per far comprendere bene che la speranza vigilante non esime dal vivere il presente con piena responsabilità.

Nelle prime due Gesù dichiara che c’è un futuro di Dio che è imprevedibile e per il quale bisogna essere pronti e soprattutto bisogna avere lo sguardo puntato all’ “oltre” … se ci si ferma a quel che banalmente appare si resta intrappolati in letture miopi e limitate della storia.

Questa venuta del Figlio dell’uomo nell’ora che non pensate non è un invito” a pensare alla morte (che certo pure è un accadimento imprevedibile!) ma un invito a saper leggere la venuta del Figlio dell’uomo nel quotidiano del vivere, a saper leggere quelle occasioni in cui il Regno va colto con le sue domande, con le sue urgenze vere, le sue esigenze senza sconti …  È invito a cogliere nell’oggi il kairós, il “tempo opportuno”, il “tempo di grazia” che può attraversare il chrónos che scorre … quel chrónos, quel tempo materiale nel quale si può vivere con le lucerne spente e il cuore assopito o ubriaco … quel chrónos che può essere vissuto solo per se stessi (come il servo della terza parabola che è capace solo di angariare i suoi con-servi) o può essere vissuto per il Signore che viene e che verrà!

C’è una condizione che conduce alla vera vigilanza (e che poi sarà anche il metro del giudizio di Dio!): la conoscenza di Lui.
Come sempre: chi conosce si è sentito amato, chi ha provato su di sé l’amore ama e chi ama dona senso alla propria vita ed alla storia.
“Conoscere” Dio e la sua volontà è, alla fine, “conoscere” Gesù, è aver sperimentato che Lui è vivente e operante nelle nostre vite! Da questa “conoscenza” scaturisce la capacità di vigilare, di cogliere cioè i suoi passaggi tra di noi; anzi di desiderare quei suoi passaggi che compromettono.

Chi è “ubriaco” di sé, chi è “ubriaco” di possesso, non guarderà mai verso l’orizzonte e non si accorgerà che il kairós di Dio viene e se viene bisogna cercarlo per mostrare vie di giustizia e di vera umanità. Chi sa cogliere il kairós sarà testimone che il Signore dona la capacità e il coraggio di percorrere quelle vie di giustizia e di umanità!

Il “piccolo gregge” è allora fatto di uomini e donne capaci di futuro, uomini e donne compromessi e quindi con le “mani sporche” per la storia e nella storia; il “piccolo gregge” non è asettico ed impermeabile! No! Nessuna evasione per vigilare, ma piuttosto sguardo fisso all’oltre e mani impastate con la storia!

Gesù di Nazareth, nostro Signore, visse così!
Lui crede davvero che noi possiamo fare lo stesso!
Siamo disposti a essere “piccolo gregge”, nel mondo, ma anche nella Chiesa? È il grande rischio da correre, è oggi la grande sfida da accogliere!

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