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    Home»Chiesa e Diocesi»“C’è bisogno di una rivoluzione dell’amore”, Leone XIV a Castel Gandolfo
    Chiesa e Diocesi

    “C’è bisogno di una rivoluzione dell’amore”, Leone XIV a Castel Gandolfo

    Redazione14 Luglio 2025Nessun commento

    Riccardo Benotti – “Oggi c’è bisogno di questa rivoluzione dell’amore”. È l’appello lanciato da Papa Leone XIV durante l’omelia pronunciata oggi nella parrocchia pontificia di San Tommaso da Villanova a Castel Gandolfo. Commentando la parabola del buon samaritano, il Pontefice ha indicato nella strada che scende da Gerusalemme a Gerico un’immagine attuale dell’umanità ferita: “È la strada percorsa da tutti coloro che sprofondano nel male, nella sofferenza e nella povertà; è la strada di tante persone appesantite dalle difficoltà o ferite dalle circostanze della vita; è la strada di tutti coloro che ‘scendono in basso’ fino a perdersi e toccare il fondo; ed è la strada di tanti popoli spogliati, derubati e saccheggiati, vittime di sistemi politici oppressivi, di un’economia che li costringe alla povertà, della guerra che uccide i loro sogni e le loro vite”. Poi ha domandato con forza: “E che cosa facciamo noi? Vediamo e passiamo oltre, oppure ci lasciamo trafiggere il cuore come il samaritano?”.

    Lo sguardo che salva
    Al centro della riflessione del Papa, lo sguardo: “La compassione, infatti, è al centro della parabola. E se è vero che nel racconto evangelico essa viene descritta dalle azioni del samaritano, la prima cosa che il brano sottolinea è lo sguardo. Infatti, davanti a un uomo ferito che si trova sul ciglio della strada dopo essere incappato nei briganti, del sacerdote e del levita si dice: ‘lo vide e passò oltre’ (v. 32); del samaritano, invece, il Vangelo dice: ‘lo vide e ne ebbe compassione’ (v. 33)”. Questo sguardo, ha spiegato, è ciò che fa la differenza: “C’è un vedere esteriore, distratto e frettoloso, un guardare facendo finta di non vedere […] e c’è un vedere, invece, con gli occhi del cuore”. Per il Pontefice, il samaritano è immagine di Cristo: “Dio, però, ci ha guardati con compassione, ha voluto fare Lui stesso la nostra strada, è disceso in mezzo a noi e, in Gesù, buon samaritano, è venuto a guarire le nostre ferite, versando su di noi l’olio del suo amore e della sua misericordia”. Così anche noi, “guariti e amati da Cristo, diventiamo anche noi segni del suo amore e della sua compassione nel mondo”.

    Diventare prossimo
    Nella parte conclusiva dell’omelia, Leone XIV ha indicato la via dell’autenticità evangelica: “A volte ci accontentiamo soltanto di fare il nostro dovere o consideriamo nostro prossimo solo chi è della nostra cerchia, chi la pensa come noi, chi ha la stessa nazionalità o religione; ma Gesù capovolge la prospettiva presentandoci un samaritano, uno straniero ed eretico che si fa prossimo di quell’uomo ferito. E ci chiede di fare lo stesso”.

    Ha quindi richiamato le parole di Benedetto XVI: “Il samaritano, il forestiero, si fa egli stesso prossimo e mi mostra che io, a partire dal mio intimo, devo imparare l’essere-prossimo e che porto già dentro di me la risposta”. Il Pontefice ha poi concluso: “Vedere senza passare oltre, fermare le nostre corse indaffarate, lasciare che la vita dell’altro, chiunque egli sia, con i suoi bisogni e le sofferenze, mi spezzino il cuore. Questo ci rende prossimi gli uni degli altri, genera una vera fraternità, fa cadere muri e steccati. E finalmente l’amore si fa spazio, diventando più forte del male e della morte”.

    Chi è Licarione May
    Francesco Beniamino, conosciuto con il nome religioso di Licarione May, fu un fratello dell’Istituto dei Maristi delle Scuole. Nato nel 1875, dedicò la propria vita all’educazione cristiana dei giovani, soprattutto nei contesti più fragili. Operò con discrezione e determinazione, anche in un clima culturale ostile alla presenza religiosa. Fu ucciso in odium fidei a Barcellona nel 1909, mentre svolgeva il suo servizio nella comunità marista. La Chiesa lo ha riconosciuto martire e lo ha beatificato il 12 luglio 2025, nella stessa città in cui visse e donò la vita.

    All’Angelus: “Servire la vita, non ingannare la morte”
    Nel messaggio dell’Angelus, il Papa ha ricordato che “la vita eterna, che Dio solo può dare, viene trasmessa in eredità all’uomo come dal padre al figlio”. E ha aggiunto: “Gesù è la rivelazione del vero amore verso Dio e verso l’uomo: amore che si dona e non possiede, amore che perdona e non pretende, amore che soccorre e non abbandona mai”. Il Papa ha esortato i fedeli a seguire l’esempio di Cristo: “Per vivere in eterno, dunque, non occorre ingannare la morte, ma servire la vita, cioè prendersi cura dell’esistenza degli altri nel tempo che condividiamo”.

    Dopo l’Angelus, ha ricordato la beatificazione a Barcellona del martire marista Licarione May, e salutato gruppi di pellegrini provenienti da Polonia, Colombia, Perù, Spagna, Francia e Italia, incoraggiando “tutti coloro che, nei mesi estivi, si dedicano con impegno ai più piccoli”. Infine, un pensiero accorato: “Fratelli e sorelle, non dimentichiamoci di pregare per la pace e per tutti coloro che, a causa della violenza e della guerra, si trovano in uno stato di sofferenza e di bisogno”.

    Fonte SIR

    Papa Leone Castel Gandolfo 2025 Foto Vatican Media SIR
    Papa Leone Castel Gandolfo 2025 Foto Vatica Media SIR

     

    angelus Buon Samaritano castel gandolfo Papa Leone

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