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    Home»Territorio»La segale del Matese conquista le vette del Südtirol
    Territorio

    La segale del Matese conquista le vette del Südtirol

    Grazia Biasi19 Agosto 2025Nessun commento

    Da una cima all’altra: la segale del Matese, nuovo presidio Slow Food, arriva sulle Dolomiti in occasione della Festa della Raccolta organizzata a Terento, in Val Pusteria a Ferrqgosto, e per una esposizione alla Malga Neves. Vetrina insolita per il prodotto matesino e per gli altri presidi Slow Food di casa nostra come la cipolla alifana e il lupino di Pietramelara,  esportati per la particolare occasione, piacevoli assaggi per i visitatori d’alta quota che si sono imbattuti nella n insoliti sapori.

    A poche settimane dal riconoscimento della Secena del Matese quale nuovo presidio Slow Food e vista la recente occasione di visibilità ottenuta, torniamo a parlarne con Costantino Leuci, referente Slow Food Matese non più soltanto per celebrare questo significativo risultato ma per provare a scorgere i segni di una stabilità futura per i coltivatori che coraggiosamente scelgono la qualità, l’identità, il benessere del consumatore finale. In poche parole coltivatori (giovani) con indosso la responsabilità della buona salute delle persone, il rispetto della terra e della Storia, l’idea di una economia libera dai mercati globali.

    Quale strada si apre per i prodotti slow Ford del Matese e in particolare per la sècena?

    “I presidi Slow Food nascono per salvare dalla scomparsa e valorizzare piccole produzioni  e lavorazioni legate a tradizioni agricole o alimentari dei vari territori regionali italiani ed anche di altri Paesi”, spiega Leuci chiarendo la missione del Movimento internazionale di tutela e valorizzazione dei prodotti di nicchia e l’uso consapevole dei essi.

    “Presidiare questi prodotti, per Slow Food, significa lavorare alla difesa della biodiversità e, nello stesso tempo, contribuire a tutelare il lavoro di piccoli produttori insieme alla cultura del cibo buono, pulito e giusto”.

    Sguardo alla particolarità matesina e all’esperienza in corso: “Questo approccio ci sembra estremamente importante in un territorio delle aree interne come il Matese, ricco di biodiversità ma condannato ad un progressivo spopolamento, a cominciare dal tessuto agropastorale che per secoli ha rappresentato la nostra principale risorsa”.

    Con Leuci affrontiamo anche il discorso Parco Nazionale del Matese: un contesto per il quale si sogna e si progetta la maturazione della consapevolezza di essere in un’area esclusiva, da tutelare e abitare, in cui produrre valore ed economia. L’esperienza di Slow Food, non solo di tutela delle tipicità ma soprattutto di confronto con un contesto internazionale con le medesime finalità porta valore aggiunto alla costruzione e strutturazione della ‘coscienza-parco’.

    “Oggi questo percorso incrocia la novità del Parco nazionale, che non deve essere visto solo come un’etichetta che magicamente attragga ricchezza, bensì come un’opportunità, innanzitutto per le comunità del territorio, di riprendere consapevolezza della propria ricchezza in termini appunto di biodiversità, non solo vegetale o ambientale, ma anche di lavorazioni, tradizioni, saperi”.

    Di fatto il movimento locale già partecipa ad un grande progetto che contribuisce a rafforzare un’identità locale e una visione futura, e nel frattempo si avvia ad un nuovo traguardo, con il riconoscimento di un nuovo presidio. “Per le ragioni appena spiegate, noi di Slow Food Matese abbiamo accolto con favore la proposta contenuta nel progetto di “Rigenerazione sociale e culturale” avviato dai comuni di Castello del Matese e Letino, arrivando così all’obiettivo del Presidio della Segale e, tra qualche settimana, a quello del Miele Millefiori dei Monti del Matese”. Ecco il nuovo risultato, che come spiega a Leuci non è solo questione di etichette, perché “

    grazie ad essi (i presìdi, ndr), un certo numero di piccoli produttori sta cominciando a trovare maggiore convinzione nelle proprie attività e siamo fiduciosi che questo numero cresca, arrivando a creare strutture comuni di trasformazione, ma anche piccole filiere con trasformatori e ristoratori, taluni conosciuti e apprezzati, che stanno già guardando con attenzione ai nuovi presidi”.

    La ‘rete’ conferma il successo, la stabilità, la certezza che non si è soli ma che solo sinergicamente comunità, enti, associazioni esprimono forza e pensiero, idee e progetti che sospingono in avanti la storia di popoli e paesi. Una proposta, quella di Slow Food che vince l’avanzata dell’opinione più politica che scientifica (perché il mondo accademico ed esperto sui temi non risparmia soluzioni) che vede i piccoli borghi sul ciglio della morte definitiva.

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