Noemi Riccitelli – Si è conclusa lo scorso sabato 6 settembre la Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia: un’edizione, l’82esima, segnata sin dal principio dalle insistenti, forti, necessarie istanze di rappresentazione e attenzione riguardo il genocidio in corso a Gaza, la tragica guerra in Palestina (ne abbiamo parlato qui).
Oltre a diversi interpreti, ospiti e non, che hanno mostrato il loro supporto alla causa palestinese, la serata dei verdetti finali, in qualche modo, ha rappresentato un momento di raccordo con questi appelli.
La Giuria della Mostra, presieduta dal regista e sceneggiatore statunitense Alexander Payne e composta da Stéphane Brizé (regista e sceneggiatore francese), Maura Delpero (regista e sceneggiatrice italiana), Cristian Mungiu (scrittore, regista e produttore rumeno), Mohammad Rasoulof (regista, scrittore e produttore iraniano), Fernanda Torres (attrice, scrittrice e sceneggiatrice brasiliana) e Zhao Tao (attrice cinese), dopo aver visionato i 21 film in concorso, ha assegnato il Leone d’oro alla pellicola di Jim Jarmusch, Father Mother Sister Brother e il Leone d’argento alla regista Kaouther ben Hania, con il film The voice of Hind Rajab.
“Parole su carta che si sono trasformate in una forma di cinema puro”, ha dichiarato Jarmusch riguardo il suo film, ricevendo il premio con una spilla appuntata sulla giacca con la scritta “Enough” (Basta!) contro il conflitto israelo-palestinese.
Il regista, inoltre, ha dichiarato che non consentirà la distribuzione del film con il sostegno del governo israeliano.
Father Mother Sister Brother è un film che osserva ed esplora i delicati legami familiari tra genitori e figli adulti e tra fratelli.
Nel cast, Tom Waits, Adam Driver, Charlotte Rampling e Cate Blanchett.
Tuttavia, il vero baluardo interno alla Mostra, la voce della resistenza e della coscienza del presente è stato The Voice of Hind Rajab: già dopo la sua proiezione, mercoledì 3 settembre, la pellicola ha lasciato il segno, con ben 24 minuti di applausi, il pubblico ha iniziato a gridare “Palestina libera” e l’attore Motaz Malhees ha poi esposto una bandiera palestinese e il resto del cast ha mostrato una foto della bambina uccisa, protagonista del film. 
Profonde le parole della regista ben Hania, che rappresentano anche una bellissima declinazione del fare cinema civile “(…) al centro di questo film c’è qualcosa di molto semplice, e molto difficile da affrontare. Non posso accettare un mondo in cui un bambino chiede aiuto e nessuno arriva. Quel dolore, quel fallimento, appartengono a tutti noi. Questa storia non riguarda solo Gaza. Parla di un dolore universale. E credo che l’invenzione narrativa (soprattutto quando trae spunto da eventi verificati, dolorosi e reali) sia lo strumento più potente del cinema. Più potente del rumore delle ultime notizie o dell’indifferenza dello scrolling. Il cinema può preservare un ricordo. Il cinema può resistere all’amnesia.”
The voice of Hind Rajab racconta come il 29 gennaio 2024 i volontari della Mezzaluna Rossa ricevono una chiamata di emergenza: una bambina di sei anni è intrappolata in un’auto sotto attacco a Gaza e implora di essere salvata.
Mentre cercano di tenerla al telefono fanno tutto il possibile per farle arrivare un’ambulanza.
Il film conoscerà, senza dubbio, un’ampia distribuzione, in sala e tra i festival cinematografici, visto anche il prezioso riconoscimento, legandosi e chiudendo così un importante, doloroso ma essenziale cerchio, insieme al docu-film che lo scorso anno ha vinto l’Oscar come Miglior Documentario, No Other Land.
I riconoscimenti per gli interpreti, invece, hanno sancito l’attribuzione della Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile a Toni Servillo per La grazia di Paolo Sorrentino.
Anche Servillo, nel ricevere il premio, ha espresso parole a sostegno della causa palestinese: “Ammirazione e gratitudine per chi ha deciso di mettersi in mare per raggiungere la Palestina”, riferendosi al viaggio della Global Sumud Flotilla.
La Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile è stata consegnata all’attrice cinese Xin Zhilei per Ri Gua Zhong Tian (Il sole sorge per tutti) di Cai Shangjun.
Inoltre, Gianfranco Rosi ha ottenuto il Premio speciale della giuria per il suo film Sotto le nuvole, girato in bianco e nero tra il Golfo di Napoli e il Vesuvio; 
nella sezione Orizzonti Benedetta Porcaroli con Il rapimento di Arabella e Giacomo Covi in Un anno di scuola hanno vinto i premi per le migliori interpretazioni. La giovane attrice, sul palco, ha dedicato “questo riconoscimento ai colleghi della Global Sumud Flotilla, che ci ricordano il valore dell’umanità”.
Il Premio Marcello Mastroianni per attori emergenti è andato alla svizzera Luna Wedler per Silent Friend di Ildikó Enyedi; il premio per la Miglior sceneggiatura è stato attribuito a Valérie Donzelli e Gilles Marchand per À pied d’œuvre (At Work).
A vincere il Leone d’argento – Premio per la migliore regia è Benny Safdie per il film The Smashing Machine.
La pellicola racconta l’ascesa di Mark Kerr, leggenda dell’UFC e delle arti marziali miste, interpretato da Dwayne Johnson, accanto a lui, Emily Blunt.
ll Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima ‘Luigi De Laurentiis’ è stato assegnato a Short Summer del regista Nastia Korkia, riconoscendo la sua opera prima come un debutto “promettente e di grande impatto” all’interno della Mostra del Cinema di Venezia.
Infine, Il Premio degli Spettatori – Armani Beauty è stato vinto da Calle Malaga, diretto da Maryam Touzani.
Ancora, la sezione Orizzonti ha previsto i seguenti premi: il Miglior Film è stato assegnato a En el camino, diretto da David Pablos; il riconoscimento per la Miglior Regia a Anuparna Roy per Songs of the Forgotten Trees; 
il Premio Speciale della Giuria è stato conferito a Harà Watan – Last Land di Akio Fujimoto, il Premio Orizzonti per la Miglior Sceneggiatura è stato assegnato a Hiedra di Ana Cristina Barragan.
E, dunque, ciò che quest’edizione della Mostra lascia è certamente un afflato civile, sociale, che quando non proviene dalle istituzioni, riesce nonostante tutto ad insinuarsi indomito: l’arte non può essere indifferente, è partigiana di natura, sceglie e illustra, è lì come memoria e simbolo.
L’arte è umana: e anche se l’umanità, spesso, dimostra di toccare i più infimi livelli, come sta accadendo in Palestina, da essa possono ancora sorgere nuove e inaspettate vie, di protesta, di condanna, di vita e di pace.
Non a caso, la cerimonia di premiazione si è chiusa con le parole del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, che ha lanciato un appello a fermare il conflitto a Gaza e a ritrovare “Un linguaggio diverso” capace di aprire strade di pace.
