
Il mese del solleone è stato foriero di numerose ricorrenze per il nostro amato Mons. De Balsi (aveva ricevuto l’onorificenza a Cappellano di Sua Santità nell’aprile del 2012, che non aveva mai ostentato), affettuosamente chiamato Don Alfonso: nascita il 2 agosto 1932, onomastico il 1 agosto, ordinazione sacerdotale il 14 agosto 1957, dipartita l’11 agosto 2025, giorno in cui si celebra San Sisto I Papa, patrono della Diocesi di Alife-Caiazzo, quasi un segno estremo di venerazione al santo e di obbedienza a Dio, nel concludere la sua vita terrena dedicata completamente alla sua diocesi. Nel suo cuore, le tre virtù teologali, rese concrete dal suo esempio di vita.
Fede. Per fede aveva abbracciato questa vocazione; aver fede significa avere fiducia, in questo caso sicuramente e ciecamente in Dio, ma lui la concretizzava nell’avere sempre fiducia nei confronti delle persone, di chiunque si trovasse di fronte, conosciuto o sconosciuto, perché lo guardava negli occhi, con il suo sguardo penetrante, ma sorridente e rassicurante, e gli diceva: “Ricordati che siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio, unici e irripetibili, e quindi possiamo tutto se ci mettiamo nelle Sue mani e abbiamo fede in Lui”. Questo era il monito di incitamento, che diceva a chiunque lo avesse conosciuto e lo ripeteva spesso, per infondere coraggio anche nelle persone che avevano timore di agire. ”Noi siamo strumenti nelle mani di Dio, – diceva – quindi quello che facciamo, lo facciamo in Suo nome e noi siamo le Sue mani, i Sui piedi, la Sua bocca, quindi come cristiani dobbiamo far trasparire la presenza di Dio” – e così spingeva tutti ad agire per il bene della Chiesa, stimolandoli, rendendoli consapevoli e responsabili di quello che avrebbero dovuto fare e soprattutto dando loro grande sicurezza e speranza.
Speranza. Spes ultima dea, se facciamo riferimento al mito greco della dea Speranza che resta tra gli uomini, a consolarli, anche quando tutti gli altri dèi abbandonano la terra per l’Olimpo. Ma Don Alfonso era la speranza in persona. Già il suo primo approccio e il suo modo di comunicare erano una fonte di sicurezza, di bontà, di solare conforto e continuo stimolo a fare meglio, perché tutto sarebbe andato bene. “Non demordere, prega lo Spirito Santo, vedi che il Signore ascolta tutti e il tempo maturerà i suoi frutti e vedrai che le cose andranno meglio”. E puntualmente questo si verificava, perché poneva la speranza del cristiano nella preghiera allo Spirito Santo, quella famosa terza persona della Trinità spesso ignorata e non conosciuta. Grazie a lui, ho imparato a pregare tutti i giorni lo Spirito Santo, attraverso le preghiere che mi consigliava e che uso tuttora, ed effettivamente era proprio così: pregare fermamente lo Spirito Santo che, illuminandoci, faceva in modo che le cose andassero secondo il volere divino, per il nostro bene. E questa era davvero una speranza che si realizzava in concreto, dando senso alla nostra essenza di cristiani, testimoniando la gioia del Cristo Risorto con la nostra vita.
Carità. Intesa come “solidarietà in Cristo”, nel senso di amore incondizionato verso il prossimo secondo i principi evangelici. E la sua testimonianza di vita è stata ricca di episodi di carità, mai ostentati e fatti nel silenzio con il solo scopo di aiutare. Uomo buono, umile, accogliente, cordiale; un padre sempre disponibile al colloquio, al confronto; attento, sempre presente in ogni ora della giornata, per correre dovunque venisse chiamato, dove c’era bisogno di una parola di conforto, di un abbraccio paterno, di un aiuto fattivo. “Sono un semplice parroco di campagna – soleva ripetere, schivo di lodi e di titoli – e così voglio essere”, citando il Curato d’Ars, di cui era devoto. Nella formazione alla Caritas, ci diceva sempre: ”Ricordatevi che il bene, fatto bene, si paga di persona, così come Cristo per amare ha patito e sofferto innocentemente, siamo pronti a ricevere lo stesso”. E infatti spesso anche lui aveva avuto delle esperienze negative, pur avendo sempre aiutato. Come non ricordare alcune opere di altruismo puro, che aveva fatto nella sua vita, insieme alla sorella Maria, grande donna dietro un grande uomo, a cui lui doveva molto, se non tutta la sua piena vocazione: come quello dell’aiuto offerto della tutela ad una persona anziana di cui nessuno voleva occuparsi; oppure quello di aver allevato ed educato un ragazzo, portandolo fino al matrimonio; oppure quello di passare di famiglia in famiglia, per cercare di sollevare le difficoltà, ma anche per appianare litigi e incomprensioni e riportare la pace. Don Alfonso non si è mai risparmiato, era sempre pronto in qualunque momento, la sua carità non andava in vacanza e non aveva ore. Era un prete che si “sporcava le mani”, dando l’esempio in prima persona, cosa che ha fatto di lui un testimone credibile; come a Racchiuso di Attimis, in provincia di Udine, dove nel 1976, all’indomani del terremoto del Friuli, organizzò una squadra, da lui capeggiata, con un gruppo di volontari di San Potito, per portare non solo aiuti umanitari, ma anche manodopera che collaborasse, scavando tra le macerie e lui in prima linea; ripetette la stessa esperienza per il terremoto dell’80 in Irpinia; poi nel 2009 fu presente a condividere una giornata con la squadra della diocesi partecipante al dopo-terremoto de L’Aquila. Anche in un momento di festa a lui dedicata, come la celebrazione del suo cinquantesimo di sacerdozio nel settembre del 2007, decise di non volere regali personali, ma chiese a tutti, da buon direttore Caritas quale era, di sostenere due micro-progetti di Caritas Italiana, rispettivamente in Myanmar e in Etiopia, per la costruzione di due pozzi in zone desertiche (foto in basso).
E questo uomo-sacerdote così virtuoso ha incrociato la mia strada nell’agosto del 1980, quando partecipai al primo camposcuola di Azione Cattolica a Castelpetroso, voluto dal Vescovo Mons. Campagna, che vide per la prima volta insieme le parrocchie della diocesi di Alife con quelle di Caiazzo (all’epoca non ancora riunite, lo saranno nel 1986). Per noi adolescenti fu un’esperienza importante, perché ci permise di conoscere nuovi associati e sacerdoti di altre realtà, uscendo fuori dai confini parrocchiali, cominciando ad aprire mente e cuore a nuovi orizzonti. Ne ho avuto subito una grande ammirazione, per l’approccio immediato e sorridente che aveva con chiunque, soprattutto con noi giovanissimi, che eravamo in cerca sempre di nuove figure di riferimento per la crescita della nostra fede. Da allora ci si vedeva a tutti gli incontri diocesani, sempre presente con la sua rappresentanza di San Potito, di cui era parroco. Ma l’incontro determinante per la mia vita è avvenuto nell’estate del 1996, quando il mio Parroco, Don Domenico La Cerra, mi mise in contatto con Don Alfonso, allora direttore della Caritas diocesana fin dal 1980, che cercava volontari e collaboratori; all’epoca ero già impegnata in parrocchia Ave Gratia Plena da oltre vent’anni, fin dal dopo-comunione, avendo avuto sempre un forte legame con la chiesa, ereditato dalla famiglia, e un grande amore per Gesù Eucaristia. Da quel momento Don Alfonso diventò per me un altro valido punto di riferimento, impegnato com’era in un piccolo ufficio, che Mons. Comparone, vescovo di allora, mise a disposizione della Caritas, posto al centro del corridoio al primo piano della curia (nemmeno a farlo apposta, quasi come segno di continuità oggi occupo la stessa stanza con gli uffici attuali). Era ben attrezzato con computer, telefono, scrivania, mobili e materiale di ogni genere. C’era già una squadra operativa, ma saltuaria, in cui mi integrai. Nel cortile del seminario era sorto, qualche anno prima, il Centro SASER per i disabili, fragilità da lui privilegiata, ora non più esistente. Il mio primo impegno fu quello di fare la ricognizione, pulizia e catalogazione delle diverse centinaia di testi, tra libri e annate di riviste (oltre mille), ammucchiati negli scatoloni al piano terra. Andavo un paio di volte a settimana, e ci volle un bel po’ di tempo, anche perché, mentre catalogavo, dividendoli per argomenti, leggevo tutto con vivo interesse: formazione Caritas diocesana, parrocchiali, centro di ascolto, operatori, animatori; ma anche servizi socio-assistenziali e sanitari, famiglia, minori, giovani, anziani, dipendenze, carcere, disabilità, salute mentale; politiche sociali, cooperazione e lavoro, osservatorio delle povertà, volontariato e servizio civile, e, ciliegina sulla torta, mondialità e immigrazione, realtà per me del tutto nuove! Mi si aprì un mondo: la Caritas che, nell’immaginario collettivo si individuava solo con distribuzione di pacchi alimentari e indumenti, assumeva un volto diverso, impegnata nel sociale, come l’aveva voluta e istituita Paolo VI nel 1971, ad immagine di Cristo per gli ultimi. “Al passo dei poveri” il primo Convegno Nazionale delle Caritas Diocesane a cui partecipai, nel settembre del 1996 a Jesolo, catapultandomi in un universo nuovo e sconosciuto, mi cambiò totalmente la prospettiva di vita, e sono stata sempre molto grata a Don Alfonso, per avermi dato l’opportunità di scoprire la mia vocazione, proiettandomi verso un futuro ad ampio respiro al servizio degli altri.
Dal 1996 al 2012 abbiamo condiviso sedici anni di una grande esperienza in crescendo della Caritas diocesana di Alife-Caiazzo e dell’Ufficio di Pastorale Sociale, di cui fu Direttore fino al 2004, (continuato da me fino al 2022), con il placet e la soddisfazione dei Vescovi sostenitori, Mons. Nicola Comparone, Mons. Pietro Farina e Mons. Valentino Di Cerbo. La Caritas, che nel 2002 inaugurò un suo Centro Diocesano ad Alife, aveva raggiunto grandi livelli, apprezzata anche dai Direttori Nazionali, invitati ogni anno per la formazione del Clero e dei laici; aveva molti dei settori elencati in precedenza e realizzati prendendo spunto dai testi e nati rispondendo ai bisogni del territorio: Formazione (la Caritas di Alife-Caiazzo era anche formatore a livello regionale e nazionale); Centro di Ascolto (in rete con enti ed istituzioni, per la risoluzione dei problemi delle famiglie); Politiche sociali (con la realizzazione di un Centro Studi e dell’Osservatorio delle Povertà per la lettura del territorio); Politiche Giovanili (attuando progetti per il lavoro dei giovani e sostenendo il Progetto Policoro della CEI); Settore Salute (per Anziani e Disabili, promuovendo il volontariato e nel 2005 istituendo, con Mons. Farina, l’Associazione diocesana “Volontari di Giacomo Gaglione”); Mondialità (con la diffusione e attuazione di tanti micro-progetti di Caritas Italiana nel mondo); Immigrazione (con la realizzazione nel 2002 di uno Sportello legale, che continua ancora oggi il suo lavoro in modo autonomo, estendendo le competenze anche a livello interdiocesano). Pur essendo una piccola diocesi di sessantamila abitanti, facevamo ben concorrenza alle grandi, tanto da meritare la possibilità di partecipare ai Tavoli nazionali di coordinamento, sia per quanto riguardava le politiche sociali, sia l’ambito della salute mentale e l’ambito della formazione; con una squadra che si formava e si aggiornava permanentemente, perché potesse risolvere con competenza i problemi quotidiani di famiglie, di varie fasce fragili, con progetti nazionali e internazionali.
Con lui va via un altro pezzo fondamentale della mia “famiglia” ecclesiale; quelli della famiglia naturale li ho persi da tanto. Gli sono immensamente grata per essere stato la mia paterna guida spirituale, ma soprattutto un formatore e un educatore, perché ha saputo intravedere e “portar fuori” tutte le mie potenzialità, che nemmeno sapevo di avere, ripetendomi continuamente la frase che Paolo VI pronunciò nel discorso all’Udienza al Pontificio Consiglio per i laici del 2 ottobre 1974: “L’uomo contemporaneo ascolta più volontieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”. E davvero è stato un trascinatore, perché testimone concreto dalla fede incrollabile. Voglio credere fortemente che lui sarà sempre qui con me; e ogni giorno lo immagino venirmi incontro, con il suo viso radioso e il sorriso disarmante, dicendomi: “Gioventù, andiamo avanti!”, incitandomi a continuare il cammino senza indugi, con coraggio e perseveranza, invocando lo Spirito Santo, per il bene della Chiesa.
1 commento
SONO PASQUALE V. , QUELLO RIPORTATO SULLA VITA VISSUTA DA DON ALFONSO E MOLTO BELLA. IO RINGRAZIO DI AVERLO CONOSCIUTO NELL’ANNO 1957 (AVEVO 10 ANNI) APPENA VENUTO COME VICE PARROCO IN A.G.P.
PARLO DI ME IN QUANTO IN TUTTI QUESTI ANNI PER ME E LA MIA FAMIGLIA E’ STATA UNA PERSONA SPECIALE. SONO GRATO DI AVER AVUTO LA FORTUNA DELLA SUA PERSONA CHE HA RESO LA MIA VITA E QUELLA DALLA FAMIGLIA PIU’ LUMINOSA E RICCA E CUSTODIRO’ PER SEMPRE IL DONO DELLA SUA AMICIZIA. GRAZIE DON ALFONSO