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    Home»Attualità»Droni russi in Polonia. Il baratro non è più una metafora, ma una possibilità concreta
    Attualità

    Droni russi in Polonia. Il baratro non è più una metafora, ma una possibilità concreta

    Redazione13 Settembre 2025Nessun commento
    (Foto ANSA/SIR)

    M. Chiara Biagioni – “Sì, è vero: stiamo andando verso un baratro. Non so se siamo già sull’orlo o se ci separa ancora una certa distanza, ma il problema è che ci stiamo avvicinando. Dal mio punto di vista, non è tanto importante sapere quanto siamo vicini al punto di non ritorno, quanto piuttosto acquisire consapevolezza della direzione che stiamo prendendo. E purtroppo, quella direzione è chiara”. Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e disarmo, esprime forte preoccupazione per i “venti di guerra” che spirano in Europa, soprattutto a seguito dell’attacco con droni russi in Polonia e il dispiegamento di 80 mila uomini deciso dalla Polonia sui confini orientali del Paese. “Noi, come mondo della pace, del disarmo e della nonviolenza, lo diciamo da tempo”, aggiunge Vignarca. “Non solo negli ultimi tre anni, in cui tutto è diventato più evidente dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ma da molto prima. Conosciamo purtroppo molto bene le dinamiche di militarizzazione e l’aumento costante delle spese militari. Oggi tendiamo a dimenticarlo, ma tutto questo non fa che preparare il terreno per molte altre violazioni: bombardamenti su paesi sovrani, violazioni del diritto internazionale, uccisioni che non cambiano nulla”.

    Il card. Pietro Parolin, parlando ai giornalisti, non ha nascosto la sua preoccupazione per “il rischio di una guerra di più largo raggio”.
    Il cardinale Parolin rappresenta un’istituzione, la Chiesa cattolica, che da tempo – con lui, con Papa Francesco e anche con Papa Leone – ammonisce contro la militarizzazione, l’aumento delle spese militari, gli interessi dell’industria bellica e il pericolo nucleare. Quindi, quando Parolin parla di un baratro che si avvicina, non fa altro che ribadire ciò che è sempre stato detto.

    Il presidente Sergio Mattarella parlando in Slovenia ha

    Foto vignarca.net

    paragonato l’attuale livello di tensione a quella che precedette la Prima Guerra Mondiale.
    La politica non può oggi fingere di scoprire l’esistenza di questo pericolo. Ci sono somiglianze tra quello che viviamo oggi e quello che abbiamo vissuto nel passato. Ma i pacifisti lo stanno denunciando da tempo. È ora di ascoltare chi da tempo lancia l’allarme. Perché il baratro non è più una metafora: è una possibilità concreta.

    Perché si fa fatica ad ascoltare questi moniti?
    Mi viene un’analogia storica significativa. Più di cent’anni fa, Benedetto XV affermava: “Tutto è perduto con la guerra”. E lo stesso hanno detto Papa Francesco e Papa Leone: con la guerra si perde tutto. È necessario cambiare mentalità, cambiare prospettiva, cambiare approccio. La guerra e le armi non sono la soluzione. Al contrario, aggravano il problema, lo rendono più complesso.

    Dove si sta sbagliando?
    Da almeno tre o quattro anni ripetiamo che anche i conflitti più estremi — pur avendo responsabilità chiare, come nel caso di Putin — sono il sintomo di un mondo che ha perso la capacità di governarsi. L’ordine mondiale non esiste più, lo squilibrio è sempre più evidente. Lo abbiamo visto anche di recente, al Vertice di Pechino, dove molti Paesi hanno detto chiaramente: “Non vogliamo più essere trattati come quelli di serie B”. Finché non affrontiamo questo nodo, finché non recuperiamo lo spirito di Helsinki (dove proprio 50 anni fa vennero firmati gli accordi finali della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa capaci di mettere in crisi la prospettiva bloccata della “guerra fredda”) non potremo costruire un futuro diverso. E’ urgente tornare a sedersi attorno a un tavolo per decidere insieme come vogliamo gestire il mondo.

    L’alternativa altrimenti qual è?
    I conflitti continueranno a moltiplicarsi. Anche perché ci sono interessi che li alimentano: quelli dell’industria militare e dei fondi finanziari che la controllano. Questi attori hanno bisogno che la bolla della guerra continui, che la spesa militare cresca, che la militarizzazione si espanda. Perché così le aziende aumentano il loro valore in borsa, e con esse crescono i patrimoni e le ricchezze di chi le possiede.

    Come salvarsi?
    La prima condizione è riconoscere ciò che sta accadendo, comprendere le dinamiche profonde che alimentano i conflitti e smettere di affrontare le guerre e la militarizzazione con la logica semplicistica dell’invasore e dell’invaso, dell’aggressore e dell’aggredito, dei buoni e dei cattivi. Non funziona così. La realtà è molto più complessa, intrecciata, e coinvolge responsabilità diverse, distribuite in modi e gradi differenti. Non esiste chi ha sbagliato tutto e chi ha fatto tutto bene. Questo è l’errore: aderire a una visione binaria. Cedere alla banalizzazione. Ed è proprio su questa semplificazione che la guerra trova terreno fertile. Distruggere è facile. Costruire è difficile, richiede tempo, fatica, compromessi. È un percorso incerto che chiede pazienza, umiltà, capacità di ascolto. È per questo che Papa Francesco, e prima di lui Don Tonino Bello, hanno parlato di “artigiani della pace”. La pace non si produce in serie. È un lavoro lento, fatto di gesti concreti, di riconoscimento delle ferite altrui, anche quando quelle ferite sono conseguenza di azioni nostre. Serve il coraggio di concedere, di comprendere, di dialogare.

    Cosa serve invece per essere un buon leader politico oggi?
    Serve testa e tranquillità. Serve testa per non lasciarsi trascinare dalla retorica bellica che giova solo ai signori della guerra e a chi trae vantaggio dai conflitti. E serve tranquillità perché, quando ci si avvicina al baratro, bisogna capire perché ci si sta andando. Bisogna chiedersi se, in qualche modo, abbiamo sbagliato anche noi. E solo con calma si può premere il freno, aprire la portiera e salvarsi. E’ chiaro che le scelte giuste non sono quelle che ci hanno portato fin qui: l’aumento insensato della spesa militare, la fiducia cieca nelle armi come soluzione magica ai conflitti, il silenziamento di chi, da tempo, aveva già visto il baratro avvicinarsi. Ora che è sotto gli occhi di tutti, non possiamo più ignorarlo.

    Fonte SIR

    europa guerra Ucraina Polonia Russia

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