
Salvatore Capasso* – Ho fatto la mia prima sauna trent’anni fa: fino ad allora non ne conoscevo l’esistenza. Mi trovavo in Germania, e l’albergo in cui alloggiavo aveva una spa. Ricordo che vi entrai timoroso, con il costume. Il Saunameister mi riprese e mi invitò a toglierlo, lasciandomi ignudo. Appresi così che fare una sauna è un rituale e che farla con il costume può provocare infezioni batteriche e reazioni cutanee.
La sauna, presso le popolazioni del Nord Europa, è un luogo dedicato al ristabilimento del benessere psicofisico. L’abbondante sudorazione provocata dal calore aiuta a sciogliere i grassi, eliminare le tossine, aumentare il ritmo della circolazione e purificare la pelle. Il calore, generalmente compreso tra gli 80 e i 90 gradi, uccide i batteri, stimola le ghiandole endocrine e il metabolismo, e favorisce il rilassamento muscolare. Quando si suda, si bruciano letteralmente molte malattie e si rinforza l’organismo. E non solo. La sauna, tra i popoli nordici, è soprattutto il luogo di incontro per eccellenza: si trascorrono ore a parlare, raccontare storie, rinsaldare i legami di comunità. Nella sauna si nasce e nella sauna viene lavato il defunto. È un luogo di transizione e rinascita: uno spazio sacro di purificazione spirituale e socializzazione.
Le prime testimonianze risalgono a oltre duemila anni fa, ma le “capanne del sudore” erano diffuse anche presso i Maya, i pellerossa Dakota e Navajo, e tra gli Inuit. Erano costruite con tronchi di legno ricoperti da lastre o pelli, al cui centro si collocavano pietre roventi su cui veniva versata l’acqua.
Ventotto anni fa acquistai una sauna. Durante l’inverno, la primavera e l’autunno la utilizzo a giorni alterni; d’estate, anche con 40 gradi all’esterno, un paio di volte a settimana. È una sauna finlandese in legno d’abete con stufa elettrica: gli elementi incandescenti sono coperti da pietre su cui si versa l’acqua che genera un vapore benefico. Aggiungo oli essenziali come balsamo, pino o eucalipto. Al minimo cenno di raffreddore ricorro al calore della sauna come medicina naturale preventiva. Quando ho contratture muscolari, mi rifugio nella sauna: dopo la prima fase di rilassamento eseguo esercizi di allungamento finché la fronte non tocca gli alluci. Dopo tre sedute le tensioni spariscono.
Nella mia sauna ho ospitato molti amici, con i quali ho rinsaldato legami decennali e superato diverbi e contrasti. Una doccia gelata finale ci ha sempre riappacificato.
Il calore benefico della sauna stimola e rafforza anche le connessioni neurali del cervello, le reti di sinapsi tra i neuroni. Ogni volta che ho un problema da risolvere, quando cerco un’idea per un viaggio o per scrivere un articolo, faccio una sauna: durante quei quindici minuti di rilassamento generale il cervello mi propone sempre una soluzione, a volte più di una. L’importante è annotarla subito, perché dopo la doccia fredda tutto svanisce. Il calore induce infatti il rilascio di endorfine e riduce i livelli di cortisolo. Uno stress termico moderato può stimolare la produzione di BDNF (Brain-Derived Neurotrophic Factor), una proteina che favorisce la plasticità sinaptica, ossia la capacità del cervello di rafforzare le connessioni neurali.
Ho trovato conferma in uno studio finlandese, la Kuopio Ischaemic Heart Disease Study (marzo 2015), che ha monitorato per circa vent’anni 2.315 uomini tra i 42 e i 60 anni. Rispetto a chi faceva sauna una volta alla settimana, chi la frequentava 4–7 volte aveva un rischio notevolmente più basso di sviluppare demenza (la riduzione del rischio è di circa il 66%) e Alzheimer (la riduzione del rischio è di circa il 65%).
L’uso regolare della sauna è dunque un potenziale fattore protettivo, tanto da essere considerato parte di uno stile di vita sano per “allungare l’healthspan” (la durata della vita in salute), contrastare il deterioramento cognitivo e ridurre il rischio cardiovascolare.
L’ambito di intervento delle varie strategie per le aree interne, dalle Madonie in Sicilia sino alla Val di Vara in Liguria, in materia di sanità contempla generalmente azioni rivolte al potenziamento dell’offerta e dell’assistenza di prossimità: infermieri e farmacie di comunità, telemedicina, rete di emergenza, terapie occupazionali, centri di socializzazione.
Manca però uno strumento efficace di prevenzione che sia al tempo stesso luogo di ritrovo e di socializzazione.
Tra le iniziative per rigenerare le aree interne e rafforzare legami comunitari sempre più fragili, proporrei anche la costruzione di saune pubbliche: nuovi spazi di socialità, ma anche strumenti di prevenzione delle malattie cardiovascolari e neurodegenerative, come l’Alzheimer.
Una banalità? Una proposta fuori luogo? Elucubrazioni mentali? Forse.
Riconosco che la mia proposta possa risultare disarticolante per gli ortodossi delle aree interne, per certi accademici e studiosi d’élite, o per i burocrati che non hanno ancora elaborato una mappa mentale dell’Appennino. Ma, come ricordava Seneca: «Non è perché le cose sono difficili che non osiamo, è perché non osiamo che sono difficili».
*Cicloviaggiatore e ricercatore delle Aree interne appenniniche.
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