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    Home»Attualità»Intervista / Guerra Israele-Hamas due anni dopo. La pace richiede memoria e disposizioni d’animo
    Attualità

    Intervista / Guerra Israele-Hamas due anni dopo. La pace richiede memoria e disposizioni d’animo

    Redazione6 Ottobre 2025Nessun commento
    Foto ANSA/SIR

    M. Elisabetta Gramolini – Un anniversario buio, tragico. Ancor di più perché la parola sperata da tutti, pace, ancora non viene pronunciata. Il conflitto israelo-palestinese compie domani due anni. Le possibili risoluzioni non appaiono scontate, come osserva Alessandro Politi, direttore della Nato Defense College Foundation. Lo specialista ricorda che le celebrazioni di quel 7 ottobre di due anni fa e l’odio moltiplicato nel frattempo non aiutano il processo di pacificazione, sottolineando l’importanza delle disposizioni d’animo e l’errore di decontestualizzare il passato.

    Politi individua due “fari” per la pace: l’orizzonte unificante della fede e la lezione universale del “mai più” testimoniata da Auschwitz. Anche il piano di pace proposto dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, rischia di scollarsi dalla realtà, a causa della vaghezza sui dettagli essenziali e dell’incapacità di considerare le concrete condizioni politiche e la questione palestinese. Evidenti, inoltre, le tenaci ambizioni del premier Benjamin Netanyahu e la necessità di una visione più ampia per la stabilità regionale, inclusa la denuclearizzazione.

    Domani saranno trascorsi due anni dall’inizio del conflitto fra Israele e Hamas. Ricordare l’anniversario che significato ha?

    Alessandro Politi

    Di sicuro, tutto ciò che rinfocola l’odio non aiuta. Bisogna vedere quale espressione politica troverà l’anniversario. C’è il rischio che concentri l’attenzione su un passato immediato, decontestualizzando. Abbiamo visto con l’11 settembre quali frutti velenosi abbia dato per la democrazia, la libertà e i diritti umani un’interpretazione solo negativa di quella data. Quando ci sono forti passioni è difficile che lo sguardo sia limpido e che la politica sia costruttiva. Il rischio è prevedibile, ma ritenerlo inevitabile significa non cercare la pace.

    Sono in tanti a invocare la pace.
    Credo ci sia un faro che aiuti molte persone a trovare una strada diversa, quello che già nella Bibbia viene chiamato il “sentiero di Isaia”. La fine della guerra, dei conflitti, la distruzione delle armi, la loro trasformazione è dettata dalla fede che, come ricorda Papa Leone XIV, è quell’orizzonte che unisce, non divide, riconoscendo piena dignità a tutte e tre le religioni del libro. In una regione in fiamme come il Vicino Oriente sembra quasi un’affermazione più che rivoluzionaria, messianica e profetica; però, in realtà, la pace non si costruisce soltanto con il negoziato concreto, ma deriva dalle disposizioni di chi negozia, sia nelle opinioni pubbliche sia nei poteri politici. Altro faro è la lezione di Auschwitz, dei crimini di guerra e contro l’umanità passati in giudicato nei tribunali, che rappresentano un patrimonio universale.

    Il piano di pace proposto da Trump in quale direzione va?
    Un piano di pace è accettabile quando è realistico, e questo è vago su una serie di dettagli che invece sono essenziali. Trump ha la stoffa dell’uomo d’affari, ma un conto sono gli accordi aziendali, un altro sono gli accordi internazionali. Non sono la stessa cosa e lo dimostrano i fatti. In Ucraina, l’approccio pratico di Trump non ha ancora fatto strada. Trump parte con molto entusiasmo e convinzione, però fare la pace è una lunga maratona. La realtà è più tenace delle convinzioni personali, e se non si trova un punto di equilibrio non si arriva alla pace. Mi ricordo distintamente quando ci fu un grande interesse per gli accordi di normalizzazione, i cosiddetti “accordi di Abramo”.

    Anche Hamas chiede tempo per valutare il piano.
    Per la leadership di Hamas trovare un coordinamento non è facile, perché non sono tutti nello stesso posto. In secondo luogo, Hamas dice molto chiaramente che non ha nessuna intenzione di disarmare senza condizioni. Nel frattempo, Israele continua la sua campagna perché, evidentemente, Netanyahu spera di avere una soluzione finale al problema: è assolutamente granitico nelle sue convinzioni, tatticamente abilissimo, vorrebbe un Israele dal Giordano al Mediterraneo senza arabi, cosa che, peraltro, era presente anche nelle intenzioni dei padri fondatori di Israele, come Ben Gurion. In questo contesto, sottolineo l’importanza dell’arrivo del Pakistan sulla scena apparentemente chiusa del Vicino Oriente e del Golfo. Nel suo discorso politico, il Pakistan si considera l’alfiere della “bomba islamica”, motivo per cui andrebbe ripreso seriamente un discorso di denuclearizzazione di tutto il Medio Oriente, come saggiamente propongono gli egiziani da decenni, puntualmente inascoltati.

    Tornando alla pace a Gaza, che spiragli vede?
    C’è una parte in Israele che continua a sostenere la necessità di una pace vera con i palestinesi, prima che succeda di peggio. È una parte minoritaria. Lo stesso avviene all’interno dell’opinione pubblica palestinese. Non bastano queste due parti, però.

    La Flottiglia che scopo ha raggiunto, se lo ha raggiunto?
    La Flottiglia Sumud ha ottenuto il suo scopo politico. È stata seguita da due milioni e mezzo di persone, tra dimensione virtuale e piazze riempite. In Israele, Paese piccolo, è una cifra che viene presa sul serio.

    Fonte SIR

    guerra hamas israele

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