Home Chiesa e Diocesi Accorciamo le distanze. Verso la festa di Tutti i Santi

Accorciamo le distanze. Verso la festa di Tutti i Santi

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Quei santi così distanti nelle loro nicchie! Eppure basterebbe guardarne più da vicino la vita, guardarsi negli occhi noi e loro, per rendersi conto delle loro vite semplici, fragili, di dolore e di gioia come le nostre. Ce ne parla don Raffaele Farina, responsabile della Pastorale giovanile nella Diocesi di Teano-Calvi: il suo articolo chiude il percorso che abbiamo intrapreso raccontando di santi di ieri e di oggi con il contributo di don Paolo Vitale e don Fiorentino Andolfi. Un breve itinerario voluto in preparazione alla Festa della Pastorale giovanile in programma il 31 ottobre a Teano (scarica la locandina) e alla solennità di Ognissanti che la Chiesa celebra il 1 novembre

Raffaele Farina* – Varco la soglia del portale che immette in Chiesa. C’è nessuno. Sono da solo mentre percorro la navata centrale a passo lento, cercando di silenziare al massimo il rumore del mio passo sul marmo bianco. Mi guardo intorno e mi sento scrutato e osservato. Eppure, sono solo. Alzo lo sguardo e il mio sguardo si incrocia con quello di uomini e donne che stanno lì, al loro posto, nelle loro nicchie come se fossero le loro roccaforti. Mi sento guardato dall’alto in basso e loro sono lì, immobili, da sempre, a guardare quelli che passano, a chiedere fiducia, tutti con il dito ad indicare Lui, Gesù. Carlo, Piergiorgio, Bartolo, Chiara, Teresa, Francesco, Pio, Pino e tanti altri. Tutti ad indicare il Maestro, come Giovanni Battista, indice puntato su Gesù. E io mi sento piccolo, sguarnito e solo nella penombra della mia Chiesa mentre procedo lentamente. Ogni sguardo scambiato con loro è uno sprofondare nella loro storia. Loro ci sono riusciti. Hanno fatto centro. Hanno centrato il bersaglio. Hanno capito il senso. Loro si, sono santi. Più li guardo e più avverto distanza tra me e loro. Loro sono lì e io piccolo resto qui a guardarli, cedendo all’alibi che la santità non è per tutti. Il desiderio però resta. Quello non se ne va, anzi! Più guardo i santi che affollano la chiesa e più sento dentro il desiderio di essere anch’io santo. Voglio farcela anche io, non come intende il mondo ma come loro hanno inteso. Voglio vivere una vita in pienezza e voglio sentire nel cuore l’infinito, fino a rinunciare al finito. Come loro desidero scegliere l’Amore e rimanere incollato a Gesù, per sempre, stretto intimamente a Lui. Ma tra me e loro c’è troppa distanza, loro, i santi, sono in alto, lì, posizionati sugli altari laterali in attesa che qualcuno alzando gli occhi incroci il loro sguardo. Loro in alto e io qui, in basso, a interrogarli. Gli chiedo: “come sei riuscito a farcela? Come hai fatto a diventare santo?”. Mi sento un bambino mentre glielo chiedo e forse sono un bambino perché solo i bambini osano con coraggio fare domande impegnative! Appaiono muti e distanti mentre li interrogo. Intanto mi guardo intorno e sono ancora solo. Da sempre mi sono chiesto perché i santi li pongono in alto, perché li collocano così distanti. Io voglio toccarli, perché le storie per riconoscerle come vere devi poterle toccare. È per questo che con coraggio, assicurandomi che nessuno stia per entrare in chiesa, salendo su una sedia mi accosto a uno di loro e lo afferro. La sua statua di cartapesta non è così pesante come la sua storia.

La afferro e con cura, attento a non cadere e a non far danni, la porto giù e la pongo dinnanzi a me. Adessi si! Adesso possiamo fissarci negli occhi. Le distanze si sono accorciate e diminuito è anche lo spazio tra il mio desiderio di santità e le mie paure a non farcela. Adesso siamo più vicini. Poterci guardare negli occhi è come dirci che in fondo siamo entrambi umani e deboli, che in fondo tutti e due abbiamo lo stesso desiderio di infinito, di Dio, e che anch’io come lui posso farcela. Fissarci negli occhi mi autorizza a maggiore libertà e comincio a raffica a fargli domande: Come sei diventato santo? Non hai avuto paura mentre stavi per morire per Gesù? E quando non ti hanno compreso? E come hai fatto a rimanere mentre nel cuore c’era il deserto? E dove hai trovato il coraggio per scegliere Gesù fino alla morte? E come è sposarsi con Lui? Scusami, mi dici come hai fatto a mettere insieme il tuo desiderio di infinito e il finito che sei? Intanto, di tanto in tanto, mentre affollavo il nostro guardarci con mille domande, sorge la paura che qualcuno possa entrare in Chiesa e vedere che ho appena tolto un santo dalla sua nicchia. C’è silenzio intorno, sono solo io e loro, i santi. Nel cuore però sento aumentare il desiderio di diventare anche io santo. A guardarci negli occhi si è accorciata la distanza tra me e loro. A toccarci ho sentito tutta la loro umanità. Ad ascoltarci ho avvertito tutta la possibilità anche per me di una gioia piena. Il cuore è colmo di gioia e di passi da fare.

Oggi me ne torno a casa con la certezza che la santità è possibile anche per me, oggi e non domani, adesso e non dopo. È questo il tempo della grazia. E la voglia di vita piena cresce nel cuore. Oggi sento per me la chiamata alla santità. Resta però la domanda, quella del bambino: ma perché i santi li hanno posti in alto nelle nicchie, se questo ci impedisce di guardarci negli occhi?

*Responsabile Pastorale Giovanile Diocesi di Teano-Calvi.
Foto di copertina generata con l’Ai.

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