Noemi Riccitelli – Sembra esserci un sentimento comune nelle ultime due uscite cinematografiche: la sensibilità, l’umanità, anche in quelle forme e rappresentazioni cui non si sarebbe mai pensato.
Un’anima viva e pulsante, presente in profili che si tende ad associare ad una sfera di oscurità, di male irreparabile, ma che sono, invece, solo offesi da episodi dolorosi, dalle cui ferite si può dipanare, alla fine, una splendida luce.
Su questa linea, infatti, il Dracula di Luc Besson (al cinema), e ancor di più, il Frankenstein di Guillermo del Toro.
Presentato in Concorso all’82a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia, il film è su Netflix dal 7 novembre 2025, dopo un’uscita in sale selezionate dal 22 ottobre.

Una ciurma di marinai bloccati nel mar Artico, si imbatte in un uomo gravemente ferito, che si presenta loro come Victor Frankenstein (Oscar Isaac), illustre medico, ora perseguitato da una Creatura (Jacob Elordi), plasmata da lui stesso.
Scritto e diretto da del Toro, Frankenstein, dall’omonimo romanzo della scrittrice inglese Mary Shelley, è un’opera cui il regista messicano stava pensando da tempo: un’ispirazione che completa quella già avviata con il suo Pinocchio, proseguendo una riflessione profonda e sì, a suo modo spirituale, sul rapporto tra padri e figli, sull’identità, sulla realtà del mondo.
E così, Guillermo del Toro si conferma un autore unico e brillante, con questa innata delicatezza che gli permette di raccontare storie dai margini appassionati e sinceri, che riescono a comunicare tanto dell’essere umano e le sue vicissitudini.
La predilezione e, di conseguenza, anche la confezione artistica che il regista sceglie è quella del filtro gotico, oscuro, in cui atmosfere e personaggi si ammantano di un fascino misterioso.
L’intreccio di Frankenstein, dunque, si è rivelato il setting ideale: tuttavia, i “mostri” di del Toro non sono mai (si pensi anche alla Forma dell’acqua), esseri deformi e spaventosi fini a sé stessi: l’accezione che il regista accoglie è quella etimologica, letterale, del termine.
“Monstrum” in latino è il “prodigio”, “l’atto straordinario”, un’entità la cui sagoma non è definita dalla superficie, ma da ciò che essa può diventare e può provare.
Sì, perché il film si sofferma (come già in Pinocchio), sulla capacità di queste creature di “sentire”, di avere sentimenti ed emozioni, nonostante la materia di cui sono costituite.

È la necessità di ripensare l’essere umano, mettendolo a confronto con la sua stessa genesi, il suo fine sulla terra e il rapporto con gli altri.
Una così nobile e fine suggestione non poteva che essere arricchita dalle splendide interpretazioni di un cast ben scelto e assortito: Oscar Isaac, Jacob Elordi, Mia Goth, Christoph Waltz, Felix Kammerer e Charles Dance.
Ognuno di loro riesce a cogliere l’essenza del racconto, mostrando tanto la gravitas dei rispettivi personaggi, quanto le naturali debolezze.

In Frankenstein, inoltre, fotografia, costumi, scenografie e musica (Alexandre Desplat) contribuiscono a definire un’opera in cui ogni dettaglio restituisce il senso dell’insieme, offrendo una bellissima visione: certo, la distribuzione in piattaforma potrebbe mortificare questo lavoro estetico e l’ispirazione cinematografica in sé.
Tuttavia, lo stesso del Toro ha dichiarato che nessuna casa di produzione si è mostrata interessata alla produzione del suo progetto, tranne, appunto, Netflix, colosso delle piattaforme casalinghe streaming.
Quale sia il supporto su cui sarà guardata, Frankenstein è un’opera di pregio, in cui la narrazione di quello che sembra solo un esperimento, un apparente errore, si rivela, alla fine, un’autentica lezione di reciprocità, pietà e compassione.

















