Noemi Riccitelli – Ritorno al Matese. Anna Kauber, regista, scrittrice, paesaggista, originaria di Parma, ha approfondito gli studi sul paesaggio agrario e da anni documenta e divulga la vita e il lavoro nel mondo rurale, occupandosi in particolare delle tematiche sociali e culturali delle comunità.
Dopo aver raccontato la realtà e la quotidianità delle donne pastore in Italia con “In questo mondo” (2018, presentato nel corso dell’edizione 2024 di Matese Climate Change), torna sul massiccio campano per un nuovo progetto.
Civiltà transumanti è, infatti, l’ultima, nuova opera dell’autrice, realizzata anche con il sostegno della Fondazione San Bonaventura, che nasce dall’incontro di Kauber con il libro di Alberico Bojano, La ricchezza delle pecore, raccontando in immagini il territorio del Matese e la sua millenaria attività pastorale, insieme ai protagonisti che mantengono viva la pastorizia ancora oggi.
Venerdì 28 novembre alle 21.15, presso il cinema Cotton Movie di Piedimonte Matese, si svolgerà l’anteprima nazionale del film, alla presenza della regista stessa.
In attesa dell’evento, Anna Kauber ha raccontato a Clarus la genesi del progetto, il processo di realizzazione, l’interessante dietro le quinte.
Questo nuovo progetto ti ha riportato qui sul Matese, per affrontare un tema già ben argomentato con In questo mondo. Tuttavia, stavolta, è stato anche il libro di Alberico Bojano ad ispirarti. Raccontaci la genesi del progetto…
Io mi occupo da sempre di pastorizia in senso esteso, con In questo mondo ho realizzato un vero e proprio viaggio di ricerca con videointerviste alle donne pastore in Italia, quindi ho una conoscenza ampia della territorialità e della geografia nazionale. Non mi sono mai soffermata su una specificità territoriale in particolare, ma ho sempre cercato di trattare il tema in senso più vasto, generale, profondo, legandolo a cause storiche e sociali.
Dopo aver partecipato all’edizione di Matese Climate Change a Castello del Matese, ho conosciuto Alberico Bojano e Alfonso De Lellis, che mi hanno introdotta alla realtà di San Gregorio Matese. Nonostante stessi lavorando ad un altro progetto nazionale, confrontandomi con la mia produzione, ho poi pensato che potesse valere la pena raccontare questa nuova esperienza locale: così, a partire dal libro di Alberico, è iniziata la scrittura della sceneggiatura. Tuttavia, guardando le sequenze del girato, a mano a mano che il lavoro proseguiva, mi sono resa conto che questa narrazione non poteva essere solo la descrizione di una singola realtà locale, ma il modo in cui portare il tema della pastorizia transumante al livello di una vera e propria trattazione di quella che è stata una cultura omogenea su una vastità territoriale importante: pensiamo anche ad Abruzzo, Molise, Puglia… Infatti, parlo di una tessera territoriale (San Gregorio Matese) del grande mosaico della transumanza italiana, che ha la bellezza di duemila anni.
Da qui, anche l’altro tema, questo più sociale, politico, che è quello delle aree interne: capire cosa è avvenuto in questo territori, un tempo ricchi e pieni di vita.
Il progetto si è, quindi, evoluto e arricchito in corso d’opera.
A questo punto, mi viene da pensare che il grande lavoro sia stato anche quello del montaggio e della post-produzione…
Esatto, a fronte di riprese piuttosto brevi rispetto allo standard cui sono abituata, nonostante si sia trattato di quattro intensissimi giorni di registrazione, la fase del montaggio ha richiesto un lavoro di rielaborazione e cura minuzioso, anche perché ho cambiato proprio il fine della narrazione, arricchendo di nuovi significati il senso stesso del lavoro. Sono stata ambiziosa e spero di aver fatto un buon lavoro.
Il pastore per tutti gli italiani è una figura mitica, siamo abituati a metterli nel presepe ogni Natale, ma forse li abbiamo resi solo una bella statuina: perché è necessario ricordare la loro importanza? Qual è il loro valore oggi?
In questo senso, la risposta migliore ed esemplare è quella che gli spettatori avranno modo di sentire proprio dalla voce di uno dei protagonisti del film, da un pastore di San Gregorio, Alfonso De Lellis: “se non ci fossimo noi, chi curerebbe questi territori? Hai voglia a parlare di turismo…“. Infatti, sono i pastori che oltre a stare tra le greggi, vivono il territorio, la comunità: l’allevamento brado, transumante o estensivo, è fondamentale per la tenuta sociale, economica e ambientale-paesaggistica delle aree interne, ma questo da Nord a Sud. Dunque il contributo dei pastori è necessario e concreto, loro sono i custodi della biodiversità dell’ambiente e, a proposito di turismo, bisogna superare l’idea antica del paesaggio come natura selvaggia, incontaminata, che ancora qualcuno ha, e comprendere che se si vuole preservare il paesaggio italiano, e quindi anche valorizzarlo, bisogna incrementare le attività che lo presidiano, che lo modellano, lo curano, lo rendono attuale e vivo e fertile.
Viene in mente la poesia “I pastori” di Gabriele D’Annunzio, che celebrava la transumanza ricordando i tratturi percorsi dalle montagne d’Abruzzo all’Adriatico. Il titolo Civiltà transumanti evoca il movimento di pensieri, di cultura, tradizioni: qual è il tratturo che la nostra civiltà deve percorrere per ritrovarsi?
In questo film io lancio una sfida: sul senso che può avere parlare della transumanza oggi, il messaggio che voglio comunicare è che questo processo non è finito, si è modificato.
Tuttavia, l’amore, la cura degli animali che gli spettatori vedranno e percepiranno dai protagonisti c’è, sono sentimenti vivi in loro: nella pastorizia estensiva permangono i valori, i principi, che hanno innervato quel mestiere da sempre, nonostante la civiltà sia cambiata. La consapevolezza, i modi, le pratiche legate al pascolo rappresentano una manifestazione di una cultura universale che l’essere umano condivide a tutte le latitudini, in quanto uguale in Italia, Africa, Sud America… Quindi, la civiltà contemporanea deve mirare, appunto, a conservare queste specificità, come identità intrinseca e necessaria.
Passiamo al dietro le quinte: come si sono svolte le riprese? Qual è stato il rapporto con le maestranze coinvolte?
Bene, innanzitutto, questa volta non ho girato direttamente io, ma era presente una troupe di operatori specializzati che conoscevo già e con i quali il lavoro, per quanto intenso, con un ritmo incalzante tra orari e impegni da rispettare, è stato senza dubbio stimolante e fattivo: il set si è riempito di umanità, riso e bellezza. Queste qualità hanno permesso anche ai protagonisti, che sono chiaramente attori non professionisti, di sentirsi a proprio agio, anche se alcuni di essi, a fronte camera, si sono irrigiditi o, in altri casi, non c’è stato proprio modo di coinvolgerli per una testimonianza. Tuttavia, a sorprendere, in ogni caso, è la spontaneità, la saggezza e la verità che viene del mondo rurale: i suoi rappresentanti sono una fonte che non risente di condizionamenti e riescono ad esprimere i loro pensieri più puri e veri.
Nel trailer del film possiamo ascoltare una bellissima (e, per i cinefili, anche familiare) voce narrante…
Sì! La voce narrante è, infatti, quella di una bravissima doppiatrice italiana, Melina Martello, che ha doppiato interpreti come Mia Farrow, Julie Andrews, Diane Keaton, Sally Field, donando loro un’intensità che ha contraddistinto, almeno per il pubblico italiano, i loro ruoli; del resto, il doppiaggio è un’arte squisitamente italiana che tutti ci riconoscono. Abbiamo registrato nello studio CVD di Roma, uno dei più qualificati del settore e Melina è stata fantastica: si è innamorata del testo da recitare e, dopo averlo letto un paio di volte, è stata buona la prima, impeccabile!
Inoltre, stiamo anche realizzando una versione sottotitolata in lingua inglese, per promuovere il progetto dal punto di vista internazionale: infatti, il produttore Luca Scota di Strani Rumori Studio Multimedia, innamoratosi del film, animato dall’entusiasmo dell’intero progetto, mi ha proposto di guardare oltre.
Rimanendo in tema di suoni e voci, come si è svolto, invece, il lavoro sulle musiche?
Ho una buona conoscenza della musica classica, concertistica e sinfonica, quindi, ho iniziato ad esplorare la possibilità di fare riferimento a questo tipo di melodie.
Alla fine, ho pensato che per meglio esprimere i toni dell’intreccio del film, tra il passato e il presente, il violoncello potesse essere la scelta più giusta, quindi, ho pensato a questo solo strumento. In seguito, in fase di montaggio, abbiamo seguito la base sonora del girato stesso (il parlato), con la musica che doveva avere un ruolo, quindi, più preminente, accompagnando le voci di presa diretta; poi, abbiamo cercato di esprimere con la base ritmica l’idea di movimento, di progressione, dell’andare del gregge.
Il musicista, di origine hymaliane, Tashi Gyalpo, ha lavorato sulle melodie seguendo il perimetro da noi indicato, incorniciando il tutto con le sue musiche originali, unendo di fatto diverse latitudini!
Che cosa porti con te del Matese e che cosa lo differenzia rispetto ad altri luoghi in cui hai girato?
Porto con me un aspetto positivo e un altro meno, un duplice riflesso: l’aspetto meno positivo è la poca consapevolezza. La non consapevolezza del bene storico, culturale, territoriale che c’è, fa sì che non ci sia un’idea comune verso la quale proseguire insieme, un orizzonte collettivo. Ci sarebbe bisogno di un lavoro di unione, ma nonostante ciò, credo che ci siano delle buone premesse: l’importante è che le iniziative esistenti non rimangano elitarie, ma arrivino alla comunità, alle persone comuni, che sono le vere anime del territorio. L’aspetto positivo, la ricchezza che credo appartenga a questi luoghi sono proprio le persone. Il tesoro rappresentato da coloro che vivono il mondo della ruralità, che hanno delle potenzialità incredibili, rispetto a tutti gli altri cittadini, ormai “urbanizzati”. Io ho amato e amo stare con queste persone.
Clicca per vedere il trailer del film Civiltà transumanti.
Per prenotare un posto al Cotton Movie in occasione della prima:
cell. 350 035 2164 – www.fondazionesanbonaventura.it
(Immagini dal set – Courtesy of Anna Kauber)

















