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    Home»Primo Piano»Cipolla alifana, 10 anni di “Presidio Slow Food”. Il cambiamento che viene dalla terra, Antonietta Melillo si racconta
    Primo Piano Territorio

    Cipolla alifana, 10 anni di “Presidio Slow Food”. Il cambiamento che viene dalla terra, Antonietta Melillo si racconta

    Grazia Biasi28 Novembre 2025Nessun commento

    Dall’inizio alla fine dell’intervista (video), con il sorriso sulle labbra; negli occhi passano spesso una lacrima al ricordo di un’esperienza iniziata per sfida, per mettersi alla prova e diventata poi la storia di una donna imprenditrice che con le sue cipolle alifane ha raggiunto il mercato nazionale ed estero: “ma non basta, ci dice; dovremmo essere tanti di più perché il mercato – che ha conosciuto la qualità del prodotto – ci chiede sempre più cipolle”.

    Lei è Antonietta Melillo, di Alife, di cui abbiamo raccontate tante volte, fin dall’inizio della sua seconda vita; perché la prima era in un negozio d’abbigliamento nel centro storico di Alife come tanti che ad un certo punto sono stati costretti ad abbassare le serrande.

    Torniamo a parlare della sua storia tra studio, ricerca, relazioni, amicizie alla vigilia del 1 dicembre quando la cipolla alifana festeggerà i dieci anni di “Presidio Slow Food”: parliamo della comunità di produttori che localmente hanno fatto la scelta di lavorare un prodotto caratteristico del territorio rispondendo al principio di cibo buono, pulito e giusto, perpetrando una tradizione e restituendo al territorio la qualità che migliora la vita. Con Antonietta ci sono infatti Concetta Fabrizio di Alife e Patrizia Coluccio di San Potito Sannitico impegnate nello stesso lavoro/missione. Lunedì prossimo alle 18.00, ad Alife, al Mausoleo degli Acilii Glabriones ci saranno loro e le rappresentanze di Slow Food Campania (Patrizia Spigno), Matese (Costantino Leuci) e Volturno (Caterina Ursillo); il sindaco di Alife Fernando De Felice; esponenti nazionali di Slow Food quali Giuseppe Orefice e Gaetano Pascale; il pizzaiolo Franco Pepe in qualità di ambasciatore del territorio (la locandina).

    Guarda il video

     Pensare in grande 
    Tutto ha inizio con Antonietta, che decide di tornare ad una tradizione: quella dei “cannavinari”, così chiamati gli ortolani di Alife, storicamente produttori di una cipolla dal sapore decisamente dolce, gradevole, prezioso alla cucina ma relegata ai mercati e alle fiere locali. Antonietta Melillo pensa in grande avvertendo da subito la responsabilità che si sta mettendo sulle spalle: trascinare un’intera comunità dal ristagno economico del momento;  se la cipolla con lei può arrivare lontano, anche il nome di Alife lo sarà. Si accusa di essere stata ambiziosa, ma di fatto è servito eccome. Porta la sua cipolla a Franco Pepe, noto pizzaiolo di fama mondiale ed è subito amore: lui le invia una sua cuoca perché anche Antonietta impari a trasformare il prodotto crudo nella dolce composta che da quel momento in poi andrà sulle pizze di Pepe in Grani e dei locali che ha aperto un po’ avunque: dall’Albereta in Franciacorta, alla Sardegna alla Costiera, a Capri. “L’essere con Franco Pepe è un invito ad alzare l’asticella ogni giorno, a lavorare per una clientela che ha delle aspettative enormi: fare bene per loro non è altro che migliorare noi stessi”, spiega. “Franco mi ha presa per mano e con me i produttori locali che ha scelto e selezionato come partner della sua straordinaria attività”. Indirettamente entra in gioco la parola “filiera”, quella che appunto Franco Pepe ha voluto costruire e che è diventata la chiave del suo successo. Ma tra i suoi amici e compagni di strada Antonietta cita e vanta i tanti che in Slow Food ha conosciuto e hanno supportato la sua crescita “anche nei momenti quando il terreno sembrava franare sotto i piedi”. Ha fatto i conti con l’indifferenza e la diffidenza, lo scherno, l’incredulità di chi non immaginava che da un pezzetto di terra si potesse arrivare a tanto, e quel tanto oggi significa anche un modesto quantitativo di segale del Matese, anch’essa da poco Presidio Slow Food. Si è aggrappata alle radici: gli anziani da cui ha bussato per capire l’antico mestiere, per avere in dono i semi che le hanno permesso di camminare per dieci anni a testa alta, seppur con fatica: “Ho deciso di farlo quando – chiuso il negozio ereditato da mia mamma – mio marito mi chiese la documentazione per l’ottenimento di un assegno familiare… Fu quello il punto più profondo da cui ho deciso di risalire: avevo lavorato fin da giovanissima, da un giorno all’altro da contribuente ero diventata una persona da assistere o da aiutare. Decisi che bisognava reagire”.

    Foto pagina Facebook Cipolla di Alife Presidio Slow Food

    La sua storia non è un racconto da mettere in vetrina; ma un modello a cui ispirarsi: che ragione avremmo altrimenti ad essere umanità, comunità…? Ispirarsi lì dove c’è una fonte che alimenta una reazione anche in altri. Nel 2012 il suo primo Salone del Gusto dove va da sola e in ventiquattrore con gli occhi fotografa tutto quello che accade: “Dovevo capire come avevano fatto gli altri ad arrivare fino a lì; quali forze avevano messo in gioco e quali capacità”.

    Guarda il video

     Passione, competenza, sacrificio 
    A distanza di un anno dalla sua prima piantumazione muore Mariannina, la signora che le aveva donato i primi semi; e così accade per qualche altro anziano a cui Antonietta si era aggrappata. Lei, allora, non solo decide di avviare un lento processo di pulitura del seme (durato circa sei anni), finalizzato a recupere il germoglio puro della cipolla Alifana contaminato e mutato da altri germogli autoctoni e lo fa con l’aiuto di Luigino Sasso, uno degli anziani suoi angeli custodi; ma grazie a Slow Food e agli studi di settore riesce a congelare altri semi nel caso in cui dovessero venir meno l’aiuto e il supporto di cui necessita oggi. Crede nella continuità di questa missione tanto che da volontaria spesso è nelle scuole a parlare ai più giovani con l’intento di far passare un messaggio con la sua stessa vita: “è possibile rendere migliore il nostro territorio con le nostre stesse mani”, racconta, “ma non senza sacrifici”.
    “Ad oggi ogni piccolo guadagno mi è servito per investire”, spiega a proposito delle zappe acquistate e per ogni strumento di lavoro, ma anche del laboratorio di trasformazione che ha impiantato nella vicina Pietravairano nella casa un tempo appartenuta ai suoi nonni: “Ad Alife non avrei potuto farlo in casa per ovvie ragioni di spazio; né sul terreno dove coltivo perché la proprietà è priva di acqua corrente”. Ma la sua speranza è quella di poter trasferire tutto – quanto prima – nella sua città”.

     La cipolla alifana nel Mondo 
    La cipolla di Alife oggi parla quattro lingue. La storia di Antonietta e di questo straordinario prodotto è sulle pagine del libro Franco Pepe Pizza Chef: “Finalmente abbiamo messo nero su bianco la nostra storia; i curiosi che leggeranno il nome di Alife senza dubbio cercheranno qualche notizia in più sulla nostra città”.
    Dopo dieci anni lei dice che ha ancora tanto da imparare e che è pronta a guardare avanti. Mentre in famiglia qualcuno di nuova generazione si affaccia volentieri al lavoro della mamma, con idee nuove e voglia di crescere.

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