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L’Italia fuori dall’Italia. Dal Matese agli angoli del mondo, su Clarus le storie di chi ha varcato i confini

Un nuovo spazio dedicato alle storie degli italiani all'estero; a partire dal periodo natalizio i racconti di tanti matesini emigrati per necessità o per scelta professionale

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Esiste un’Italia fuori dall’Italia; e parla il nostro dialetto, conosce il sapore intenso del caciocavallo matesino; riflette negli occhi le vette di questi monti e le distese di mais giù a valle; porta con sé il suono delle fontanine che ancora resistono agli angoli delle strade, e delle campane come averle sempre dietro casa che si tratti di un giorno feriale o festivo; quell’Italia fuori dall’Italia conosce strade di campagne nostrane e sui bordi i papaveri a primavera, e i vicoli dei quartieri vecchi dove ogni sfumatura sembra essere familiare da sempre. L’Italia fuori dall’Italia porta i nomi e cognomi dei nostri nonni e bisnonni, ma guarda lontano ed oltre verso nuove professionalità e parla anche più di una lingua straniera (che poi tanto straniera non lo è più); l’Italia fuori dall’Italia è un puzzle di storie e di affermate carriere, ma anche di nuove famiglie in cui si ritrovano più bandiere ed inni nazionali. Cuochi, operai, musicisti, medici, giardinieri, baby sitter, ingegneri, carpentieri, ricercatori e docenti: siamo diventati tutto questo in un’altra terra ma le radici sono ancora qui e ci vorrà ancora qualche generazione per parlarne diversamente.

Sono Matilde, Giovanni, Concetta, Antonino, Nicoletta, Fabio, Maria Sole…
Quanti ne conosciamo con questi ed altri nomi! Di alcuni ne racconteremo la storia, la partenza “forzata” o desiderata e soprattutto il legame con i luoghi di origine; ci faremo raccontare la vita oltre confine e come si sta da quelle parti… Lo faremo grazie al contributo di colleghi giornalisti matesini e di amici collaboratori o di altri che vorranno scrivere con noi queste pagine: a tutti va già da ora il nostro grazie. Si tratta di un impegno che Clarus più volte ha assunto nei confronti di chi se n’è andato per provare a ricucire un tessuto di relazioni o se non altro una memoria collettiva che ci porti con il pensiero a chi è andato via e viceversa. È un modo per aver cura delle relazioni, a saperci non da soli ma impegnati – anche soltanto con il pensiero – per qualcuno di famiglia.

A partire dalle feste natalizie lanciamo la rubrica “L’Italia fuori dall’Italia. Storie di casa oltre confine”; lo faremo in quel tempo particolare dell’anno quando la corsa ai regali ad un certo punto cede il passo ad un’altra corsa: quella verso gli affetti più cari e il bisogno di sentirci più famiglia. Lo facciamo pensando a chi si ricongiungerà per pochi giorni a chi non tornerà in queste terre perché impegnato al lavoro, ma anche per quei genitori che rimanderanno ancora di qualche mese l’incontro atteso con i loro figli lontani. Ma anche per quelli che scelgono di non tornare perché a noi un pensiero caro piace dedicarglielo lo stesso; o per chi ormai ha deciso di restare stabilmente altrove.

 Come è cambiata la migrazione italiana all’estero 
L’idea di queste storie narranti nasce all’indomani della pubblicazione del Rapporto Italiani nel mondo 2025 a cura della Fondazione Migrantes, l’organismo pastorale della Chiesa Cattolica Italiana che si occupa di mobilità, avendo cura di particolari categorie sociali: migranti stranieri, migranti interni italiani, emigrati italiani, rifugiati, profughi, apolidi, gente dello spettacolo viaggiante, Rom, Sinti, nomadi. Il Rapporto, giunto alla ventesima edizione, oltre a fornirci il numero esatto degli italiani iscritti all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) pari a 6.412.752 milioni, quest’anno si sofferma in modo particolare su come siano cambiati il concetto e l’esperienza di migrazione italiana dal 2006 (anno del primo censimento Migrantes) ad oggi. Attestato che a partire sia stata registrata con regolarità una fascia compresa tra i 25 e i 34 anni, ossia la classe anagrafica in cui “si completano i cicli di formazione avanzata e si compiono le prime scelte professionali”, i dati e le testimonianze dei protagonisti confermano che oggi l’estero non è più un luogo dove fuggire ma “un’opportunità di crescita personale, formativa e professionale che non ha nulla di eccezionale. Fa parte di un percorso generazionale diffuso tra i giovani europei e, più in generale, tra coloro che abitano lo spazio globale contemporaneo”, si legge nel Rapporto. Non si tratta dunque di cervelli in fuga (espressione drammatica che denota strappo e rottura nella narrazione comune), ma di persone (sintesi di umanità, emotività, sentimenti, competenze) che scelgono temporaneamente o stabilmente un luogo diverso per maturare e crescere. E a quanto pare, spiega il Documento, “l’Italia all’estero è l’unica a crescere” a fronte di un Paese ripiegato su se stesso e di numerose fragilità interne, in cui proprio i giovani risultano i più esclusi dai processi di crescita sociali, economici, decisionali, politici. Dal 2006 al 2024 gli espatri sono stati  pari ad 1.644.271; per il 44,2% si è trattato di donne; il 33,4% sono stati giovani tra i 25 e i 34 anni; i rimpatri sono stati 826.785. Al 31 dicembre di un anno fa il saldo negativo era pari alla cifra di 817.486 (Dati Rapporto Italiani nel Mondo).

 Il loro racconto è il nostro specchio 
Le loro storie, di successo e di speranza, di edificazione personale e di riscatto ci diranno se è così; e un po’ ci interrogheranno sul Paese che stiamo diventando, sulle possibilità di crescita che l’Italia potrebbe offrire ma non concretizza; sugli spazi adeguati ad accogliere chi desidera tornare e contribuire alla crescita dei nostri paesi e città. Ma soprattutto ci scrolleranno di dosso quel granello di indifferenza che ci riporti a dire più spesso a chi parte e se ne va “come stai?”.

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