di Guglielmo Ferrazzano
Matilde è una donna intraprendente e con le idee chiare sin dall’adolescenza, periodo nel quale ha iniziato a nutrire interesse per il settore aerospaziale.
E da quella fase di crescita così delicata, dove spesso regna il dubbio, ha costruito il suo piano per raggiungere l’obiettivo. Originaria di Piedimonte Matese, ha manifestato più volte l’interesse verso iniziative sociali del territorio. Ha partecipato, chiesto informazioni, ha condiviso le sue idee.
Dopo la laurea in Ingegneria aerospaziale, resasi conto dei limiti della zona Matese, ha sperimentato la vita fuori dai confini.
Quando sei partita e perché?
Sono partita per la prima volta nel 2023 per trasferirmi a Monaco di Baviera e di nuovo nel 2025 per trasferirmi a Zurigo, spinta da un’opportunità lavorativa nel settore aerospaziale e dal desiderio di crescere in un ambiente internazionale.
Cosa ti ha spinto a partire? Cosa a restare lì dove sei?
Sono partita perché a Piedimonte mi sentivo stretta: sebbene ci siano tante iniziative, spesso vengono vissute in modo un po’ elitario e si tende molto a guardare cosa fanno gli altri. C’è anche un retaggio culturale forte che persiste, anche tra i giovani: schemi, aspettative, il peso dell’opinione altrui. Dopo aver lavorato a Napoli, cercavo un contesto più stimolante: extra lavoro le attività sociali sono limitate e c’è quella tendenza al “non ho più l’età” anche a 30 anni. A restare qui mi spinge l’orizzonte che sembra non finire mai: una città giovane, dinamica, con servizi e qualità di vita altissimi. E soprattutto Zurigo mi fa sentire libera e profondamente umana, con i miei limiti — che qui non devo nascondere, ma posso accogliere, perché mi rendono vera e viva. Mi piace che i miei coetanei qui non siano così legati ai propri genitori e non dipendano dagli schemi sociali: c’è più autonomia, più leggerezza, più possibilità di essere sé stessi. Ti senti realizzato quando ti senti vivo.
Questo aspetto delle aspettative altrui e del sentirsi “vecchi a 30 anni” è più che una esperienza sottolineata da Matilde. Se ci si ferma a parlare con amici o conoscenti, in molti temono il giudizio altrui oppure si caricano di “se” e “ma” ancor prima di mettere un progetto su carta e valutarne i rischi effettivi. Le frasi tipiche che suonano come terribili convinzioni limitanti sono: “E se poi fallisco?”; “Poi la gente parla male…”; “Non si può fare questa cosa…”.
Un retaggio di molte aree interne italiane, dove le comunità vivono un ritmo di vita più lento e legato al passato; dove ci si conosce un po’ tutti, e si pensa che il vicino possa giudicare negativamente qualcosa che facciamo, soprattutto se rompe con la tradizione.
Cosa ti fa sentire a casa lì dove sei? E cosa no?
Mi fanno sentire a casa la vitalità culturale, la quantità di attività sociali e il modo in cui qui tutto funziona. Mi piace la libertà con cui le persone vivono i propri percorsi, senza pressioni o giudizi. Non mi fa sentire del tutto a casa il clima: quello italiano mi manca tantissimo.
Di cosa ti occupi?
Sono un’ingegnere aerospaziale e lavoro nell’industria spaziale. In particolare, sono in un team tecnico che gestisce la realizzazione di componenti per satelliti, un ruolo molto operativo e vicino all’ingegneria “vera”. E sono già convinta che non mi fermerò qui: prima o poi voglio puntare ad aziende che sviluppano l’intero satellite, per avere una visione più ampia del prodotto e della missione.
Quando si parla di Svizzera non si può fare a meno di pescare dagli stereotipi tramandati: la “freddezza” degli elvetici, il ritmo di vita lavoro-centrico, e la difficoltà a socializzare. Storie e racconti abbondano, soprattutto per chi è stato migrante negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Una terra di ricchezza, sì, ma anche di solitudine, secondo le leggende metropolitane. La storia di Matilde è interessante, perché ci offre un altro punto di vista, dove integrazione e libertà sono i capisaldi.
Come vanno, in generale, le relazioni sociali lì dove ti trovi?
Molto meglio di quanto mi aspettassi: c’è davvero di tutto e puoi vivere le giornate come ti svegli, seguendo ciò che hai voglia di fare. Questa libertà rende la qualità della vita altissima. E una cosa che non immaginavo: non c’è nessuna barriera linguistica. Qui praticamente tutti parlano inglese, e questo rende l’integrazione sorprendentemente semplice.
Cosa ti manca dell’Italia?
Il clima, il calore spontaneo delle persone e quella familiarità delle relazioni che esiste solo lì… e ovviamente il cibo!
Secondo te, cosa manca al tuo territorio di origine per: essere più accogliente? Capace di “custodire” i suoi figli? Che suggerimento dai a chi amministra i nostri paesi e città?
Personalmente faccio fatica a dare una risposta netta, perché non sento che la mia scelta sia stata contro Piedimonte Matese o contro la sua amministrazione. Io me ne sono andata dall’Italia, non da Piedimonte, e le mie scelte sono state principalmente lavorative e di carriera. Paragonare una realtà come Piedimonte Matese a una città come Zurigo sarebbe semplicemente impossibile. Credo anche che l’apertura mentale che si acquisisce vivendo all’estero cambi profondamente il modo di guardare le cose. A volte ciò che viene percepito come un limite non è imputabile ad una gestione amministrativa locale, ma a un retaggio culturale più ampio e a scelte personali diverse: c’è chi cerca stabilità e comfort, e chi, come me, sente il bisogno di muoversi, cambiare e mettersi continuamente in discussione. Per questo non mi sento di indicare cosa “manca” al mio territorio di origine: semplicemente non mi vedo ben contestualizzata lì, e questo non è una colpa né di un luogo né di chi lo amministra, ma il risultato naturale di percorsi, ambizioni e sensibilità diverse.




















Leggere di queste nostre eccellenze, che Dio le benedica, che inseguono all’estero aspettative, ambizioni personali, carriere prestigiose, fa certamente piacere da un lato, ma lasciano un po’ di amaro in bocca perché la domanda che poi sorge spontanea è quella del ” perché non qui ?”, “perché non vicino ai loro luoghi che amano e le hanno viste crescere, vicino alle loro famiglie, vicino ai loro affetti?” . Ecco, parte di quei 6.400.000 che se ne sono andati: PERCHÉ, PERCHÉ, PERCHÉ?
Ritornando al caso della nostra dottoressa ingegnera: perché non nelle nostre industrie aerospaziali, che da noi non sono da meno a quelle di Zurigo, soprattutto in Campania dove ci sono delle realtà eccellenti di rilievo internazionale ? Come funzionano da noi le assunzioni, le selezioni, gli stage, i dottorati etc., etc? Si fa ricorso sempre alla meritocrazia che informa ogni procedura giusto? Funziona così?
Infatti nel nostro amato paese l’esempio più cogente, voglio dire dove si è fatto ricorso sicuramente alla meritocrazia per indirizzare la scelta, c’è lo da, nientepopodimenoche, proprio il rampollo della seconda carica dello stato italiano: GERONIMO, figlio dell’On.le La Russa, presidente del senato della repubblica italiana, di recente ‘chiamato’ a presiedere l’ACI nazionale per i prossimi quattro anni, a 230.000 euro all’anno. Ecco, carissima dottoressa ingegnera a cui, se ci legge, auguro ogni bene , questo è il nostro amato paese dove le regole, e siamo quelli che ne hanno più di tutti al mondo, sono rispettate e ossequiare !?!?! Buone feste