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Betlemme è qui. Il vescovo Cirulli torna al carcere di Carinola per la celebrazione di Natale

La consueta celebrazione natalizia con la comunità del carcere: occasione per riflettere sulla vicinanza di Dio agli uomini e la testimonianza di fede di un detenuto

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“O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma dì soltanto una parola ed io sarò salvato”.

Per tutta la Messa il detenuto seduto dietro di me non ha pronunciato alcuna parola; non ha risposto coralmente con gli altri che partecipano alla Celebrazione natalizia presieduta dal vescovo nella Cappella del Carcere. La sua voce si è fatta strada lentamente fino al momento che precede la Comunione, come a prendere slancio e poi liberarsi; comprendo che la sua partecipazione non è stata anonima; il suo silenzio è stato ascolto e accoglienza di quelle parole pronunciate più volte da Mons. Giacomo Cirulli durante l’omelia: “Dio non ci lascia da soli; Dio soccorre tutti coloro che sono nella schiavitù”. Quando è il momento, comunica in dialetto ai suoi compagni di banco che bisogna fare la Comunione, bisogna andare…

Ancora una volta, in questo scenario di dolore, rabbia, attesa, delusione, speranza, solitudine, il vescovo delle Diocesi di Teano-Calvi, di Alife-Caiazzo e di Sessa Aurunca ha visitato i detenuti dell’Istituto penitenziario Gian Battista Novelli di Carinola; un enorme edificio poco distante dal piccolo centro abitato, orientato verso il mare, architettura scarna puntellata di finestre e grate; c’è aria di Appia, l’antica e la nuova via, strategiche per i collegamenti di ieri e di oggi: i grandi pini marittimi che ogni tanto si incrociano sono l’elemento rivelatore di questo angolo proteso verso il Tirreno per me che arrivo dal Matese, ben altra vegetazione e paesaggio.

Ma oggi non è il carcere perchè “Betlemme è qui”. Più volte le parole risuonano nel canto che anima la Messa; vogliono incidere nella mente di tutti che il Natale non è esperienza di pochi privilegiati, ma degli ultimi; che il Natale si fa strada tra luci, feste e musiche mondane per arrivare tra le fragilità e le povertà umane, per portare lì il suo messaggio di amore che è partecipazione di Dio alla storia dell’uomo. Avvenne così per i pastori svegliati nel sonno dagli angeli nella notte fredda della Giudea di Erode; avviene oggi tra le mura di questo carcere dove il freddo (dell’anima) sembra essere uno degli obblighi di Legge come altri.

I dati del Ministero della Giustizia aggiornati al 23 dicembre parlano di 517 detenuti per una capienza pari 562 posti regolamentari; numeri che richiedono cura, ascolto, tutela di diritti, formazione umana e rieducazione, formazione spirituale e al lavoro: una soglia di attenzione istituzionale complessa e non sempre rispondente ai bisogni dei carcerati, soprattutto al bisogno impellente di normalità che tra queste mura è completamente rimossa e dimenticata fino a diventare un handicap quando sarà il momento di uscire e tornare alla vita.

 La comunità del carcere 
“Qui soffrite tutti, senza distinzione”
: le parole del vescovo Giacomo sono per una comunità intera che va dal suo vertice nella persona del direttore Stefano Martone e del vice direttore Daniela Puglia agli uomini e donne della Polizia penitenziaria guidati dal comandante Egidio Giramma; dagli educatori al personale infermieristico coordinato dalla Dirigente sanitaria Antonella Migliozzi; dal cappellano don Carlo Zampi ai volontari (il sacerdote don Luigi Migliozzi e alcuni laici) che si soffermano sui dettagli di umanità da donare e vite da sanare. A loro, con la meticolosità di sempre, va il merito di aver coinvolti alcuni detenuti nell’animazione di questa liturgia natalizia, dalle letture alle preghiere dei fedeli, all’offertorio, e perfino con l’allestimento di un piccolo banchetto con sussidi per la preghiera che ognuno dei presenti può prendere e portare con sé in cella. Come reliquie quei piccoli Vangeli, gli stessi che nelle nostre case abbondano fino a terminare la loro storia nella carta da riciclare; diversamente in questo giorno al carcere di Carinola sono stretti tra le mani, sfogliati in fretta senza come alla ricerca di qualcosa che si attende da tempo. Gli occhi sempre bassi di un detenuto dall’inizio alla fine della Messa, sembrano sprofondarsi in tutto quello che c’è scritto dentro mentre con le dita ne fa scorrere velocemente le pagine senza sapere dove fermarle, cosa leggere, da dove ri-cominciare. Poi lo stringe tra le mani, lo accarezza, lo dispone davanti a sé, lo riprende, se lo guarda come fosse un tesoro appena scoperto (o forse ritrovato). Questa è la comunità a cui ha parlato mons. Giacomo Cirulli inscrivendola nella “storia di salvezza che Dio scrive per l’intera umanità e in cui manda il figlio Gesù per liberarci da ogni schiavitù, dalla morte eterna e da ogni tragica morte su questa terra provocata da noi stessi attraverso il peccato della superbia, del possesso, del potere, dell’egoismo…”. Di egoismo ne parla ripetutamente nell’omelia che fa seguito al bellissimo Vangelo del Magnificat: al canto che la fanciulla offre a Dio liberatore, il Pastore fa seguire un’altra preghiera “per essere liberati dal peso dell’egoismo” che oggi ferisce in carcere, o che ha ferito a morte se stessi o le vittime che ciascuno di questi uomini ricorda: “Signore, fammi credere alla tua Parola; indicami la via; dai luce ai miei passi”.

È facile coinvolgersi emotivamente quando tra queste mura si passa velocemente in occasione di un momento così intenso: il rischio è quello di una narrazione parziale del luogo e del suo motivo di esistere; è altrettanto facile ammettere che un istituto penitenziario è riservato a chi ha commesso un errore così grave da essere punito; è difficile poter dire che quel medesimo posto servirà a cambiare in meglio le sorti di chi vi trascorre due o dodici anni perché la complessità del sistema carcere e dei processi rieducativi è cosa ben nota all’Italia intera.

 Un’unica responsabilità sociale 
Il fatto stesso di parlare “ad una comunità”, come il vescovo torna a spiegare, rafforza il senso della responsabilità sociale, rispolvera dalla coscienza l’indifferenza che fa voltare lo sguardo: a tutti i presenti è chiesto di esserci gli uni per gli altri: nei banchi siedono anche il Magistrato di Sorveglianza (presso il Tribunale di Santa Maria C. V.) Benedetta De Risi; il sottotenente della Guardia di Finanza del comando di Mondragone Gaetano Marino; il Garante dei diritti dei detenuti della provincia di Caserta don Salvatore Saggiomo; il Presidente del Consiglio comunale di Carinola Antimo Marrese. E poi c’è il coro Maria SS. grande ed eccelsa di Casanova di Carinola che accompagna la preghiera e ne fa motivo di partecipazione. Non c’è ruolo che possa rimanere indifferente alle sorti degli ultimi. L’appello del direttore Martone, al termine della messa, è nuovamente invito a vivere il senso di comunità di cui c’è estremo bisogno: “cerchiamo di non lasciare indietro nessuno; di non lasciare nessuno da solo ma di essere di supporto per chi ne ha bisogno”; aggiunge “un ricordo per Marco che ieri ci ha lasciati”, un detenuto, la cui assenza segna un po’ tutti. Appello a cooperare, a costruire insieme un ambiente vivibile.

 La fede come percorso di cambiamento 
Ma il sigillo su questa diversa mattinata dietro le sbarre lo mette Pasquale, “dillo che vengo dal Parco Verde di Caivano”, chiede alla fine della celebrazione quando lo avvicino per dirgli “grazie”. Le sue parole scrollano la comunità dei presenti, la sferzano senza armi se non la sola forza della speranza cristiana. Ha preparato un testo da leggere che fa tuonare su tutti con il vigore che pochi credenti (e tiepidi) oserebbero. Di fronte a lui ci sono italiani e stranieri di cui non si pesa la fede o il vero interesse a partecipare quando lui pronuncia così: “vi garantisco che ero cieco e ora ci vedo, ero sordo e ora ci sento, ero muto e ora parlo. Il Signore mi ha donato saggezza e intelligenza per coltivare nella mia vita la Sua presenza, e vi garantisco che la presenza del Signore nella mia vita è pace nonostante il luogo che mi trovo; è comunione fraterna, solidarietà, spirito di sopportazione, perseveranza, bontà, umiltà, amore: tutti doni che il Signore dona gratuitamente e i quali oggi non ne posso fare più a meno, perché Gesù ha salvato la mia vita e desidero tanto vivere nella mia vita le parole bellissime dell’Apostolo Paolo che dichiara: “Il mio vivere è Cristo e morire è guadagno”. Vi prego abbandonatevi, arrendetevi al Signore e la vostra vita non sarà più la stessa perché Gesù vi porta oltre i limiti umani, portandovi in una realtà sconosciuta vivere l’amore di Gesù. Buon Natale e felice anno nuovo a tutti”.

Betlemme veramente è qui.

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