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Da 600 euro al mese a un curriculum internazionale, la storia di Fabio Mongillo da Dragoni alla Scozia

Dopo le storie di Matilde Italiano e di Concetta Cirioli, un nuovo racconto e il perché di una valigia verso il Regno Unito. Continua il racconto di Clarus "L'Italia fuori dall'Italia. Storie di casa oltre confine"

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«Ho conosciuto giovani (anche di soli 16-18 anni), pur frequentando il college/l’università, potevano già accedere a contratti part-time che garantivano autonomia abitativa e finanziaria, un modello irrealizzabile in patria.»

di Guglielmo Ferrazzano
Fabio Mongillo è originario di Dragoni, in Italia ha svolto vari lavoretti fino ad approdare alla vendita, che lo ha portato a un impegno di oltre 50 ore alla settimana a fronte di circa 600 euro al mese di paga. La voglia di mettersi in gioco lo ha spinto fino alla Scozia, e ora, con la moglie, ambisce a nuovo cambio di vita.

Perché hai deciso di lasciare il tuo paese?
La decisione di lasciare l’Italia è stata dettata dalla quasi totale assenza di prospettive professionali e di crescita personale nel mio contesto locale. Nonostante le ambizioni, (fare quel corso di chitarra, o migliorare in palestra, o stage retribuiti per acquisire le skill lavorative, ma la realtà imponeva l’onere finanziario per l’accesso a opportunità formative e spesso l’uso della ‘raccomandazione’ con lunga lista di persone davanti a te) devi vivere di incertezze.
Quindi sono partito perché volevo di più.

Cosa ti ha spinto coraggiosamente a fare le valigie? E perché hai deciso di rimanere lì dove sei?
Il tassello determinante fu l’aspirazione all’indipendenza economica sin da quando avevo 14 anni, ed odiavo chiedere aiuto, quindi contenevo le scelte. Ero ambizioso, e quando mi sono spostato all’estero ne avevo 27, sentivo che avevo sprecato tanti anni e sapendo sarei partito molto prima. Spolverando su internet e poi dal vivo, ho conosciuto giovani (anche di soli 16-18 anni), pur frequentando il college/l’università, potevano già accedere a contratti part-time che garantivano autonomia abitativa e finanziaria, un modello irrealizzabile in patria.
A ciò si aggiunge un’esperienza lavorativa estenuante nel settore vendite: oltre 50 ore settimanali in macchina, a fronte di una retribuzione netta inferiore ai 600 euro al mese, senza contare le spese di carburante e altro, in un clima lavorativo stressante. Un mio amico mi suggerì come meta all’estero la Scozia. Quindi investii ogni risorsa per i biglietti e l’alloggio, mosso dall’entusiasmo di sperimentare la lingua inglese e scoprire nuovi orizzonti. Eccitato all’idea, di poter finalmente migliorare il mio inglese dal vivo, e esplorare nuovi posti. Nelle ultime settimane il mio amico mi rivela che non viene per altri motivi. Io ero talmente felice di partire che l’imprevisto non intaccò la mia determinazione: ero risoluto a partire per Edimburgo.

Cosa ti fa sentire a casa lì dove sei? E cosa ti risulta più stretto, meno rispondente alle tue radici? 
Quando sono arrivato ad Edimburgo (Scozia), ogni giorno era un avventura, sperimentare il mio inglese, cercare tra le molteplici opportunità lavorative e per la prima volta scoprire che potevo guadagnare 1500 (sterline) al mese per lavori umili, e possibilità di crescita. La città si distingue per la sua vitalità e la ricchezza delle relazioni sociali: ho intessuto amicizie con persone di svariate nazionalità (scozzesi, inglesi, spagnoli, greci, italiani, ecc.). L’ampia offerta ricreativa – dai club di Jazz ai pub tradizionali, dalle palestre aperte 24 ore su 24 a costi contenuti, ai centri per l’arrampicata indoor – mi ha permesso di creare una solida rete di contatti. È grazie a questi luoghi di ritrovo consolidati (come un semplice caffè) che ho sviluppato anche un senso di appartenenza.
Quanto agli aspetti meno graditi, inizialmente ho patito il clima, spesso grigio. Tuttavia, col tempo ho imparato ad apprezzarne le sfumature (come i colori dell’autunno e le estati mitigate). Sebbene ami ancora la mia terra, non necessito del sole 365 giorni l’anno, e posso colmare tale mancanza con brevi e intense vacanze in Italia, dedicandomi agli affetti familiari.

Di cosa ti occupi e come sei cresciuto professionalmente?
Nel Regno Unito, ho abbracciato svariate mansioni – dal receptionist fino al night manager in ambito alberghiero, passando per ruoli in pub, ristoranti e servizi di sicurezza per negozi di lusso – al fine di ampliare il mio spettro di competenze. Successivamente, ho lavorato nel settore bancario, dove, attraverso training retribuito, ho ricoperto incarichi di responsabile finanziario, e ho operato nei dipartimenti Frodi e Carte. Al momento lavoro part-time per piccoli progetti freelance di video editing (per alcuni canali YouTube) e programmazione appresa all’università. Negli ultimi anni, infatti ho ripreso un percorso di studi, Fisica, con l’obiettivo ultimo di accedere al mondo della ricerca e Accademico.

Dal tuo racconto traspare l’esperienza di una persona ben integrata. Come vivi le relazioni lì dove vivi?
Per quanto riguarda le relazioni, ho sposato una ragazza incontrata ad Edimburgo, di origine Americana, e ho comprato con lei casa, qua.
Tuttavia, la visione è proiettata al futuro: al termine degli studi, contempliamo la possibilità di un trasferimento in Germania (ad esempio, il Max Planck Institute) o in Svizzera (dove ha sede il CERN).

Cosa ti manca dellItalia?
Ciò che mi manca maggiormente sono gli amici più cari con cui ho mantenuto un saldo legame, gli attimi di gioia e spensieratezza condivisi in famiglia e le ineguagliabili bellezze e prelibatezze culinarie locali.
Riconosco, tuttavia, che questa nostalgia è egregiamente lenibile tramite brevi periodi di villeggiatura. Ma ritengo che vi sia un valore inestimabile nell’esplorazione continua di nuove culture, sapori e paesaggi, evitando di fossilizzarsi in un unico luogo.

Secondo te, cosa manca al tuo territorio di origine per essere un luogo in cui si sta veramente bene? Cosa suggeriresti alle persone incaricate di amministrare e guidare la vita dei cittadini? Ma anche al comparto imprenditoriale, quello hce offre lavoro…? 
Ci sarebbero molte cose da suggerire, ma per cominciare, ritengo che manchino l’ossigeno della meritocrazia e la visibilità delle opportunità. Molti giovani ambiziosi partono perché non credono di poter ottenere un’indipendenza economica basata sulle proprie competenze, a causa della forte dipendenza dalla “raccomandazione”.
Per custodire i suoi figli, il territorio deve trasformare la ricerca di lavoro in un processo trasparente e digitale. Le amministrazioni dovrebbero incentivare fortemente l’uso di piattaforme online pubbliche e private (simili a Indeed o canali dedicati), offrendo agevolazioni alle attività che pubblicano tutte le offerte di lavoro in tempo reale – idealmente, dal giorno stesso in cui si apre una posizione. Questo è essenziale per superare l’attuale opacità che favorisce gli ‘amici degli amici’.
Il suggerimento agli amministratori è duplice: rendere l’assunzione economicamente più leggera per le aziende locali, introducendo forti agevolazioni fiscali e defiscalizzazione sui costi del lavoro per le nuove assunzioni. In questo modo si toglie ogni scusa per non assumere. Garantire percorsi di formazione retribuiti (stage e apprendistato) per dare subito ai giovani competenze spendibili e autonomia finanziaria, pilastri fondamentali per poter scegliere di restare.

Siamo partiti da qui:
L’Italia fuori dall’Italia. Dal Matese agli angoli del mondo, su Clarus le storie di chi ha varcato i confini. Clicca. 

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