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Le caramelle di Nogaro. La dolcezza di un magistero rivolto a tutti, senza distinzioni di razza, religione, pensiero politico

Il ricordo di Luca Caiazzo di Mondragone che grazie all'ex parroco don Franco Alfieri conosce l'amicizia del vescovo Raffaele Nogaro. I funerali, venerdì 9 gennaio alle 10 nel Duomo di Caserta

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Luca Caiazzo – Ne ho mangiate tante, negli ultimi anni, di quelle caramelle gommose, un po’ zuccherine… quelle che si attaccano ai denti e che finiscono subito per dissolversi nel palato. Raffaele Nogaro ci riempiva le mani, le tasche e se trovava una busta te ne catapultava a centinaia: “Padre sono troppe! – “No, prendine altre, le porti ai tuoi bambini a scuola”. Un’altra volta invece, il caldo primaverile era stranamente torrido e ci accolse facendoci trovare una bottiglietta fresca di quegli integratori ai sali minerali; ancora quella volta che ci offrì il gelato… poi se ne aveva, era irrinunciabile un assaggio di grappa friulana… l’unica ammessa in canonica.

Raffaele Nogaro si faceva chiamare padre, al massimo Raffaele… “io non sono signore di nessuno”, a chi lo onorava con ‘monsignore, eccellenza, reverendissimo…’, sorrideva e rigettava. Pur non avendolo conosciuto quando era vescovo di Sessa (io sono nato nel 1992, egli è stato vescovo dal 1982 al 1990 a Sessa), ho goduto della sua amicizia negli anni in cui era emerito di Caserta: per me è stato un dono di don Franco Alfieri (parroco di Mondragone, ndr), è stato lui a farmelo conoscere negli anni in cui studiavo all’Istituto di Scienze Religiose di Caserta ma prima ancora, me ne ha parlato attraverso le sue scelte audaci, le più difficili da comprendere, accettare e supportare. Perché Nogaro era maestro di autenticità, di radicalità e di tenerezza. Univa insieme alla libertà di coscienza, il suo desiderio implacabile di riconciliazione, pace, giustizia e tolleranza. In questo si adoperavano l’uno verso l’altro come due fratelli che si sostengono a vicenda. Don Franco era stato stretto collaboratore e segretario del Sinodo Diocesano durante gli anni dell’episcopato del vescovo friulano, dal cuore meridionale.

Dal giorno della morte di don Franco (4 novembre 2020) è stato presente nella mia vita con innumerevoli telefonate e richieste di incontro. Mi sono recato da lui molte volte, quasi sempre con gli amici del “memoriale don Franco Alfieri”: abbiamo condiviso il pianto, la gioia, la riflessione, la preghiera e tutte quelle cose piccole e sacre che fanno parte della liturgia dell’amicizia. Per lui l’amicizia è un sacramento, poiché Gesù, l’amico vero, ha così instaurato il suo Regno di giustizia e pace, offrendosi quale amico e dando la vita per l’amicizia tra l’uomo e il Padre. La sua delicata e genuina amicizia ha sostenuto così la perdita di un padre e un maestro, don Franco, da lui definito “figliolo”, fratello e amico. Il ricordo più bello di Nogaro è stato il suo sguardo, il suo ascolto e la sua appassionata volontà di farsi compagno di viaggio.

Umiltà e povertà, la sua casa era un piccolo cenacolo di accoglienza e di distribuzione dei suoi pochi averi. Aiutava tutti, chi chiedeva e chi non chiedeva ricevevano sempre il suo generoso e affettuoso sostegno. Una casa spoglia, vuota… un tavolo con qualche sedia, la sua cameretta con uno scrittoio essenziale e quel magnifico crocifisso che spesso teneva tra le mani. Al posto dei chiodi, la piccola scultura aveva dei cerotti… quanti baci a quel suo Cristo addolorato per le ingiustizie verso i poveri del nostro tempo!

Nogaro è stato il simbolo del sud che vuole cambiare, che vuole redimersi, che decide di prendere la strada della risurrezione e della vita, contro ogni prepotenza, camorra e ingiustizia di potere. Una chiesa estroversa, povera e indifesa. Una Chiesa diaconale, casa di tutti e serva per tutti: ogni padre e madre di famiglia sono il cuore della Chiesa, poiché Dio stesso è l’ “Abbà Madre”.

Un uomo nato da una famiglia semplice, contadina e allo stesso tempo religiosa ma non particolarmente praticante. Una trasformazione “morfologica”, come egli stesso mi ha raccontato, quando venendo nel 1982 a Sessa, impiegò diverse ore nel raggiungere il seminario poiché provenendo dall’Episcopio fu, per strada, “assalito” dalla gente che voleva omaggiarlo, abbracciarlo, dirgli “benvenuto”, “grazie”, “lei è il nostro vescovo!”. Oppure la sua commozione nell’osservare i giovani che nella piazza della Cattedrale romanica, giocando a pallone fino a tardi, non pronunciavano nessun tipo di bestemmia. Per lui era un sogno! A Udine, nella sua famiglia e nel giro delle sue amicizie, la bestemmia era quasi un intercalare verbale, una consuetudine che addolorava il giovane don Raffaele che si è sempre definito “amante di Cristo”, “poiché l’amore è la vera fede”.

Nogaro è stato un vero padre dell’incontro e pastore dell’ecumenismo, definiva il pastore evangelico Traettino “il mio vescovo Giovanni”. Era amico di tutti e ascoltava, accogliendo, anche coloro che manifestavano apertamente la loro distanza dalla Chiesa Cattolica. Ricordo bene quando ci raccontò del suo incontro con il senatore comunista Carlo Rossi, fu lui a portarlo in una fabbrica per celebrare la notte di Natale del 1983. Da lui abbiamo incontrato molte volte Paolo Broccoli, deputato comunista originario di Falciano del Massico e Antonio Malorni (biochimico, già Direttore dell’Istituto di Scienze dell’Alimentazione del CNR di Avellino e Direttore dell’International Mass Spectrometry Facility Centre, an European Large-scale faciliy in Naples), con il quale e insieme “ad altri compagni di strada”, padre Nogaro ci ha invitato a rispondere ad una domanda decisiva sulla professione della fede in Cristo: “E tu chi dici che io sia?”, divenuto un testo collettivo, tra i firmatari anche il filosofo Cacciari ed il pensatore marxista Žižek. Nogaro uomo sempre in dialogo, ha reso Caserta capitale dell’incontro “poliedrico”, anticipando lo stile pastorale di Papa Francesco, è stato un vescovo secondo il cuore del Concilio Vaticano II.

Certamente non ha vissuto solo momenti di grande accoglienza ed entusiasmo, la sua parola scomoda e radicalmente profetica ha destato tanto sospetto ed emarginazione anche in alcuni ambienti ecclesiali. Si è inimicato una certa classe politica, a Sessa e a Caserta, che ha schiacciato per anni la nostra povera gente, sui diritti più sacri e fondativi. Ricordiamo le battaglie per l’Ospedale di Sessa, molti in queste ore sui social chiedono con solennità: “Sia ribattezzato Ospedale Nogaro!”, oppure il caso della discarica Lo Uttaro o il Macrico a Caserta. La denuncia della depredazione dei monti Tifatini, scavati dalle cave di cui chiedeva la chiusura. Il supporto efficace a tutti i migranti. Nessuna sofferenza del suo popolo gli era estranea, non solo del suo popolo credente; di tutti. “Tutti sono i figli amati del Padre”.
Ha sostenuto in vita e dopo l’uccisione da parte della camorra, il martire don Diana: “sei la primavera dell’amore che si diffonde stupenda sulla nostra terra!”. Abbiamo gioito nel vedere il cardinale Battaglia, appena creato da Papa Francesco, recarsi in quella piccola casa dove viveva. Quante volte, timidamente e a basso tono, ci ha detto che Papa Francesco lo teneva in gran considerazione e una volta trascorse con lui tempo prezioso per confrontarsi e raccontarsi, lo stesso lo riconobbe nel 2014 tra i preti a Caserta: “Nogaro, ti conosco”.

Un vescovo capace di stare accanto a tutti, senza condizioni, attraverso il Magistero della presenza, condividendo la fatica del quotidiano, l’incomprensione delle scelte di frontiera e indicando con la vita, l’esempio da seguire, è divenuto sempre strumento per arrivare integralmente agli ultimi. Un vescovo profumato di Vangelo. Un vescovo avvocato dei deboli, cittadino virtuoso che anche nella morte rinuncia ai segni del potere: suo desiderio è riposare nella terra, in mezzo a tutti i cittadini al camposanto comunale di Caserta: “voglio essere calpestato dalla mia gente”. Da lui abbiamo sempre sentito parole di stima, di riconoscenza e di affetto per il nostro Vescovo Giacomo, che lo volle incontrare qualche tempo fa. Un altro grande vescovo pugliese, suo fraterno amico, lo chiamò al suo capezzale… era don Tonino Bello che lo avrebbe voluto suo successore in Pax Christi!

Nogaro consegna al nostro tempo un coraggio apostolico che ci rimanda ai primi cristiani: non solo morire per Cristo ma testimoniarlo per vivere, vivere in coerenza. Un martirio del dissenso, della parresia audace, della profezia controcorrente. Il suo ministero episcopale fondato sulla Pace, si consegna ora quale protettore e intercessore in questi tempi così oscuri. Vogliamo custodire e propagare il suo Magistero, ne abbiamo bisogno noi e non possiamo negarlo a chi vorrà costruire il futuro con speranza e libertà.
Non mangerò più le caramelle di Nogaro ma… ogni volta, offrendone anche semplicemente una, ricorderò il suo sorriso generoso pieno di bontà e amicizia.
Grazie Padre Raffaele, non ti dimenticheremo mai!

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