Home Attualità “Ingegneria e letteratura”, la storia di Nicoletta De Lellis a Innsbruck

“Ingegneria e letteratura”, la storia di Nicoletta De Lellis a Innsbruck

Per la rubrica "L'Italia fuori dall'Italia" nata dalla riflessionesul Rapporto Italiani nel Mondo 2025, la storia di una giovane partita da San Gregorio Matese

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di Guglielmo Ferrazzano
Da San Gregorio Matese alla grande Innsbruck, portando con sé la passione per i libri: «Vivere allestero significa abbracciare la diversità e, soprattutto, imparare ad adattarsi.»
l’ingegnera Nicoletta De Lellis parte per uno stage e da allora è parte degli italiani residenti all’estero.

Originaria di San Gregorio Matese, che oggi conta poco più di 800 abitanti, Nicoletta De Lellis è rimasta affascinata dall’esperienza estera. Con sé ha portato “impaginar.te” progetto Instagram per parlare di lettura e scrittori e oggi organizza eventi letterari con l’istituto Dante Alighieri.

Quando sei partito/a e perché?
Sono partita a febbraio 2023, con l’intento di vivere un’esperienza all’estero. All’università non ho preso parte all’Erasmus e ho sempre pensato che vivere all’estero potesse essere molto arricchente.

Cosa ti ha spinto a partire? Cosa a restare lì dove sei?
Una volta deciso di vivere un periodo all’estero, ho iniziato a cercare degli stage. E quando ne ho trovato uno a Innsbruck, in Austria, mi sono detta: “Perché no?”.
Inizialmente avevo un contratto di stage di sei mesi, che poi mi è stato prolungato. L’idea era davvero di rimanere solo sei mesi, ma quando scopri un luogo che ti offre tanto, è difficile tornare indietro. Gli stipendi sono decisamente più alti rispetto all’Italia, i servizi più efficienti, dai trasporti pubblici a una burocrazia più snella.
Sul posto di lavoro c’è tanta fiducia verso i giovani laureati e nessuno ti guarda storto se, alle 16.30, lasci l’ufficio. Il work-life balance (l’equilibrio tra la vita lavorativa e quella privata) è un valore fondamentale qui in Austria. Oltre a questi aspetti concreti, c’è un fattore più personale che mi ha spinto a restare qui: sento di aver ampliato i miei orizzonti, i miei punti di vista, le mie idee.
Vivere all’estero significa abbracciare la diversità e, soprattutto, imparare ad adattarsi. Ormai vivo all’estero da quasi tre anni e credo che il mio spirito di adattamento e la mia tolleranza siano cresciuti notevolmente.

Sul tema work-life balance fermiamo un attimo l’intervista a Nicoletta e facciamo un commento: l’Italia ha da fare grossi passi avanti, soprattutto nel sud. Ci sono Paesi del mondo che stanno sperimentando la giornata lavorativa di 32 ore, cioè quattro giorni. Un esempio è l’Islanda, che dopo anni di sperimentazione (dal 2015 al 2019) ha reso fissa questa impostazione. Il bilanciamento vita-lavoro è ancora un sogno per l’Italiani, la cui settimana lavorativa rimane ad almeno 40 ore “ufficiali” per i contrattualizzati; e infiniti turni per gli autonomi e per chi è costretto da un lavoro in nero. Forma di sfruttamento di cui si parla poco ma ancora fortemente presente. Lo ha sottolineato l’ISTAT in un rapporto che ha analizzato gli anni 2020-2023: «le unità di lavoro irregolari sono 3 milioni e 132 mila, in crescita di oltre 145 mila rispetto al 2022.». Ancora: «Nel 2023 il valore dell’economia non osservata cresce di 15,1 miliardi, segnando un aumento del 7,5% rispetto al 2022 (+7,2% la crescita del Pil corrente)». In più, i salari sono rimasti ai livelli di trent’anni fa, cioè a circa 1550 euro netti mensili secondo il portale Jobbydoo: impossibili per sostenere la vita in molte aree della penisola.

Cosa ti fa sentire a casa lì dove sei? E cosa no?
Ho imparato che la sola cosa che mi fa sempre sentire a casa, ovunque io sia, sono le persone. Costruire una rete di amicizie che diventi una seconda famiglia è, per me, la chiave per sentirmi a casa. E qui, per fortuna, questa esiste. A volte mi scontro ancora con qualche barriera culturale, qualche abitudine che proprio non riesco a fare mia, ma questo non mi ha mai impedito di sentirmi a casa.

Di cosa ti occupi al lavoro e se hai del tempo libero a cosa ti dedichi?
Sono un’ingegnera energetica e lavoro in un’azienda che produce motori a gas progettati per la cogenerazione e la produzione di energia elettrica e termica. Lavoro nel dipartimento di emissioni. Nel tempo libero collaboro con un’associazione no profit, l’istituto Dante Alighieri di Innsbruck, e organizzo eventi a tema libri in italiano.

Come vivi le relazioni nella città dove ti sei stabilita?
Come ho già detto, sono stata molto fortunata dal punto di vista umano qui a Innsbruck. Ho incontrato molte persone giovani che, come me, si erano trasferite qui. Condividiamo tutti la stessa esperienza: ritrovarci soli in un Paese straniero. Ed è proprio questo sentimento che ci spinge a fare gruppo, a conoscerci, a instaurare legami. E la cosa più bella è avere amicizie con ragazzi e ragazze provenienti da tanti Paesi diversi, condividere tradizioni, punti di vista e culture. Posso dire con certezza di aver trovato una famiglia qui (e in più, ho anche trovato l’amore!).

Pensando all’Italia, al tranquillo paesino di montagna da cui provieni, cosa ti manca di più?
Dell’Italia mi mancano le piccole cose. I gesti delle persone, i modi di dire e di fare, i riferimenti culturali che conosci solo se sei italiano. Mi mancano le librerie, i supermercati aperti la domenica, le rosticcerie (qui non esistono!). Mi manca, come ogni italiano all’estero che si rispetti, il cibo: un buon caffè, la mozzarella, il pane del fornaio, i piatti cucinati da mia madre. E mi manca, naturalmente, la mia famiglia, che riesco per fortuna a vedere non troppo raramente, ma con la quale, comunque, ci sono tanti pezzi di vita che non posso condividere per via della lontananza. Sergio Endrigo cantava: “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”, invece secondo me è un po’ il contrario: quando sei lontano dalla tua terra e dai tuoi affetti, occupano un posto speciale nel tuo cuore. Un posto che solo chi ha un cuore errante può davvero conoscere.

Secondo te, cosa manca al tuo territorio di origine per essere più accogliente? Capace di “custodire” i suoi figli?
Questa è una domanda complessa, la cui risposta è spesso sbrigativa e superficiale.
Credo che il motivo principale per cui molti giovani scelgono di andare via riguarda il lavoro: le opportunità sono limitate, spesso poco remunerative e le condizioni difficilmente paragonabili a quelle che si trovano all’estero.
Ma al di là di questo, credo che ciò che davvero manca sia la fiducia nei confronti dei giovani. C’è una tendenza a sottovalutare le nuove generazioni, considerandole poco motivate o distratte e di conseguenza a non affidare loro responsabilità reali.
All’estero, invece, si punta molto sul giovane talento: anche chi ha poca esperienza può dimostrare le proprie capacità e ricevere fiducia, con la possibilità di crescere.
La mancanza di fiducia verso i giovani, in Italia, si vede anche nelle amministrazioni locali, dove spesso chi ha poca esperienza fatica ad avere spazio o ne ha solo uno di facciata, ma senza la possibilità di dare un contributo concreto.
Credo invece che guidare i giovani significhi supportarli senza imporre autorità, valorizzando quell’energia, creatività e voglia di innovare che la giovane età porta con sé.

Link Utili:
Studio ISTAT: https://www.istat.it/comunicato-stampa/economia-non-osservata-nei-conti-nazionali-anni-2020-2023/
Stipendi medi italiani nel 2025: https://www.jobbydoo.it/stipendio

Siamo partiti da qui:
L’Italia fuori dall’Italia. Dal Matese agli angoli del mondo, su Clarus le storie di chi ha varcato i confini. Clicca. 

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