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    Home»Attualità»Venezuela, Groenlandia e il ritorno della forza. “Il diritto internazionale è regredito a logiche pre‑1945”
    Attualità

    Venezuela, Groenlandia e il ritorno della forza. “Il diritto internazionale è regredito a logiche pre‑1945”

    Redazione9 Gennaio 2026Nessun commento
    Foto AFP/SIR

    Giovanna Pasqualin Traversa – Contraddizioni, inerzie, fallimenti del sistema internazionale: al “soft power” della diplomazia si sostituiscono multipolarismo e una sorta di “normalizzazione” della forza. Che fine ha fatto il diritto internazionale? Ne parliamo con Vincenzo Buonomo, professore di diritto internazionale alla Pontificia Università Lateranense, affrontando crisi degli Stati, ruolo di Onu e Nato, geopolitica artica, Venezuela e fragilità dell’Unione europea. Sullo sfondo, l’esortazione incessante di Papa Leone XIV ad una “pace disarmata e disarmante”.

    Professore, alla luce dei conflitti in Ucraina e a Gaza, del blitz militare Usa in Venezuela che ha portato all’arresto di un capo di Stato in carica come Nicolás Maduro e delle rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia, molti osservatori parlano di un “declino” se non addirittura di una scomparsa del diritto internazionale. È una percezione corretta?
    Più che scomparso, il diritto internazionale è profondamente cambiato. Siamo regrediti ad un modello che assomiglia più a quelli pre‑Prima e pre‑Seconda guerra mondiale.
    Le acquisizioni maturate dopo il 1945 – diritto umanitario, diritti umani, crimini internazionali – sembrano essersi indebolite. Un primo segnale è stato il ritorno alla “battaglia dei dazi”, che ripristina logiche di trattamento differenziato tra Stati, superate con la nascita dell’Organizzazione mondiale del commercio nel 1995.

    Oggi il diritto internazionale rischia di essere usato come arma politica?
    Il rischio esiste. Ucraina, Gaza o l’operazione statunitense contro Maduro mostrano come il diritto possa essere piegato a logiche di forza. Ma questo non è un fenomeno isolato: rientra nella regressione sistemica che stiamo vivendo, nel ritorno ad un mondo dove la forza prevale sul diritto.

    Anche il principio di sovranità territoriale appare in crisi…
    Sì. Si è indebolito il divieto per uno Stato di modificare con la forza i confini di un altro Stato secondo la logica del “fait accompli” (fatto compiuto). Lo vediamo in Ucraina e a Gaza: acquisizioni territoriali manu militari, spostamenti forzati di popolazione, assenza di garanzie sulla composizione etnica dei territori. E’ il primato della forza e della deterrenza attraverso il riarmo, a scapito della diplomazia legale.

    In questo scenario le istruzioni internazionali sembrano paralizzate e impotenti. Le Nazioni unite e il multilateralismo sono in crisi?
    Nate per garantire una visione comune, le istituzioni internazionali appaiono oggi quasi inerti. Vedo una sorta di “accanimento terapeutico” nell’insistenza a volerle far funzionare a tutti i costi pur sapendo che non ne hanno più la capacità. Una crisi duplice: strumenti giuridici inadeguati e volontà politica degli Stati, che da quattro anni – dall’inizio della guerra in Ucraina – hanno di fatto esternalizzato i conflitti dal contesto Onu, riducendo la centralità del multilateralismo.

    Qual è oggi, invece, il ruolo della Nato?
    La Nato respira con due polmoni: quello politico e quello militare. Ma oggi predomina il pilastro militare. L’Alleanza esprime valutazioni su armamenti e sistemi di difesa, dando indicazioni agli Stati sui requisiti di sicurezza. La funzione politica preventiva è invece in crisi o molto limitata, schiacciata dagli aspetti tecnico‑militari. È un segnale della crisi più ampia della diplomazia multilaterale.

    Passiamo all’Artico. La Groenlandia, pur essendo indipendente ma con sovranità ancora in capo alla Danimarca, è tornata oggetto di mire geopolitiche da parte di Trump che non ha usato giri di parole sui possibili mezzi da adottare. Dopo il blitz in Venezuela e considerando lo scenario peggiore, quali sarebbero le conseguenze di un intervento militare Usa (Paese Nato) contro la Danimarca, altro membro Nato?
    L’interesse statunitense per la Groenlandia nasce da esigenze di sicurezza e dalla volontà di contenere Russia e Cina nell’Artico. Le opzioni sul tavolo possono essere molte: intervento militare, acquisto in stile Alaska, accordi con il governo locale. Ma porre opzioni non significa rompere l’Alleanza, è piuttosto un voler dimostrare la propria potenza.
    Una frattura della Nato – i cui confini oggi si spingono ben oltre il progetto originario del 1949 – per l’interesse di un singolo Paese sarebbe pericolosa e destabilizzante.
    Molto dipenderebbe dalla reazione degli altri attori artici, Russia in primis.

    L’Artico è privo di una regolazione internazionale?
    Sì. A differenza dell’Antartide, territorio regolato da uno specifico trattato del 1959, riformulato 50 anni dopo, l’Artico non ha un quadro normativo generale. Esistono solo i cosiddetti “settori circolari” assegnati agli Stati che si affacciano sul Circolo polare, ad esempio le Isole Svalbard. Per le grandi potenze – Usa, Russia, Cina, forse anche Giappone – la vera posta in gioco non sono solo le terre rare, ma il passaggio marittimo a nord‑ovest, corridoio strategico per le rotte commerciali globali, una sorta di nuova via della seta.

    Intanto, sullo scenario internazionale l’Unione europea continua a presentarsi fragile, divisa – ad oggi solo la Spagna ha espresso ferma condanno per il blitz Usa in Venezuela – e priva di una politica estera e di difesa comune…
    Il problema è antico. Già nel 1954 fallì il progetto di Comunità europea di difesa perché la Francia non voleva rinunciare alla propria autonomia in ambito militare e in politica estera. Ancora oggi la voce isolata di alcuni Paesi impedisce all’Ue una politica estera unica e una difesa comune. Anche le spinte al riarmo cui stiamo assistendo non rispondono solo agli impegni Nato, ma alla volontà di singoli Stati di rafforzare la propria autonomia nazionale, e questo compromette la costruzione di una sicurezza comune che si può costruire solo sulla base di intenti condivisi. Come l’unione doganale tra i Paesi Ue protegge gli spazi commerciali ed economici interni, così una politica di sicurezza comune dovrebbe permettere a Bruxelles di parlare con una sola voce. Il caso Venezuela mostra, appunto, l’assenza di una visione comune.

    In questo scenario sempre più polarizzato, Papa Leone XIV non si stanca di invocare una “pace disarmata e disarmante”. È un appello realistico?
    Nel Messaggio per la 59ª Giornata mondiale della pace dello scorso 1° gennaio, il Papa richiama al “risveglio delle coscienze” come unica condizione per la pace. La pace non nasce dal riarmo, ma da dialogo, comprensione, accoglienza, coesistenza, coesione. Richiede un rinnovamento dell’intelligenza e del cuore. Contro la logica della violenza, la voce del Papa invita al disarmo dei cuori e alla riscoperta dell’umanità, da tradurre in scelte concrete.

    Fonte SIR

    Diritto internazionale donald trump groenlandia usa venezuela

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