Il 17 gennaio, nel cuore dell’inverno, la Chiesa ricorda Sant’Antonio Abate e tutta l’Italia celebra – con tradizioni e sfumature diverse a seconda dei luoghi – il santo del deserto, Antonio il Grande, protettore degli animali domestici. Ma alcuni elementi uguali tra essi caratterizzano la ricorrenza: la benedizione degli animali domestici e l’accessione di un falò. Diverse le interpretazioni di questo segno in cui si fondono leggende locali e tradizioni religiose incrociando persino il mito. Dal racconto secondo cui Sant’Antonio scese nelle profondità dell’inferno per liberare i peccatori dal fuoco a quello che narra del suo passaggio alle porte degli inferi per recuperare un tizzone e donarlo agli uomini affinché scoprissero i benefici del fuoco. Il noto Fuoco di Sant’Antonio, chiamato scientificamente Herpes Zoster, deriverebbe invece dal racconto dello scontro tra il demonio e Sant’Antonio nel deserto, dove il primo avrebbe procurato gravi bruciature sulla pelle del santo; mentre nel medioevo in Francia si associa Sant’Antonio Abate alla cura dell’ergotismo, allora detto “Fuoco di Sant’Antonio” derivante da segale contaminata: i tanti ammalati che giungevano per venerare le reliquie di Sant’Antonio Abate venivano curati con il grasso del maiale di cui se ne autorizzo l’allevamento e il libero pascolo nei monasteri e negli ospedali dei monaci Antoniani; da qui l’associazione dell’animale all’eremita. La tradizione cristiana, guardando la Storia e in essa le esperienze diverse dei popoli, attribuisce al fuoco (che si accende in diverse festività) la funzione purificatrice.
Saranno grandi o piccole iniziative, lì dove il patronato di Sant’Antonio occupa un ruolo di primo piano; in ogni caso in numerosissime chiese e parrocchie italiane ci sarà la benedizione degli animali domestici.
Un passo indietro nella storia.
“Anche se questi uomini restano nascosti e vogliono restare sconosciuti, il Signore li mostra a tutti come lampade, perché chi li ascolta sappia qual è la potenza dei comandamenti e desideri seguire la via della virtù.” Questo è quanto scriveva Sant’Atanasio compendiando la vita e le opere del Santo eremita, vissuto in Egitto tra il 250 ed il 356 d.C. circa. Effettivamente, la vita di Antonio Abate fu estremamente ricca di spiritualità e di esempi che restano edificanti anche per l’uomo di oggi: rimasto orfano, distribuì i propri beni ai poveri seguendo i precetti evangelici ed a soli vent’anni decise di ritirarsi a vita ascetica, tenendo fede a questa sua decisione per i successivi ottant’anni.
Antonio inoltre appoggiò Sant’Atanasio, il grande Dottore della Chiesa, nella lotta contro gli ariani e sostenne i cristiani del suo tempo durante la persecuzione operata da Diocleziano. La sua fama di santità si sparse al punto tale che da ogni dove si recavano presso di lui per ricevere aiuto e consiglio. Seguendo il suo modello, molte persone decisero di ritirarsi in eremitaggio; mori ultracentenario e venne sepolto in un luogo segreto, scoperto solo due secoli più tardi. Le sue reliquie finirono in Francia, da allora moltiplicando la conoscenza e la devozione per il Santo.