di Guglielmo Ferrazzano
Maria Sole Costanzo è originaria di Milano, zona ex Fiera, ora “City Life”. Appassionata di letteratura sin da ragazzina, ha avuto le idee chiare sul da farsi quando era appena adolescente e già amministrava con maestria l’Inglese. Ora vive a Boston, dove di recente ha comprato casa. Raccontiamo la sua storia perché scardina l’idea della grande Milano dove sembra che vada tutto bene, dove tutte le domande trovano risposte, e a cui noi cittadini di provincia dovremmo aspirare. “Vattene a Milano” è la frase che echeggia ancora tra le famiglie locali, quando si parla di futuro e prospettive. Ma, le grandi città italiane, oggi, sono veramente la risposta a “tutti i mali”? La storia di Maria Sole ti prende, perché da figlia unica, con grande forza di volontà, si è fatta strada fino agli Stati Uniti, realizzando qualcosa di inedito per la sua storia familiare.
La tua storia ci sorprende, eppure anche tu hai deciso di partire. Quando è successo, e perché?
Ho lasciato l’Italia nel 2016 ma le radici di questa scelta risalgono a molto prima. Dall’età di 13 anni ho passato almeno due settimane ogni estate in un paese anglofono. Nel 2009 sono stata a Santa Cruz (CA) e ho conosciuto Susan e Mike, una coppia ospitante che mi ha trattato come una figlia. Susan, scrittrice per bambini e drammaturga, è una delle persone che mi hanno cambiato la vita. Sono tornata a trovarla due volte, nel 2010 e nel 2013. La seconda volta ho conosciuto Jack, pianista e compositore, con cui abbiamo iniziato una bellissima storia d’amore. Nel 2015, durante la mia laurea specialistica in filologia a Milano, ho contattato la professoressa di Italian Studies Deanna Shemek, a UC Santa Cruz, proponendomi come stagista per un semestre a UC Santa Cruz, col compito di trascrivere le lettere di Isabella D’Este per la sua piattaforma digitale (Isabella D’Este Archive). Lei ha accettato e ho passato sei mesi stupendi a Santa Cruz. Non ho mai più pensato di tornare in Italia. Nel 2016 ho definitivamente lasciato Milano per fare il dottorato a University of Notre Dame, Indiana.
Cosa ti ha spinto a partire? Cosa a restare lì dove sei?
L’impulso è stato dato dal fatto che desideravo vivere con Jack. Ma in realtà già da prima sentivo che l’accademia italiana, per quanto mi abbia dato una formazione rigorosa e il contatto con professoresse e professori eccellenti, non mi stava offrendo il supporto e gli stimoli che cercavo. Era quasi impossibile vedere il mio relatore in orario di ricevimento. Inoltre, la filologia, mia grande passione, non era abbastanza per il mio spirito onnivoro, e dovevo inserire molti esami sovrannumerari per soddisfare le mie curiosità, cosa che veniva mal vista dal mio relatore, che sosteneva stessi perdendo tempo. Poi, vedevo i colleghi più grandi faticare per trovare lavoro, e io non volevo vivere così, arrancando tra una supplenza e un magro assegno di ricerca. In California, invece, incontravo Deanna per due ore una volta a settimana, frequentavo seminari e lezioni, andavo a concerti gratuiti: c’erano continui stimoli. A quel punto ho capito che l’accademia italiana non mi offriva niente di simile. Ho fatto domanda di dottorato in 5 università, sono stata ammessa in 4, e ho scelto University of Notre Dame, Indiana. Durante il dottorato ho ricevuto una preparazione eccellente per insegnare e fare ricerca, sia dal punto di vista accademico che dal punto di vista pratico, nel senso che venivo messa economicamente e materialmente nelle condizioni di fare il mio lavoro con tranquillità. Avevo già un mio piccolo ufficio e uno stipendio dignitoso. Ogni trasferta per partecipare a conferenze o consultare archivi veniva rimborsata. Non ho mai avuto dubbi sul fatto che avrei cercato lavoro in un’università americana.
Cosa ti fa sentire a casa lì dove sei? E cosa no?
Mi fa sentire a casa letteralmente la mia casa, che ho appena comprato, nella mia zona preferita di Boston. Poi i miei colleghi, affettuosi e collegiali. I miei amici che ho conosciuto in questi tre anni. Tutte le iniziative e gli eventi: concerti, spettacoli, mostre. Il fatto di potere andare ovunque a piedi: Boston è molto europea da questo punto di vista. Infine, il club della vela che frequento, Community Boating. Non c’è niente che non mi faccia sentire a casa, a parte forse il lungo inverno: fino a maggio nevica e fa freddo, questo un po’ incide sull’umore.
Di cosa ti occupi?
Sono Assistant Professor di Italian Studies nel Dipartimento di Lingue e Letterature Romanze a Boston College. In particolare, mi occupo della codificazione del volgare nel quindicesimo secolo e della produzione di Leon Battista Alberti. Un campo secondario dei miei studi si concentra su donne e retorica nel Rinascimento.
Come vanno, in generale, le relazioni sociali lì dove ti trovi?
Molto bene. Sono molto fortunata ad avere trovato dei colleghi con cui vado molto d’accordo, e con cui c’è armonia e non competizione. Poi ho trovato amiche e amici a Community Boating. La vela, sport abbastanza esclusivo in Italia, qua nel New England è come una seconda natura: sin da subito, anche se non ero mai stata su una barca, mi sono sentita accolta, ed è stato molto facile imparare e socializzare con gli altri membri. Poi, come tutti, ho anche il mio gruppo di amici italiani, con cui facciamo cene e uscite. Ci vuole anche quello!
E a proposito di legami italiani, cosa ti manca del nostro Paese?
Niente! Vorrei però che i mei amici di Milano venissero a trovarmi qualche volta, vorrei potere mostrare e condividere con loro parte della mia vita qua. Ma devo dire che sono fortunata, e il mio lavoro mi permette di passare del tempo in Italia, per ricerca o anche solo per vedere la famiglia.
Cosa manca alla tua grande città di origine, Milano, per essere funzionale, per rispondere alle attese dei più esigenti come te?
Secondo me, al mio territorio di origine manca soprattutto una visione capace di custodire, nel tempo, chi fa ricerca. Il nodo principale è il modo in cui vengono distribuiti i fondi: una logica strutturalmente fragile, basata quasi esclusivamente su progetti a termine. Questo sistema crea almeno due problemi gravi. Innanzitutto, i finanziamenti hanno una durata limitata e sono pensati solo come “salti in avanti”, senza prevedere risorse per consolidare ciò che è stato avviato: non si investe sulla continuità, sulla possibilità di restare nello stesso luogo e costruire nel tempo. Di conseguenza, ogni progetto nasce già con una scadenza incorporata, alimentando precarietà e obbligando a una mobilità forzata che rende impossibile immaginare un futuro stabile. Inoltre, i fondi vengono spesso concentrati su una minoranza ristretta di vincitori, che si ritrovano con risorse ingenti ma rigidamente vincolate, inutilizzabili per rafforzare le strutture o assumere personale. Il risultato paradossale è che o si vince un finanziamento enorme, oppure si resta completamente esclusi dal sistema. A chi amministra suggerirei di spostare l’attenzione dalla logica dell’evento eccezionale a quella della cura: investire in finanziamenti più diffusi, stabili e strutturali, capaci di creare continuità, lavoro e radicamento. Solo così un territorio può diventare davvero accogliente e in grado di trattenere e non disperdere i suoi figli.

