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    Home»Chiesa e Diocesi»Vi farò pescatori di uomini. Commento al Vangelo domenica 25 gennaio
    Chiesa e Diocesi Commento al Vangelo

    Vi farò pescatori di uomini. Commento al Vangelo domenica 25 gennaio

    Redazione23 Gennaio 2026Nessun commento

    di Sorella Michela Arnone
    Comunità Monastica di Ruviano

    Terza domenica del Tempo ordinario – Anno A
    Is 8,23b-9,3; 1 Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23

    Eduard Joseph Dantan (1848-1897): “La chiamata di Pietro e Andrea”

    «Cristo, infatti, non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo», dice Paolo nella prima lettera ai Corinzi di cui leggiamo oggi alcuni versetti. Ci viene da chiederci, allora, se le due cose sono in opposizione o se, forse, vogliono darci la giusta chiave di lettura del ministero di Gesù. Proprio questa domenica, infatti, nel Vangelo leggiamo finalmente il vero e proprio inizio del ministero: dopo il Battesimo, dopo le tentazioni (che la liturgia ci farà meditare nel tempo di Quaresima), oggi ci troviamo di fronte al trasferimento di Gesù a Cafarnao, alla chiamata dei primi quattro discepoli e alle prime azioni di Gesù che insegna, annuncia e guarisce. La sua opera comincia con un annuncio che ricalca esattamente quello di Giovanni: “Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino” è quello che Matteo ha fatto dire anche al precursore al capitolo 3. Allora il lettore comprende subito che il ministero di Gesù si situa in linea di forte continuità con quello di Giovanni, tanto più che in questo Vangelo c’è un rapporto di causa-effetto tra l’arresto di Giovanni e il trasferimento di Gesù; negli altri Vangeli, invece, o c’è un legame temporale tra i due eventi oppure nessun collegamento. Il precursore è stato consegnato, questo dice in effetti il testo greco, e per Gesù quello diventa il segno che ora comincia il suo tempo: un tempo che prosegue la predicazione di Giovanni, dunque dell’ultimo profeta, ma allo stesso tempo è una profonda novità, lo si capisce subito da questo esordio e da quello che in esso avviene.

    Dopo il racconto dell’infanzia e poi dell’incontro con il precursore, ora per la prima volta Gesù è solo; esce dalla sua terra, da Nazareth, si trasferisce a Cafarnao, che è situata vicino al lago di Galilea, e da questa solitudine tutto può cominciare. Questo avviene – come tutto quello che abbiamo letto fino ad ora – nella linea del compimento delle profezie e della volontà di Dio, che in questo testo sono espresse dalla citazione di Isaia. Si tratta del testo che leggiamo nella prima lettura, che Matteo cita liberamente prendendone solo alcune parti. Una citazione che vuole dire come questo trasferimento sia voluto da Dio: Gesù sembra solo ma il Padre è con lui; da ora la loro opera può prendere il via. Con sé Gesù porta, allora, la presenza di Dio, così ogni luogo nel quale arriva e nel quale arriverà in futuro diventa luogo in cui splende una luce per fugare le tenebre e la morte. Quei territori di Zabulon e di Neftali sono il luogo nel quale si è infranto un sogno di unità, quello delle 12 tribù di Israele e del loro vivere unite nella Terra promessa: Zabulon e Neftali sono le prime tribù che furono portate in esilio, nel 732 a.C. Proprio in quelle terre Gesù va e da lì promette un ricominciamento di quella promessa e di quel sogno infranto: in questa linea san Girolamo vede il collegamento di questa profezia con la chiamata dei discepoli che viene poco dopo, per indicare una ricostituzione del numero 12 e il rilancio di una promessa di unità che ora ha un nuovo fondamento, Gesù stesso. Proprio questa chiamata delle due coppie di fratelli, posta qui dall’evangelista, è sorprendente soprattutto nel confronto con quelle presentate dagli altri evangelisti. Questi uomini, che subito lasciano le reti, il padre e le barche per seguire Gesù, non hanno visto ancora miracoli, non si comprende se hanno sentito annunciare il Regno, non hanno avuto il Battista che gli indica Gesù come l’agnello di Dio (come succede nel racconto dell’evangelista Giovanni).

    Si tratta di una chiamata pura e sconcertante, di fronte alla quale si può solo notare la determinazione di Gesù e la sua autorevolezza e allo stesso tempo la semplicità di questi uomini che, senza sapere nulla, lo seguono. Non ci sono patti, non ci sono spiegazioni e chiarimenti: c’è una chiamata e una risposta, nella disponibilità a cambiare radicalmente qualcosa che fino a un attimo prima era il proprio quotidiano e la propria sicurezza. Tutto questo ha un senso e un obiettivo: l’annuncio della Parola, l’evangelizzazione. “Vi farò pescatori di uomini” significa che in Gesù si è abilitati a tirare gli uomini fuori dalle tenebre della morte, verso una vita piena che senza Gesù nessuno si potrebbe immaginare. E allora è così, Gesù non chiama adepti che facciano altri adepti – in questo senso non chiama a battezzare (come ci diceva Paolo all’inizio) – ma egli chiama ad annunciare la buona notizia del Regno dei Cieli che in Lui sta venendo. La centralità della Parola e dell’annunzio, anche sui miracoli e le guarigioni che di conseguenza qui pure vengono nominati, per Matteo è assoluta: quei miracoli possono avvenire perché derivano da quella Parola di vita che è Gesù, la quale fuga ogni tenebra di morte.

    Di fronte alla repentinità di questa chiamata e del modo in cui Matteo ce la presenta rischiamo di mettere una distanza, ritenendo impossibile oggi un tale coraggio, una tale umiltà da mettere in gioco così la propria vita per Gesù; ci sembra fuori tempo: noi uomini oggi abbiamo bisogno di capire, di ponderare, di fare discernimento, di provare a “controllare” anche le nostre vocazioni. Questa chiamata alle due coppie di fratelli sembrerebbe addirittura assimilabile non solo e non tanto a quelle che oggi indicheremmo come chiamate ministeriali, ma essa potrebbe essere vista semplicemente come la chiamata alla vita cristiana. Ognuno che prova a vivere il Vangelo ne diventa testimone ed è così anche un “evangelizzatore”, perché porta nella vita quotidiana e nella sua umanità quella lotta per la santità che ha il sapore di Dio e della Sua presenza. Allora oggi, in questa domenica, questa chiamata interpella tutti senza sconti e vuole dirci che non abbiamo motivo di sentirlo come un raccontino “distante” da noi; esso vuole dirci che tutti i discernimenti, tutto il bisogno di capire, tutto il nostro ponderare possono essere cose giuste, ma da vivere dentro al solco di un “sì” detto al Signore senza condizioni.

    Se non si parte da quel “sì”, da un lasciarsi prendere e affascinare da una proposta folle, vuoto sarà ogni tipo di discernimento e quella presunta vocazione sarà controllata al punto da svanire, facendo svanire non solo la vocazione specifica ma proprio l’essere cristiani. Se invece si rinuncia al controllo e si parte subito da un “sì” coraggioso, come quello di questi quattro fratelli, da esso potrà svilupparsi ogni discernimento, ogni comprensione, ma nel solco di un abbandono nelle mani di colui che sa della vita più di noi, semplicemente perché Egli è la Vita.

    bibbia chiesa cattolica Commento al Vangelo fede Parola di Dio Sacra Scrittura

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